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C’è una differenza sottile, ma decisiva, tra i campioni e i miti. I primi vincono. I secondi restano. Eddy Merckx, che di entrambi i mondi è stato padrone assoluto, lo sa meglio di chiunque altro. E quando parla, il ciclismo dovrebbe fermarsi ad ascoltare.

Nella sua intervista, il Cannibale non si limita a distribuire complimenti: mette ordine nella storia. E lo fa con una chiarezza che oggi sembra quasi rivoluzionaria. Marco Pantani è «il più grande scalatore di sempre». Tadej Pogačar è «un fuoriclasse assoluto, di testa e di gambe». Lance Armstrong? Un’amicizia che «ha deluso tantissimo». Tre nomi, tre destini, tre modi opposti di stare nella leggenda.

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Pantani: l’uomo che faceva paura alle montagne

Pantani non vinceva: devastava. Quando scattava, non lasciava scie ma voragini. L’Alpe d’Huez nel 1997 e nel 1998, con il record che ancora resiste. Il Galibier sotto la neve al Tour ’98, quando staccò Ullrich come se fosse fermo. Il Mortirolo al Giro, trasformato in un luogo sacro del ciclismo mondiale.

Pantani non aveva bisogno di watt, di grafici o di algoritmi. Aveva la follia del genio e la crudeltà dell’artista. Era fragile, sì. Ma in salita diventava invincibile. Per questo Merckx non ha dubbi: nessuno è mai salito più forte di lui.

Nessuno. Pantani è stato l’ultimo a far sembrare l’impossibile romantico.

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Pogačar: il cannibale gentile

Pogačar è tutto ciò che Pantani non poteva essere per epoca e struttura: totale, scientifico, continuo. Vince i grandi giri, domina le classiche, attacca quando gli altri difendono. Strade bianche, pavé, alta montagna, cronometro: non cambia nulla.

Il Tour 2020 strappato a Roglic nella cronometro finale è già storia. Il bis, il tris, la capacità di vincere il Giro e poi andare a caccia delle classiche come se fossero allenamenti di lusso. Pogačar non corre contro gli avversari: corre contro i limiti stessi del ciclismo moderno. Merckx lo dice senza girarci intorno: tra lui ed Evenepoel non c’è partita. Remco è un marziano a cronometro, Tadej è un extraterrestre ovunque.

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Armstrong: il vuoto lasciato dal rumore

E poi c’è Armstrong. Sette Tour, cancellati. Un dominio che oggi non genera nostalgia, ma imbarazzo. Merckx lo liquida con poche parole, ed è forse la condanna più dura: «Mi ha deluso tantissimo». Perché il ciclismo può perdonare la sconfitta, mai l’inganno che spegne l’anima dello sport.

Due epoche, una stessa vertigine

Pantani e Pogačar non si sfideranno mai. E forse è giusto così. Il Pirata appartiene al tempo dell’istinto, Pogačar a quello della perfezione. Ma entrambi hanno qualcosa che nessun algoritmo può misurare: la capacità di far alzare la gente dal divano.

Pantani faceva sognare. Pogačar fa paura. Uno saliva come se scappasse dai demoni.
L’altro attacca con il sorriso di chi sa già come andrà a finire. Eddy Merckx, che di mostri se ne intende, li guarda entrambi e sentenzia. Non li paragona. Li consacra. Perché i fenomeni vincono le corse. I miti, invece, vincono il tempo.