Marco Delogu è un celebre fotografo ed editore che si specializza in ritratti di gruppi che condividono linguaggi ed esperienze. Nel 2015-19 ha diretto l’Istituto di cultura italiano a Londra, e dal 2022 è presidente della Azienda Speciale Palaexpo, importante attore di cultura e arte italiana, che gestisce Palazzo Esposizioni, MACRO, Mattatoio e RIF – Museo delle Periferie per conto di Roma Capitale.
Ha appena pubblicato il libro “Marco Delogu Antonello da Messina”, nel quale le sue immagini dialogano con quelle del pittore rinascimentale del Sud. Come ha ideato questo meraviglioso progetto?
«Nel 2006 ci fu una fantastica mostra di Antonello da Messina alle Scuderie del Quirinale. Aveva dipinto soltanto 35 opere, olio su legno o tela, ed erano quasi tutte esposte. Quando le ho viste, ho avuto la sindrome di Stendhal, e ho cominciato a fotografare».
Quale fotografia ha deciso di affiancare al dipinto “L’Annunciata di Palermo”?
«Dopo molte riflessioni, ho preso la foto di una zingara che ho scattato in un campo vicino a Roma. L’avevo incontrata per caso, di solito allestisco lo scenario per le mie foto, ma questa era stata casuale. Stavo scattando un’altra foto, l’ultima del mio libro, e il compagno di Senada, Davide, disse che nella casa abbandonata c’era sua moglie. Senada stava allattando il suo secondo figlio, Jonathan».
Senada e la Madonna hanno la stessa bocca?
«La stessa bocca e uno sguardo completamente diverso, ma con la stessa potenza. Non volevo fare qualcosa di stupido come chiedere a una bella modella di posare come l’Annunciata».
La foto successiva del suo libro è quella del cardinale Ratzinger, che divenne poi il papa Benedetto XVI. Perché lo sovrappone con il pianto del “Cristo alla colonna” di Antonello?
«Non ci sono geometrie, ma nel 1998 mi era capitato di passare mezz’ora in una grande sala con il cardinale Ratzinger. Ero un po’ intimidito e scattai la foto da lontano, e poi chiesi di potermi avvicinare».
Era seduto su una sorta di trono?
«Esatto, in questa incredibile grande sala vuota al Vaticano. Era una sorta di profezia, sedeva in una specie di trance, e quando mi avvicinai con la mia fotocamera 4 x 5 pollici, colsi il suo sguardo, incredibilmente buono».
Che rapporto aveva con questo interessantissimo papa che aveva rinunciato a essere papa?
«All’inizio ero molto ansioso, anche se non sono mai ansioso di solito accanto a persone importanti, avevo fotografato Mikhail Gorbaciov, un altro grande della storia del secolo scorso. Quando Ratzinger divenne papa, avevo partecipato a un pranzo con lui, e la sua guardia del corpo mi aveva dato una spinta. La mia macchina fotografica era andata in pezzi, le batterie cadute per terra, e il papa le aveva raccolte e me le aveva restituite. Era sempre così elegante, con le sue scarpe rosse e il suo segretario, Padre Georg, l’uomo più bello al mondo».
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Poi arriva il ritratto del marinaio sconosciuto di Cefalù, con i suoi occhi ironici. Perché gli ha affiancato un detenuto?
«Perché è morto, ed era l’uomo dalla condanna più lunga. Aveva ucciso con le sue mani, il giudice Vittorio Occorsio. Era legato alla bomba sul treno Italicus, poi aveva ucciso due uomini in carcere. Era il fondatore di Ordine Nuovo».
L’aveva incontrato in carcere?
«Sì. Dissi subito che non volevo incontrare Pierluigi Concutelli, ma a un certo punto mi ritrovai di fronte a lui. Mi disse: “So che sei amico del figlio di Occorsio, vorrei che gli porti un mio messaggio”. Io risposi: “Non gli dirgli nulla, tu hai ucciso suo padre”. Lui mi rispose: “L’ho ucciso in quanto membro dello Stato”. E io risposi: “Hai ucciso suo padre, basta questo».
Non aveva paura che l’avrebbe ucciso?
«In un certo senso sì, ma grazie a Dio dopo 30 minuti la polizia aveva riaperto la porta. Concutelli si era appena bruciato la barba con un fornelletto da campo, e se l’era tagliata di fronte a me. Stava scaldando la pasta della mensa, e io pranzai con lui e il terrorista di Prima Linea torinese, Pannizzari. Riguardando le foto di Concutelli, ho visto che aveva qualcosa che lo faceva assomigliare al marinaio anonimo».
Infine, c’è un vecchio prelato, che lei ha fotografato pochi giorni prima della sua morte, affiancato al dipinto di Cristo ferito?
«Sì, si chiamava Paolo Dezza e non sapevo che stesse morendo. L’avevo fotografato nella Casa Generalizia dei Gesuiti, all’ultimo piano dove è allestita una clinica privata per i gesuiti di alto rango. Rideva e scherzava. Era stato il professore di metafisica di Giovanni Paolo II».
Quanti anni aveva?
«Novanta. Era stato nominato cardinale pochi anni prima. Mi aveva raccontato tante storie, inclusa quella della spedizione di Umberto Nobile, sponsorizzata dall’arcivescovo di Milano a condizione che mettesse la sua bandiera al Polo Nord. Nobile però non ci arrivò mai».
Lei è un uomo religioso?
«No, ma ho molte domande. Sono nato in una famiglia molto cattolica, ma quando ero ancora giovane i miei genitori chiusero con il cattolicesimo e diventarono comunisti. Mio zio però era stato un arcivescovo molto vicino a Paolo VI. Non so cosa mi succederà, ma ovviamente più invecchio e più mi interrogo su perché ho vissuto questa vita, perché faccio questo lavoro».
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Perché ha esordito in America?
«Sono nato a Roma in una famiglia sarda, e nel 1978 sono andato per un anno in Inghilterra. Nel 1981 volevo andare in America e per pagarmi quattro mesi di viaggio dovevo documentare il rapporto tra una grande università e i disabili, perché era l’anno della disabilità. Tornato in Italia, avevo iniziato a lavorare negli ospedali psichiatrici perché mio padre aveva lavorato per la famosa legge Basaglia, che aveva aperto i manicomi. Dovevo decidere se diventare uno storico e andare all’università, oppure fare il fotografo. Scelsi la seconda, anche perché volevo lavorare da solo».
Dopo questo progetto con Antonello de Messina, cosa farà?
«Ero in qualche modo intrappolato nei ritratti, scrittori, artisti, detenuti, contadini, fantini del Palio di Siena. Ora voglio soltanto essere libero, andare in giro e scattare foto se vedo qualcuno che vorrei fotografare».