Musicista dal profilo unico e dalla curiosità mai sopita, Niklas Sundin è noto ai più come chitarrista e compositore di alcuni capitoli fondamentali della storia dei Dark Tranquillity, ma il suo percorso artistico va ben oltre i confini del melodic death metal. Da sempre apprezzato anche come illustratore e graphic designer, negli ultimi anni Sundin ha dato nuova linfa alla propria creatività attraverso progetti più sperimentali e personali come Mitochondrial Sun e Time and the Hunter, esplorando territori sonori talvolta lontani dalle strutture tradizionali del metal. Nella nostra rubrica dedicata ai “5 album che mi hanno cambiato la vita”, emerge con chiarezza il ritratto di un artista di grande carattere, capace di rimettersi costantemente in discussione. Le sue scelte raccontano un ascoltatore aperto, eclettico e profondamente curioso, mai ancorato alla nostalgia o a una visione statica del passato, ma sempre proiettato verso nuove forme di espressione e nuove possibilità creative.
Di seguito un commento di Niklas:
Prima di tutto, è un compito arduo scegliere soltanto cinque album, quindi la selezione finale è più che altro un piccolo campione. Esistono dischi altrettanto importanti realizzati da artisti come Helloween, Neurosis, Kent, Einstürzende Neubauten, Suede, Garmarna, Logh, Bob Hund, Thorns, Änglagård, Deathspell Omega, Dead Can Dance, Tindersticks, Ossler, Rome, Thåström, Depeche Mode, Anna Ternheim, Abigor, Kraftwerk, Radiohead, Ulver, Swans, Dead Can Dance e molti altri che avrebbero potuto facilmente trovare spazio qui. Detto questo, cominciamo.
SABBAT – “History of a Time to Come” (1988)
Potrebbe sembrare una semplificazione eccessiva, ma senza “History of a Time to Come” i Dark Tranquillity probabilmente non sarebbero mai esistiti, o sarebbero stati qualcosa di molto diverso. L’album uscì proprio nel periodo in cui avevamo iniziato a muovere i primi passi nell’underground metal, e il suo impatto fu enorme.
Chi conosce i primi lavori dei D.T. sa bene quanto i testi iniziali debbano alla peculiare arte lirica di Martin Walkyier. Le rime e le allitterazioni attentamente costruite, unite a una mistica mitologica e naturalistica (anche se i D.T. non si sono mai definiti una band ‘pagan’, semplicemente perché non lo eravamo), contribuirono a mostrare come il metal potesse ambire a qualcosa di più grandioso e ambizioso rispetto a quanto proposto dalla maggior parte delle band dell’epoca.
Per alcuni anni fui un fanboy ossessivo: collezionavo ritagli di riviste e cassette bootleg dei concerti, arrivando persino a ordinare dal Regno Unito la rivista White Dwarf con il flexi disc “Blood for the Blood God” e il libro di Brian Bates “The Way of Wyrd” (su cui si basava il secondo album dei Sabbat, “Dreamweaver”), in un’epoca in cui si spedivano contanti in una busta e si aspettavano mesi prima che l’ordine arrivasse per posta.
È sorprendente che oggi non siano più popolari: avevano qualcosa di davvero unico e all’epoca godevano anche di una notevole attenzione da parte dei media metal. Martin Walkyier avrebbe poi contribuito a fondare il folk metal con gli Skyclad, mentre Andy Sneap ha costruito una carriera importante sia come produttore, sia con i Judas Priest, ma sarebbe stato interessante vedere cosa sarebbe successo se i Sabbat fossero riusciti a restare attivi ancora per qualche anno.
NICK CAVE – “The Boatman’s Call” (1997)
Nick Cave è uno di quegli artisti – un po’ come Jerome Reuter – con una produzione vastissima, in cui persino gli album buoni ma non eccezionali risultano sempre interessanti. Il suo modo di raccontare storie e di descrivere la condizione umana nelle sue infinite sfaccettature è costantemente fonte di ispirazione, e per me il disco d’ingresso è stato il calmo e introspettivo “The Boatman’s Call”. Da lì sono tornato indietro nel tempo, scoprendo gli altri classici e anche le prime, più caotiche e sregolate uscite con The Birthday Party e The Boys Next Door, che a loro volta mi hanno aperto le porte di un altro mondo musicale.
