di
Flavio Vanetti

È una delle località dove si sono svolte le principali gare di sci, frequentata per le vacanze dai vip. Crans è ricordata anche per i soggiorni «di salute» della poetessa Emily Dickinson e della scrittrice Katherine Mansfield

Noi italiani la leghiamo alle imprese degli sciatori azzurri — la prima medaglia mondiale di Alberto Tomba e la sua ultima gara, con vittoria, nella carriera; i successi di Max Blardone, Federica Brignone, Sofia Goggia e Marta Bassino —, ma Crans-Montana ha un’immagine che va oltre la dimensione sportiva.

Prima di tutto è una delle località scelte dai vip assieme a Zermatt, St. Moritz e Davos, il quadrilatero del jet set. Ma la città del Canton Vallese ha anche radici e vocazioni più antiche: l’aria secca ha fatto sì che nel XIX secolo sorgessero numerosi sanatori, meta di pazienti da tutto il mondo. E se Davos ha avuto la gloria con La montagna incantata , il romanzo di Thomas Mann ambientato in un centro nel quale si curavano le malattie respiratorie, Crans è ricordata per i soggiorni «di salute» della poetessa Emily Dickinson e della scrittrice Katherine Mansfield.



















































Quanto al «vippame», il residente più famoso è stato Roger Moore, terzo agente 007 dopo Sean Connery e George Lazenby, detto che tra chi nel dopoguerra ha frequentato la stazione di villeggiatura del Vallese figurano Bono Vox, Alain Delon, Jackie Kennedy e gli astronauti del programma Apollo e Gemini, dal momento che la marca di orologi che li ha sponsorizzati organizza ogni anno l’European Masters di golf. Nonostante oltre 140 km di piste da sci e innumerevoli pareti per l’arrampicata, infatti, questo sport è a sua volta un «must» nella zona. 

Estesa su 590 ettari dalla Valle del Rodano al ghiacciaio del Plaine Morte, Crans-Montana si è orientata a un turismo «premium», offrendo hotel di alta fascia, molte ville e il lusso della Rue du Prado e dei suoi 120 esercizi, tra negozi e boutique. Ma in questo scenario lo sport resta centrale. 

Qui si sono svolti i Mondiali di corsa in montagna (2008), mentre, passando al ciclismo, sette volte è arrivato il Giro della Svizzera, una il Tour (vinse Laurent Fignon) e una, nel 2023, pure il Giro d’Italia. È in ogni caso lo sci a fare la parte del leone: le piste Mont Lachaux e Nationale, tempio della velocità, ospitano di norma una tappa della Coppa del Mondo femminile. Tuttavia l’anno scorso ospitarono un superG maschile (terzo Dominik Paris) e quest’anno, per uomini e donne, saranno la ribalta dell’ultimo appuntamento prima dei Giochi 2026. Non solo: nel 2027, 40 danni dopo l’edizione del 1987, Crans tornerà a ospitare il Mondiale di sci alpino. Ed è questo legame tra futuro e passato che porta a parlare di Alberto Tomba.

Su queste nevi nacque il suo mito. Con un pizzico di fortuna. Già, perché se lo svizzero Joel Gaspoz non avesse sbagliato nel finale della gara di gigante, Alberto avrebbe chiuso quarto e non terzo la sua prima rassegna iridata. È una neve per noi italiani benedetta — di Karl Trojer il primo podio, nel 1979; quindi tre vittorie di Tomba, una di Max Blardone, quattro di Federica Brignone (più altri 5 podi), quattro di Sofia Goggia, una di Marta Bassino, senza scordare il già citato terzo posto di Paris —, una neve che il grande Alberto baciò il 15 marzo 1998 dopo aver vinto in slalom: alcune settimane dopo avrebbe annunciato il ritiro. Quel rito pagano, dedicato alla «sua» neve, chiuse una storia irripetibile.

2 gennaio 2026