di
Cesare Giuzzi

La Procura di Pavia è convinta che a uccidere Chiara Poggi non sia stato Alberto Stasi, bensì Andrea Sempio. E potrebbe chiederne presto il processo sulla base di Dna, impronte, testimoni e alibi vacillanti

Una verità c’è già. Ed è quella giudiziaria, scritta nella sentenza di Cassazione del 12 dicembre 2015: Alberto Stasi colpevole dell’omicidio della fidanzata Chiara Poggi e condannato in abbreviato a 16 anni di carcere. Ma questa stessa sentenza, così sostengono gli inquirenti della Procura di Pavia, potrebbe diventare presto la certificazione del più clamoroso errore giudiziario della storia italiana.

Secondo la tesi dei pubblici ministeri guidati dal procuratore di Pavia Fabio Napoleone e dei carabinieri del Nucleo investigativo di Milano, non è stato Stasi ad uccidere la 26enne la mattina del 13 agosto 2007 a Garlasco, ma l’amico del fratello della vittima, Andrea Sempio. Una ricostruzione completamente opposta rispetto a quella dei precedenti organi inquirenti, in una vicenda che ha monopolizzato dai primi di marzo dell’anno scorso i palinsesti televisivi e le discussioni sui social. E che ha polarizzato in modo mai così divisivo l’opinione pubblica. Del caso Garlasco si parla nei salotti dei talk da mattina a notte fonda, si dibatte su Youtube, si discute nei bar. Innocentisti e colpevolisti a duello a colpi di perizie, aplotipi, impronte palmari. Ma dopo indiscrezioni, pettegolezzi e vivisezione delle vecchie indagini, i prossimi mesi lasceranno decisamente meno spazio alle chiacchiere.



















































Difficile dire se il 2026 sarà l’anno della verità definitiva sulla morte di Chiara Poggi, anche perché per stabilirlo ci vorranno (eventuali) tre nuovi gradi di giudizio. Ma di certo, quando il quadro degli indizi in mano agli investigatori sarà più chiaro, già si capirà se davvero il caso Garlasco sia stato un clamoroso abbaglio per quasi 19 anni.

I nuovi indizi

Nella prospettazione di chi ha riaperto il caso, i primi mesi del 2026 dovrebbero essere quelli di un avvicinamento a una probabile richiesta di rinvio a giudizio per Andrea Sempio. Questo significa che la procura metterà sul tavolo gli indizi — che i magistrati ritengono «plurimi, gravi e convergenti» — a carico del 37enne Andrea Sempio. Un quadro che conterrà quanto già noto, ma anche molto altro. Di sicuro ci sarà il tema centrale, già oggetto dell’incidente probatorio disposto dalla gip Daniela Garlaschelli: il Dna sulle unghie della vittima. La perita della polizia Scientifica Denise Albani ha attribuito l’aplotipo Y alla linea familiare di Sempio, seppure con una serie di criticità legate agli esami svolti a suo tempo dai Ris e durante la perizia del 2014 dal genetista Francesco De Stefano, che ha definito quei «risultati non consolidati» per la mancanza di repliche. Un tema che sarà oggetto di ampia, e prevedibilmente accesa, discussione tra accusa e difesa anche in aula.

C’è poi la questione legata all’impronta «33» sulle scale che portano al seminterrato di casa Poggi che i pm attribuiscono sempre al 37enne. Una traccia che per gli inquirenti è il segno lasciato dall’assassino dopo aver colpito la vittima ed essersi affacciato verso i gradini per osservare il corpo, prima di allontanarsi dalla villetta di via Pascoli. Ma i carabinieri e i pm pavesi hanno molte carte ancora coperte. Come quelle che smonterebbero completamente l’alibi di Sempio e la famosa questione dello scontrino del parcheggio di Vigevano conservato per oltre un anno. E un’idea precisa sul movente del delitto.

Il movente

Finora, infatti, non sono emersi precisi legami tra Chiara Poggi e il ben più giovane (all’epoca aveva 19 anni) amico del fratello Marco. Non una frequentazione, neppure una amicizia. Ma allora cosa lega la vittima al presunto nuovo assassino? Anche se non necessario per arrivare a una condanna in tribunale, il tema del movente nei casi di omicidio riveste sempre un aspetto cruciale. E su questo l’inchiesta di Pavia potrebbe arrivare a risultati sorprendenti. Il diretto interessato, l’indagato Andrea Sempio, ripete in televisione di essere tranquillo e di «non avere niente a che fare» con «quello che è successo». Finora ha però scelto di non farlo davanti ai pubblici ministeri. Una precisa strategia difensiva dei suoi legali Angela Taccia e Liborio Cataliotti, che però una volta di fronte alle carte della Procura potrebbe cambiare. Si vedrà.

Il secondo filone

Sull’indagine, poi, pesa, anche se non direttamente legata, la seconda inchiesta sul Garlasco. Quella condotta dai pm bresciani e dalla guardia di Finanza sulla presunta corruzione in merito alle indagini del 2017, quando Sempio venne indagato dopo la presentazione di un esposto della difesa di Stasi, e rapidamente archiviato. In questo filone sono indagati l’ex procuratore aggiunto di Pavia Mario Venditti e il padre di Sempio, Giuseppe. L’accusa è di aver pagato «20 o 30 mila euro» per ottenere l’archiviazione del figlio. Accuse pesantissime che presto potrebbero estendersi ad altri indagati. Nell’indagine c’è il nodo di (almeno) due carabinieri che non avrebbero trascritto molte intercettazioni e hanno avuto contatti con l’indagato senza giustificazione.


Vai a tutte le notizie di Milano

Iscriviti alla newsletter di Corriere Milano

3 gennaio 2026