Dopo anni trascorsi a concentrarmi su tecnica e precisione, è stato liberatorio comprendere finalmente l’altro lato dello spettro, quello in cui una canzone a tre accordi può essere rilevante quanto un brano virtuosistico meticolosamente arrangiato, e in cui strumenti DIY costruiti con rottami possono suonare belli quanto una chitarra. Questa influenza non era particolarmente evidente durante il mio periodo nei D.T., ma emerge con maggiore chiarezza nel mio nuovo progetto Time and the Hunter, dove non ci dispiace aspirare a un approccio alla scrittura più “caveiano”.
CURRENT 93 – “Soft Black Stars” (1998)
Conoscevo vagamente i Current 93 e l’intera scena a loro collegata (Psychic TV, Coil ecc.) e ascoltavo occasionalmente alcuni artisti della Cold Meat Industry, che a metà/fine anni ’90 godevano di una crescente popolarità anche nei circoli metal. Tuttavia, fu solo quando acquistai “Soft Black Stars” quasi per caso che tutto scattò. Scoprire il mondo eccentrico di David Tibet e dei suoi collaboratori fu una boccata d’aria fresca e un portale verso una serie di scoperte affascinanti, in cui la musica poteva essere esoterica e “mistica” in un modo completamente diverso da quello a cui ero abituato. Apprezzavo anche il fatto che questi artisti sembrassero pubblicare ciò che volevano, senza preoccuparsi di rientrare in un genere preciso. Ho cercato di portare parte di questo spirito nel mio progetto Mitochondrial Sun, dove nessun album somiglia al precedente.
Questo disco in particolare non è affatto sperimentale o avanguardistico: solo pianoforte e voce, nudi e crudi, ma è un capolavoro. “Larkspur and Lazarus” continua a darmi i brividi ancora oggi.
BLUT AUS NORD – “The Work Which Transforms God” (2003)
Non è un’opinione particolarmente originale, ma all’inizio degli anni Duemila il mio interesse per il black metal come forma d’arte seria era in gran parte scemato. Pur esistendo ancora buoni riff, il genere sembrava – con poche eccezioni – privo di vera sostanza e ambizione. Quella che un tempo era stata una forma di espressione radicale e ricca di potenziale artistico si era fusa, nel bene e nel male, in un semplice sottogenere rock.
“The Work Which Transforms God” è uno dei dischi che hanno riacceso il mio interesse, dimostrando che esistevano ancora opere ambiziose e altamente originali. Un album che suonava allo stesso tempo completamente alieno e profondamente umano, lasciando intuire qualcosa di più grande che agiva sotto la superficie. Un modo di suonare inquietante e ultraterreno, mai sentito prima, unito a percussioni di drum machine che si incastrano perfettamente nell’atmosfera.
I Blut aus Nord sono un progetto unico, con una discografia sterminata – 16 album full-length secondo Metal Archives – ma questo resta il loro capolavoro.
FELL VOICES – “Regnum Saturni” (2013)
Non so bene come descrivere questa band; etichette come “ambient black metal” o “transcendental black metal”, che ho visto usare, suonano piuttosto ridicole, anche se forse non del tutto fuori luogo. È musica primordiale e feroce, ma al tempo stesso ossessivamente bella e meditativa, se affrontata con lo stato d’animo giusto.
Mi furono consigliati i Fell Voices prima di vederli al Roadburn Festival del 2013. La descrizione del mio amico suonava un po’ gimmick (“sono così intensi che dal vivo non usano nemmeno i microfoni, urlano direttamente nel vuoto”), ma la performance fu ipnotica: una valanga di intensità grezza, priva della maggior parte dei cliché metal. Divenni immediatamente un fan, e il fatto, improbabile ma affascinante, che citassero in modo prominente uno dei miei scrittori preferiti, Rainer Maria Rilke, sul loro sito contribuì ad accrescere l’interesse.
“Regnum Saturni” è estremamente duro e richiede un ascolto attento per svelarsi, ma parte del materiale precedente – come lo split LP con gli Ash Borer – è più sfumato e accessibile, spesso combinando chitarre pulite immerse nel riverbero con un muro di blast beat incessanti. Si sono sciolti molti anni fa, ma il batterista – e che batterista! – è attivo nei Vanum e negli Yellow Eyes (entrambi consigliatissimi). In un’epoca di percussionisti attenti all’ergonomia, è fantastico vedere qualcuno che aggredisce la batteria come se la sua vita dipendesse da questo, incanalando la forza della musica con una devozione totale e assoluta.





