di
Massimiliano Jattoni Dall’Asén

Molte misure annunciate nel corso dell’anno sono poi sparite dalla Legge di Bilancio 2026: alla prova dei conti pubblici e del passaggio parlamentare, il governo ha ceduto alla prudenza

C’è una Manovra che si realizza e, poi, c’è quella che resta nelle dichiarazioni, nelle interviste, nei retroscena parlamentari. È la legge di Bilancio che non vedremo mai in Gazzetta Ufficiale, ma che per mesi ha alimentato aspettative, titoli e rassicurazioni. 

Nel percorso che ha portato al testo definitivo della prossima finanziaria sono molte le misure dal forte impatto simbolico ed economico che sono state annunciate, discusse o lasciate filtrare, salvo poi scomparire. Non perché fossero irrealistiche in astratto, ma perché, una volta confrontate con i conti pubblici e con il passaggio parlamentare, hanno progressivamente perso peso.



















































La detassazione della tredicesima

La prima è forse la più emblematica: la detassazione della tredicesima. Presentata come un intervento «a favore del ceto medio» e per spingere i consumi di fine anno, evocata a più riprese in autunno, della tredicesima «rivista» non vi era traccia quando il governo ha trasmesso a Bruxelles il Documento programmatico di bilancio e poi quando il Consiglio dei ministri ha varato il disegno di legge. Lo stesso schema si è ripetuto nel passaggio parlamentare. Insomma, tutte le ipotesi circolate nei mesi scorsi — dall’esenzione totale dall’Irpef alla possibilità di applicare un’imposta sostitutiva agevolata sulla gratifica natalizia (si era parlato del 10%), fino a un «bonus tredicesima» da circa 100 euro —  non sono state tolte: semplicemente non sono mai state inserite. Evidentemente si trattava di un’operazione troppo onerosa per diventare qualcosa di più di una suggestione pre-natalizia. 

Pensioni

Sul fronte previdenziale, il governo aveva inizialmente imboccato una strada più aspra. Durante l’iter di approvazione della Manovra, il governo Meloni aveva inserito — tramite un emendamento — una serie di modifiche alle regole della pensione anticipata. Le misure, che sarebbero dovute entrare gradualmente a partire dal 2031/2032, avevano due pilastri principali: un allungamento da 3 fino a 6 mesi delle cosiddette «finestre mobili» (cioè il periodo di attesa tra il momento in cui si raggiungono i requisiti contributivi per la pensione anticipata e quello in cui si inizia effettivamente a percepire l’assegno; e il depotenziamento del riscatto della laurea per la pensione anticipata. In sostanza, gli anni di studi universitari riscattati avrebbero avuto un valore contributivo progressivamente decurtato ai fini della maturazione dei requisiti di uscita: all’inizio sarebbero stati sottratti almeno 6 mesi, poi 12, 18, fino a 30 mesi nei turni successivi. 
Questo significava che, di fatto, chi avesse riscattato tre anni di studi avrebbe potuto contare su molti meno anni utili per anticipare la pensione.

Le norme originarie — in particolare quella sul riscatto della laurea — erano state pensate come fonte di risorse aggiuntive da destinare ad altri capitoli di spesa, ma avevano sollevato perplessità profonde sulla loro equità e sulla retroattività delle regole. Ma le proteste di sindacati, cittadini e opposizioni hanno costretto il governo a fare un passo indietro. Le versioni più dure sono state corrette o accantonate, lasciando però la sensazione di un tentativo abortito.

Lavoratori sottopagati

Ancora più netta la retromarcia sul cosiddetto «scudo» per i datori di lavoro: una norma che avrebbe potuto limitare il pagamento degli arretrati ai dipendenti sottopagati, anche dopo una sentenza. La misura era nata come un emendamento inserito durante l’esame parlamentare della Manovra. Il suo contenuto era tecnico, ma le conseguenze potenzialmente rilevanti. In sostanza, la norma mirava a limitare il diritto dei lavoratori sottopagati a ottenere gli arretrati salariali, anche dopo una sentenza favorevole, qualora l’azienda avesse dimostrato di aver applicato un contratto collettivo nazionale indicato come «di riferimento», indipendentemente dal livello retributivo effettivo garantito. La norma avrebbe inciso in modo diretto sul contenzioso legato ai salari sotto i minimi costituzionali, un tema già oggetto di numerose sentenze della magistratura del lavoro. Secondo diversi esperti e sindacati, la disposizione rischiava di svuotare di efficacia l’articolo 36 della Costituzione, che garantisce una retribuzione proporzionata e sufficiente, subordinando di fatto la tutela del lavoratore alla condotta «formale» del datore di lavoro. Ma è stato probabilmente l’impatto politico e simbolico a far cambiare idea al governo: la misura infatti appariva come un intervento a favore delle imprese in un contesto di salari già molto bassi. Da qui, lo stralcio completo dal maxi-emendamento finale.

Affitti brevi ed e-commerce

Infine, due promesse minori ma indicative del metodo. La prima riguardava una riforma più ampia della cedolare secca sugli affitti brevi, più volte evocata e poi ridotta allo status quo. Tuttavia, nella versione finale della Manovra la disciplina fiscale degli affitti brevi è rimasta pressoché invariata (cedolare secca standard 21% per la prima casa, 26% per seconde unità), senza estensioni più ampie o semplificazioni spinte rispetto ad alcune proposte iniziali. 
La seconda promessa non mantenuta riguardava possibili alleggerimenti o incentivi fiscali significativi su e-commerce e logistica internazionale. Nei mesi precedenti alle approvazioni definitive, era stata infatti ventilata l’ipotesi di interventi più consistenti per favorire competitività e sostenere l’export/turismo digitale. Nella versione finale queste misure non sono state inserite o sono state fortemente ridimensionate, e gli interventi confermati sono molto più modesti del previsto (come un contributo fisso molto limitato sui pacchi di valore ridotto). In pratica, non è passata quella proposta più ambiziosa che avrebbe potuto alleggerire l’imposizione sul commercio digitale e sulle importazioni di piccolo valore.

Una Manovra prudente

Nel complesso, la Manovra 2026 è più prudente di quanto raccontato nei mesi precedenti. Non è necessariamente un male: la cautela può essere una virtù. Ma resta il problema di un’abitudine ormai consolidata, quella di annunciare prima di aver deciso davvero. Un’abitudine che, a forza di promesse mancate, rischia di erodere credibilità più di qualsiasi taglio o rinuncia.

LEGGI ANCHE

Nuova app L’Economia. News, approfondimenti e l’assistente virtuale al tuo servizio.

SCARICA L’ APP

Iscriviti alle newsletter de L’Economia. Analisi e commenti sui principali avvenimenti economici a cura delle firme del Corriere.

4 gennaio 2026 ( modifica il 4 gennaio 2026 | 11:39)