Le strade intorno al Faro di San Cataldo, a Bari, hanno nomi evocanti episodi e luoghi delle vicende coloniali italiane: via Mogadiscio, via Massaua, via Tripoli. Il quartiere che gli s’addensa intorno è in larga misura invece frutto della stagione più remunerativa per i costruttori attivi nella città pugliese: gli anni Settanta e Ottanta. Quest’ultimo, tuttavia, non ha del tutto sottratto al vecchio faro tardo-ottocentesco, posto su una delle due punte più estreme della città, quel lindore impastato di luce azzurra e bianca di calce. Negli spazi a pianterreno dell’edificio – da pochi mesi – è stato allestito un piccolo museo dedicato agli strumenti radiofonici legati alla vita dello stesso. Al suo interno è visitabile la personale dedicata a uno dei pittori italiani più interessanti della sua generazione. Attivo fra Trani e Roma, dove insegna Disegno presso l’Accademia di belle arti, Pietro Capogrosso (classe 1967), nella mostra barese Luci d’orizzonte (fino al 28 febbraio) raduna gli sviluppi più recenti della sua produzione. Si tratta infatti di opere che coprono gli ultimi due anni del suo lavoro ed è un torno di tempo significativo per la ricerca dell’artista.
I LAVORI presentati raccontano, infatti, l’andirivieni del suo linguaggio dalla figurazione verso l’astrazione. Al 2024 appartengono i due grandi Fari (est): si tratta di una coppia di magnifiche tele, nelle quali il pittore tranese interroga lo spazio portuale ritagliandone una porzione, allestendola di una tessitura cromatica severa, prossima alla monocromia la quale ricusa ogni civetteria. Il dispositivo compositivo appare a sua volta austero, segnato dalla radicale intersezione tra la verticalità dell’architettura e la linea continua dell’orizzonte. In questi dipinti Capogrosso, da un lato, appare riallacciarsi alla blasonata tradizione paesaggistica pugliese, avviata dal barlettano Giuseppe De Nittis, dall’altro, con la sua perentoria riduzione degli elementi, prepara una forma di congedo dalla stessa memoria dei percorsi tradizionali.
L’INDAGINE SUL COLORE prelude al contestuale percorso del pittore che, già a partire dal 2016, senza mai rinunciare a incursioni figurative, inizia a dipingere piccole opere prive di riferimenti al referente reale utilizzando una tavolozza asciutta, progressivamente vicina al monocromo. Non è naturalmente il primo caso di pittore del paesaggio avviatosi verso soluzioni di tipo aniconico: ciò che però appare sorprendere è semmai la scelta di non spingersi in direzione informale ma verso un minimalismo denso, non privo di sottile elegia in cui fermentano echi delle esperienze del gruppo della Pittura analitica (si vedano soprattutto i rapporti e le assonanze possibili con Riccardo Guarneri e Claudio Verna).
È questo, tuttavia, un passaggio non traumatico, in cui la cesura appare risolta dall’uso della medesima impalcatura cromatica tonale dei dipinti figurativi. Quella che era la linea d’orizzonte nei paesaggi, interrotta da presenze architettoniche ortogonalmente disposte, diventa qui un campo pittorico elegante e stratificato.
La mostra Luci d’orizzonte di Pietro Capogrosso è visitabile fino al 28 febbraio 2026 presso il Faro di San Cataldo, via Tripoli 19, a Bari