Nelle prime ore della sua detenzione negli Stati Uniti, Nicolás Maduro ha scoperto cosa significa passare da uomo più protetto del Venezuela a detenuto federale negli Stati Uniti, mani e piedi legati da catene come il più pericoloso dei criminali, con un supertestimone che potrebbe inchiodarlo. Maduro e la moglie Cilia Flores si trovano ora al Metropolitan Detention Center di Brooklyn, un carcere di transito che ospita imputati in attesa di processo e che, da anni, giudici e associazioni per i diritti civili descrivono come uno dei luoghi più degradati del sistema penitenziario federale americano. L’MDC è un grande complesso sovraffollato, dove le celle restano chiuse per gran parte della giornata, l’assistenza medica è carente e i problemi strutturali (si parla di infiltrazioni, muffa, acqua sporca, riscaldamento inadeguato) sono oggetto di cause legali e richiami ufficiali. Qui sono passati, in tempi recenti, imputati di alto profilo. È qui che è passata Ghislaine Maxwell, complice del pedofilo Jeffrey Epstein. È qui che è stato rinchiuso Joaquín “El Chapo” Guzmán, capo del cartello di Sinaloa, e dove ora si trova anche Luigi Mangione, in attesa del processo per l’omicidio del ceo Brian Thompson. Ed è qui che Maduro attende la sua prima comparizione davanti a un giudice federale, prevista per oggi.
LE ACCUSE
Il confronto storico è inevitabile. Quando Manuel Noriega, il presidente di Panama accusato degli stessi crimini di narcotraffico di Maduro, fu catturato dagli Stati Uniti nel 1990, venne detenuto in un penitenziario federale di media sicurezza, con lo status di prigioniero di guerra riconosciuto in base alla Convenzione di Ginevra. Aveva una cella singola, condizioni relativamente confortevoli e un regime carcerario che, negli anni, è stato descritto come quasi «presidenziale». Maduro, invece, entra nel sistema americano come imputato ad altissimo rischio, con contatti limitati e sorveglianza costante sia per il profilo politico sia per ragioni di sicurezza personale. Improbabile che ieri abbia sentito gli slogan di un centinaio di manifestanti pacifisti che si sono radunati davanti alla prigione per protestare contro l’attacco Usa al suo Paese e per la sua cattura. La sua permanenza è soggetta a regime di isolamento rafforzato, e anche gli incontri con la moglie, se concessi, avverranno solo in forma controllata e sotto supervisione sia degli avvocati che delle guardie carcerarie.
Le accuse che li attendono sono quelle depositate già nel 2020 e ora riattivate: narco-terrorismo, cospirazione per l’importazione di tonnellate di cocaina negli Stati Uniti, uso di armi automatiche e ordigni distruttivi nell’ambito di un presunto «sistema criminale» noto come «Cartel de los Soles». Per i procuratori, Maduro avrebbe trasformato lo Stato venezuelano in un’infrastruttura al servizio del traffico di droga, usando aeroporti militari, hangar presidenziali e apparati di sicurezza come strumenti operativi. Flores è indicata come co-imputata. Eppure, fino a pochi giorni prima del raid, una via d’uscita era stata messa sul tavolo. Intorno al 23 dicembre emissari americani avevano offerto ai Maduro di lasciare il Venezuela e rifugiarsi in Turchia, con garanzie personali, in cambio di un allentamento della pressione internazionale.
IL PROCESSO
L’offerta, raccontano fonti Usa, fu respinta con rabbia. Maduro scelse di restare, convinto forse che l’opzione estrema non sarebbe mai stata attivata. Nel processo che ora si profila, gli Stati Uniti potrebbero chiamare come supertestimone Hugo Armando Carvajal Barrios, ex capo dell’intelligence militare venezuelana, arrestato e già dichiaratosi colpevole di reati analoghi a quelli contestati a Maduro. Carvajal non è ancora stato condannato, un dettaglio che alimenta l’ipotesi di patteggiamento. Conosce strutture, nomi, meccanismi, ed è citato negli atti come parte dello stesso sistema che farebbe capo al suo ex boss, l’uomo che ora siede sul banco degli imputati.
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