di Giusi Fasano

Il pubblico ministero durante il processo di primo grado definì Olindo Romano e Rosa Bazzi «il quadrupede» perché avevano una sintonia così perfetta da sembrare una persona sola

Vista da questo ventesimo anno di distanza, la strage di Erba non è più la ferocia di tre donne e un bambino uccisi. Non più il dramma delle loro famiglie e di un uomo ferito nel fisico e nel cuore fino all’ultimo dei suoi giorni. Sembra piuttosto solo materia asettica da salotto televisivo, semmai argomento per un nuovo libro o per raccontare in qualche convegno come e quanto la Giustizia in Italia sia maldestra e lenta.

Lenta, soprattutto. Lenta anche dopo sé stessa, data la consolidata tendenza a riaprire (o tentare di riaprire) vecchi processi chiusi con sentenze definitive.



















































È come se le grandi storie di cronaca nera – e la mattanza di Erba ne fa parte – avessero un diritto tutto loro all’infinità. Quando stanno per cadere nell’oblìo ecco un fatto laterale che le rimette sotto i riflettori, o un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo, oppure un tentativo di nuova inchiesta o di revisione che riporta le pedine al punto di partenza. Una partita infinita, appunto, che riattiva le speranze dei condannati e però si gioca – che lo si voglia no – sulla pelle dei parenti delle vittime, costretti a essere mere comparse della storia riscritta daccapo, ovviamente con prove “nuove” che più nuove non si può, alla fine quasi sempre respinte, salvo rarissime eccezioni.

Per Olindo Romano e Rosa Bazzi è andata male. Per qualche mese la grancassa mediatica e le udienze in Corte d’Appello a Brescia li avevano autorizzati a sperare che sarebbe stata ribaltata la sentenza all’ergastolo avuta fino in Cassazione. Ma i giudici hanno stabilito che nulla dei “nuovi” punti in discussione avrebbe mai scalfito le loro responsabilità. Fine delle trasmissioni. O forse no, perché i loro avvocati non escludono nuovi colpi di scena. Intanto lui è tornato a occuparsi della pulizia nell’infermeria del penitenziario di Opera, lei è tornata alla semilibertà: di giorno il lavoro in una cooperativa sociale, di notte il rientro in cella nel carcere di Bollate. Di tanto in tanto si sentono e si incontrano. Con un distacco, l’uno verso l’altra, che si è fatto notare durante le udienze della tentata revisione. Sono entità e personalità singole, oggi. Non più «quadrupede», come furono definiti dal pubblico ministero in aula nel processo di primo grado perché avevano una sintonia così perfetta da sembrare una persona sola. Anche mentre uccidevano.
Era vent’anni fa. Una vita.

DUE PERSONE ANONIME
Era l’anno dell’arresto di Provenzano; dell’Italia che vinse il mondiale; del rapimento del piccolo Tommaso Onofri; della morte di Pinochet… e di quella coppia che fino a quel 2006 l’Italia ignorava.

Vent’anni fa, in questi stessi giorni, cominciava l’ultimo anno anonimo di Olindo Romano e Rosa Bazzi.

Netturbino lui (classe 1962), donna delle pulizie lei (un anno meno del marito), una vita senza eccessi vissuta al piano terra di una corte nel centro di Erba, nel Comasco. Una di quelle corti dove tutti sanno tutto di tutti. Non di quei due, però. Due tizi molto schivi, per non dire asociali.

Nessun parente né amico passa mai a trovarli; relazioni ridotte al minimo e per lo più tutte legate al lavoro. Educati e mai allegri, ma sempre gentili. Apertamente malmostosi soltanto con i vicini del piano di sopra che – sono convinti – rendono la loro vita impossibile, soprattutto perché il bambino e la mamma non danno tregua sul fronte dei rumori. Non importa che sia vero oppure no, importa la loro percezione, il loro piccolo mondo, la loro organizzazione di vita, lavoro, sonno.

Olindo e Rosa si sentono così esasperati che di notte, per dormire, ogni tanto se ne vanno nella roulotte parcheggiata davanti alla porta di casa e comprata con i risparmi di una vita proprio per fuggire da quell’ossessione, i rumori molesti.

E poi c’è un andirivieni di gente che cerca lui, il padre del piccolo; si chiama Azouz Marzouk, è un giovane tunisino che a loro due non piace per niente. Ha perfino avuto la sfacciataggine di passare davanti alla finestra e sbeffeggiare lei, Rosa.

Ci sono state volte in cui le parole sono diventate minacciose e la lite è diventata rissa. L’ultimo giorno del 2005, per esempio. Il faccia a faccia fra loro e la mamma del piano di sopra, Raffaella, era finito con un’aggressione. Anzi, di più. Era diventato un procedimento penale per percosse e minacce. Udienza davanti al giudice di pace: 13 dicembre 2006. Ma quel 13 dicembre di vent’anni fa nessuno sarà in aula.

Due giorni prima dell’udienza, e più precisamente la sera dell’11 dicembre, alle 20.20, la corte di Erba si riempie prima di fumo e poi di sgomento, smarrimento. Di morte. C’è un incendio nell’appartamento sopra quello di Olindo e Rosa. Un vigile del fuoco volontario che vive nella casa di ringhiera di fronte, corre verso il fuoco e chiama i colleghi per i soccorsi. Sul pianerottolo, davanti alla porta della casa in fiamme, c’è un uomo per terra con la gola tagliata. I soccorritori lo trascinano lontano dal fuoco mentre dal piano superiore, una mansarda, la voce di una donna, sempre più flebile, chiede aiuto.

Poco prima di mezzanotte è il procuratore capo di Como, Alessandro Maria Lodolini, a tirare le somme della strage. Davanti a un muro di microfoni e telecamere dice che nella casa dell’incendio sono morte tre donne e un bambino, e che c’è un ferito grave. Sono stati uccisi tutti da coltelli e spranghe, non dal rogo. E, aggiunge il capo della procura, «abbiamo un sospettato». Dice che «stiamo cercando di rintracciare il marito di una delle vittime, appena liberato con l’indulto dopo una condanna per droga». È l’Azouz Marzouk tanto malvisto da Rosa e Olindo, appunto.

Nel tempo la mattanza di quella sera è diventata sbrigativamente “la strage di Erba”. Ma nella parola “strage” ci sono le persone perdute per sempre, che vogliamo ricordare con i loro nomi e cognomi: Raffaella Castagna, 30 anni, il suo bambino di due anni, Youssef, sua madre Paola Galli, 57 anni, e la sua vicina di casa, Valeria Cherubini, 55 anni, trovata morta nella mansarda dove viveva. Mario Frigerio, il marito di Valeria Cherubini (l’uomo agonizzante sul pianerottolo) era sceso assieme a lei perché c’era fumo e pensarono che qualcuno potesse aver bisogno di aiuto. Lui si salvò perché chi lo aveva sgozzato non poteva sapere della sua malformazione alla carotide, lei fu rincorsa sulle scale fino alla sua mansarda, dove morì.

Azouz Marzouk, il “sospettato” a cui si riferiva il procuratore, come abbiamo saputo in tutti questi anni è risultato responsabile di molte azioni quantomeno discutibili, nella sua vita, ma non è lui l’assassino di suo figlio, della moglie, della suocera e della vicina. Gli assassini sono Olindo e Rosa, quella coppia che covava in silenzio livore e vendetta verso i vicini tanto odiati. Li hanno uccisi e poi hanno dato fuoco alla casa. Frigerio, in aula, li guardò neglio occhi e disse ai giudici: «Eccoli lì… sono loro due, sono quei due delinquenti lì…».

6 gennaio 2026