Sotto il ghiaccio della Groenlandia si nasconde una storia che sfida le moderne convinzioni sull’eccezionalità del riscaldamento attuale. Una recente ricerca pubblicata sulla prestigiosa rivista Nature Geoscience ha portato alla luce prove inconfutabili di un passato in cui la calotta groenlandese era molto più piccola di oggi, arrivando a scomparire del tutto in alcune sue parti. Protagonista di questa scoperta è il Prudhoe Dome, una massiccia cupola di ghiaccio situata nella regione nord-occidentale dell’isola, che oggi raggiunge spessori di oltre cinquecento metri ma che, appena settemila anni fa, semplicemente non esisteva.

Il team di scienziati del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Buffalo (New York) e del Dipartimento di Scienze della Terra e dell’Ambiente dell’Università del Kentucky di Lexington, guidato da Caleb Walcott-George, ha intrapreso una missione di perforazione estrema, attraversando 509 metri di ghiaccio compatto per raggiungere il letto roccioso sottostante. L’obiettivo era recuperare il materiale sepolto per miliardi di anni, trasformando i sedimenti in una sorta di archivio naturale capace di raccontare le oscillazioni climatiche dell’Olocene, il periodo geologico in cui viviamo. Quello che hanno trovato ha scosso le fondamenta della narrazione catastrofista che vede ogni variazione del ghiaccio come un evento senza precedenti storici.

Attraverso una tecnica sofisticata chiamata luminescenza stimolata all’infrarosso, i ricercatori hanno analizzato i granelli di sabbia e i sedimenti estratti dal fondo. Questa metodologia permette di stabilire con precisione l’ultima volta che un granello di minerale è stato esposto alla luce del sole. I risultati sono stati sorprendenti: gli strati superficiali del terreno sotto la cupola di ghiaccio sono stati illuminati dal sole circa 7.100 anni fa. Questo significa che in quel periodo il Prudhoe Dome era completamente fuso, lasciando il suolo nudo ed esposto agli agenti atmosferici per un lungo intervallo di tempo.

La scomparsa del ghiaccio non è stata un evento casuale, ma la risposta diretta a temperature estive che erano significativamente più alte di quelle odierne. Le stime paleoclimatiche indicano che, durante l’Olocene medio, la Groenlandia nord-occidentale era tra i tre e i cinque gradi più calda rispetto ad oggi. Questo dato è fondamentale perché quel livello di calore, raggiunto in modo del tutto naturale migliaia di anni prima della rivoluzione industriale, è molto simile alle proiezioni termiche più catastrofiste ed estreme che i modelli climatici prevedono per l’anno 2100. E che in ogni caso sembrano assolutamente irrealistiche e inverosimili. In altre parole, lo studio dimostra inequivocabilmente come il nostro pianeta abbia già vissuto e superato scenari di riscaldamento analoghi a quelli che oggi vengono definiti apocalittici.

A rafforzare questa tesi contribuiscono le analisi degli isotopi dell’ossigeno effettuate sulla colonna di ghiaccio sovrastante. I ricercatori hanno notato una totale assenza di ghiaccio risalente all’ultima era glaciale, il Pleistocene. Mentre in altre zone della Groenlandia, come nel sito di Camp Century, il ghiaccio antico è ancora presente, al Prudhoe Dome tutto il materiale congelato è di formazione recente. Questo conferma che la cupola si è fusa integralmente dopo l’ultima glaciazione e si è riformata solo successivamente, quando le temperature sono tornate a scendere.

Questa scoperta smonta la narrazione di una calotta glaciale fragile e sull’orlo di un collasso irreversibile causato dall’uomo. Al contrario, dimostra che il ghiaccio groenlandese possiede una dinamica ciclica di crescita e ritiro estremamente resiliente. Se settemila anni fa la Groenlandia era molto più calda e priva di ghiacci in vaste aree costiere e interne, e se nonostante ciò la calotta è stata in grado di rigenerarsi e tornare agli spessori attuali, allora il concetto di punto di non ritorno appare più come uno spauracchio ideologico che come una realtà climatologica.

Il ritiro del ghiaccio durante l’Olocene medio non è stato influenzato dall’innalzamento del livello del mare o dal riscaldamento degli oceani, ma è stato guidato quasi esclusivamente dalla fusione estiva innescata dall’irraggiamento solare. Questo indica che la Groenlandia risponde con estrema sensibilità a variazioni termiche naturali che sono già avvenute in passato. Il fatto che il Prudhoe Dome sia ricresciuto nel corso dei millenni successivi suggerisce che lievi cambiamenti nelle condizioni climatiche possono innescare processi di accumulo capaci di ricostruire intere masse glaciali in tempi geologicamente brevi.

In conclusione, lo studio del Prudhoe Dome ci offre una lezione di umiltà e realismo. Ci insegna che il riscaldamento attuale, pur meritevole di attenzione, rientra in un quadro di variabilità naturale che la Terra ha già sperimentato in tempi relativamente recenti. Vedere la fusione dei ghiacci come un segnale di apocalisse imminente ignora la storia profonda del nostro pianeta, che ha già conosciuto una Groenlandia verde e senza cupole glaciali molto prima che l’attività umana potesse minimamente influenzare l’atmosfera. La scienza geologica, attraverso queste perforazioni, ci invita a guardare oltre l’allarmismo, riconoscendo la potenza e la naturalezza dei cicli climatici terrestri.

A sostegno di queste evidenze climatiche, la stessa Groenlandia si conferma un vero e proprio spauracchio per i catastrofisti del cambiamento climatico. Proprio su questa terra, infatti, interviene anche la storia più recente, quella vissuta e documentata dall’uomo. Circa mille anni fa, durante il cosiddetto Periodo Caldo Medievale, i coloni vichinghi guidati da Erik il Rosso sbarcarono su queste coste e trovarono un territorio così rigoglioso da chiamarlo Greenland, ovvero terra verde. Le testimonianze storiche di insediamenti agricoli e pascoli in aree oggi lambite o ricoperte dai ghiacci confermano ciò che i dati geologici del Prudhoe Dome suggeriscono: la calotta glaciale groenlandese ha subito ritiri significativi in tempi relativamente recenti, ben prima delle emissioni industriali. Ricostruzioni basate su sedimenti lacustri indicano infatti che la calotta ha raggiunto la sua estensione minima tra i 5.000 e i 3.000 anni fa, rimanendo più piccola di quella attuale per gran parte dell’Olocene. Il ghiaccio è tornato ad avanzare fino al suo massimo storico solo molto più tardi, durante la Piccola Era Glaciale terminata intorno al 1850. Cioè meno di due secoli fa. Questo continuo respiro della calotta, che passa da fasi di terra verde a fasi di espansione massima, dimostra che le variazioni osservate oggi non sono anomalie apocalittiche, ma parte di un ciclo naturale di lungo periodo che ha già visto la Groenlandia molto più ospitale e meno ghiacciata di quanto lo sia attualmente.