di
Silvia Icardi

Manuela Fernández Langenegger, 52 anni: «Cercavamo una casa in affitto ma questa mi ha dato vibrazioni positive nonostante fosse davvero buia. Abbiamo cambiato tutto: così si è trasformata»

Nata a Johannesburg, Sud Africa, da madre svizzerra e padre spagnolo, Manuela Fernández Langenegger, 52 anni architetto, ha vissuto a Madrid, Siviglia, Stoccarda, Amburgo prima di sbarcare a Milano. Una vita ricca di stimoli che, distillati, hanno plasmato un gusto essenziale e rigoroso lontano da fronzoli e inutili estetismi ma denso di stratificazioni.
Ci troviamo nel quartiere Isola a pochi passi dalla chiesa di Santa Maria alla Fontana al piano rialzato di un elegante palazzo d’epoca. «Dodici anni fa, insieme a Gino (il compagno, ndr) stavamo cercando una casa in affitto; la nostra storia era recente e acquistare ci pareva prematuro. — racconta Manuela —. Il destino però ha voluto altrimenti. Ricordo che era domenica, stavamo camminando con degli amici e abbiamo visto il cartello “Vendesi” proprio su una di queste finestre. Quando siamo entrati la prima volta, l’effetto è stato respingente: pochissima luce, due finestre erano state murate, pesanti tende alle finestre, infissi in gesso dipinti di un marrone scuro, mobili coperti dalla plastica perché erano anni che nessuno ci viveva».

Manuela e Gino, entrambi architetti, hanno però saputo intravederne le eccezionali potenzialità. «Ricordo — continua Fernández Langenegger — che mi sono seduta sul pavimento per 10 minuti per “sentire” la casa è ho ricevuto solo vibrazioni positive. Gino per fortuna si è fidato del mio intuito». E ha fatto bene perché il mercato immobiliare dell’Isola dal 2013 non ha fatto che crescere. «Snaturando in parte l’anima del quartiere — si lamenta l’architetta —. Tanti luoghi storici hanno dovuto chiudere i battenti sostituiti da bar e ristoranti. Restano alcuni punti saldi come la Fonderia Napoleonica, il Blue Note e la bio-panetteria Tondo in via Cola Montano».



















































I 160 metri quadri sono stati ristrutturati da cima a fondo e anche la distribuzione degli ambienti ha subito profonde trasformazioni: «Abbiamo demolito diverse pareti e destinato tutti gli ambienti affacciati sul cortile alla zona notte. La cucina è stata posizionata sulla strada molto lontana da dov’era prima, una soluzione percorribile perché l’interrato è di nostra proprietà e abbiamo potuto spostare gli scarichi senza problemi».
I pavimenti in rovere in cucina e in sala sono quelli originali mentre un nuovo parquet ha sostituito il gres anni 70 nel resto della casa.

Tutte le porte interne sono state rifatte con un’altezza di 2,35 metri invece del classico 2.10 per dare più luminosità agli ambienti mentre gli splendidi radiatori in ghisa sono stati conservati. «Tanti arredi provengono dalla mia ex casa — continua Manuela —. Il grande tavolo in legno della cucina, le sedie da pranzo di Egon Eiermann che ricordano lo stile degli Eames, i tre sideboard identici trovati in un mercatino e la lampada in vetro soffiato del Sud Africa». Gino ama i toni scuri: la cucina è di legno impiallacciato marrone scuro come il divano mentre nero è il grande quadro dell’artista Barbara Colombo («Ma sotto nasconde 5 foglie d’oro, tante quanti sono i componenti di questa famiglia allargata»), ma la padrona di casa, con il tempo, è riuscita a inserire qualche pennellata di colore: «Come la poltrona verde mela Alky di Giancarlo Piretti del 1969 di cui mi sono innamorata a prima vista».


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3 gennaio 2026 ( modifica il 3 gennaio 2026 | 09:09)