Il 2026 segnerà un nuovo passaggio chiave nella regolamentazione tecnica del ciclismo su strada. L’UCI ha definito una serie di modifiche che non si limitano a piccoli aggiustamenti, ma vanno a incidere in modo diretto su come saranno progettate le bici, come si correrà in gruppo e su quali margini di sviluppo resteranno all’industria.
Come spesso accade, l’obiettivo dichiarato è la sicurezza. Ma, ancora una volta, il confine tra tutela degli atleti e controllo dell’innovazione appare sottile, e non privo di contraddizioni.
Caschi: fine delle zone grigie
Uno degli interventi più netti riguarda i caschi utilizzabili nelle gare in linea. Dal 2026 non sarà più possibile correre con modelli dotati di visiere integrate, copertura delle orecchie o soluzioni ibride troppo vicine ai caschi da cronometro.
Il messaggio è chiaro: stop all’aerodinamica “mascherata” nelle corse di gruppo. La distinzione tra casco da strada e casco da crono viene resa esplicita, dopo anni in cui i confini erano diventati sempre più sfumati.
Dal punto di vista della sicurezza, la scelta è comprensibile. Dal punto di vista tecnico, però, si chiude una fase di grande sperimentazione, in cui comfort, ventilazione e aerodinamica stavano convergendo in soluzioni ibride spesso molto efficaci anche per l’utente finale.
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foto: ASO
Manubri: la misura unica che non esiste
La norma che fa discutere molto riguarda i manubri. L’introduzione di una larghezza minima obbligatoria e di limiti precisi su flare e distanza tra le leve nasce con l’intento di evitare posizioni estreme, troppo chiuse e potenzialmente instabili in gruppo.
Il problema è che una misura “giusta” in assoluto non esiste. L’anatomia dei ciclisti è estremamente variabile e imporre una larghezza minima rischia di:
- penalizzare atleti di statura ridotta
- creare problemi ergonomici soprattutto nel ciclismo femminile
- spingere verso compromessi di posizione che nulla hanno a che vedere con la sicurezza reale
Il rischio concreto è che si confonda la posizione “non convenzionale” con la posizione “pericolosa”, senza una reale base biomeccanica o statistica.
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Ruote e telai: basta estremi
Arrivano anche limiti più stringenti su ruote e telai, con soglie massime per il profilo dei cerchi e per le larghezze di forcelle e carro posteriore. L’obiettivo è evitare biciclette sempre più “aperte” davanti e dietro, nate per ottimizzare l’aerodinamica ma potenzialmente critiche in condizioni di vento laterale o in gruppo compatto.
Qui l’intervento dell’UCI appare più coerente: negli ultimi anni la corsa al profilo alto e alle geometrie esasperate ha prodotto vantaggi marginali a fronte di comportamenti dinamici non sempre prevedibili, soprattutto per atleti meno potenti o in condizioni difficili.
Resta però un punto aperto: quanto questi limiti incideranno davvero sulla sicurezza e quanto, invece, serviranno a standardizzare il prodotto, riducendo le differenze tra marchi?
Rapporti e velocità: il tema che nessuno vuole affrontare fino in fondo
Il possibile limite ai rapporti massimi è forse la questione più delicata. Ridurre la velocità di punta intervenendo sulla trasmissione sembra una soluzione semplice, ma rischia di essere tecnicamente discutibile e sportivamente distorsiva.
Il ciclismo moderno è già profondamente influenzato da aerodinamica, materiali, preparazione atletica e strategie di gara. Intervenire solo sui rapporti significa colpire un effetto, non la causa, e creare potenziali squilibri tra chi utilizza piattaforme diverse.
Ancora una volta, emerge una sensazione già nota: la volontà di “contenere” il ciclismo più che di comprenderlo fino in fondo.
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Oltre la strada: una visione più ampia del corridore moderno
Interessante, e in parte condivisibile, è l’apertura verso una valutazione multidisciplinare degli atleti, con il riconoscimento dei risultati ottenuti anche fuori dalla strada.
Il ciclismo contemporaneo è sempre meno monodisciplinare, e ignorarlo sarebbe miope. Qui l’UCI sembra finalmente prendere atto di una realtà già evidente, in cui il talento si esprime su più terreni e con competenze trasversali.
Molte delle soluzioni oggi sotto accusa sono nate proprio per rispondere a esigenze reali: comfort, stabilità, riduzione dell’affaticamento, miglior controllo del mezzo. Bloccarle per principio può avere conseguenze anche sul mercato, costringendo aziende e utenti a ripensare prodotti ancora perfettamente validi.
Il 2026 sarà un nuovo banco di prova: capiremo se queste regole sapranno davvero rendere le corse più sicure o se finiranno per essere l’ennesimo compromesso che scontenta tutti.
Tabella riassuntiva
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