Si sentiva imprigionato dentro quella situazione?
«Lo ero. Laura mi diceva sempre: io sono il tuo carceriere, tu sei il mio carcerato. Io rispondevo: no, la malattia ci imprigiona entrambi. Lei non aveva nessuna colpa, non aveva scelto di ammalarsi. Se avessi avuto più sostegno da parte del welfare, non tanto in termini economici, ma come prestazioni assistenziali, forse avrei potuto continuare a fare il mio lavoro, a uscire di casa e avrei passato del tempo di qualità con Laura. Invece, così ero ostaggio della situazione e spesso finivamo per litigare».

Laura si sentiva in colpa per questo. Lo ha scritto spesso nella sua rubrica su Vanity Fair.
«Si sentiva responsabile sia perché abbiamo rinunciato ad avere figli, per non rischiare che la sua salute peggiorasse, sia per la fatica degli ultimi anni. A volte mi diceva: “Basta, la faccio finita perché ti stai distruggendo”. Allora mi arrabbiavo e le rispondevo che quello che contava era come stava lei, non se io ero sfinito. Io avevo delle vie di fuga: avrei potuto prendermi una pausa, andarmene. Potevo fare un crowdfunding per trovare più assistenza. Tutte cose che non ho fatto. Sono rimasto e basta. E l’ho fatto in maniera spontanea, senza aspettarmi nulla, neanche una ricompensa divina perché sono ateo e sbattezzato. L’ho fatto perché le volevo bene e le avevo promesso che le sarei stato accanto. Appena ci siamo fidanzati, mi aveva parlato della sua patologia e dei rischi. Le avevo risposto: “Ne prendo atto, qualsiasi cosa accada la affronteremo insieme”. Così è stato. Ho fatto quello che un essere umano deve fare nei confronti di un’altra persona con la quale decide di condividere la vita».

Quando Laura ha cominciato a pensare al suicidio assistito?
«Dopo che si è aggravata e la quotidianità è diventata insostenibile. Abbiamo vissuto tre vite: quando eravamo giovani, belli e gran viaggiatori. Quando lei ha iniziato a usare il bastone e in modo intermittente la carrozzina, e gli ultimi cinque anni quando, nonostante tutte le cure, la malattia è degenerata in un modo bestiale. Un giorno mi ha fatto vedere dei fogli e mi ha detto: “Mi sono informata, in Svizzera c’è una clinica dove, quando non ce la farò più, potrò andarmene”. È stato un colpo. Poi, vedendo come andavano le cose, ho capito che dovevo superare il mio egoismo, che se l’amavo avrei dovuto lasciarla libera. A volte mi diceva: “Vuoi che resti un po’ di più?”. Ma io non volevo e non potevo essere l’ago della bilancia, quella era una decisione solo sua».