The Vampire Diaries è forse giunta tra noi quando la mania dei vampiri stava già iniziando a mostrare segni di stanchezza. Questo tuttavia non toglie come la serie sia riuscita comunque a ridefinire il genere per un’intera generazione di giovani spettatori, prendendo il tormento adolescenziale di Twilight e inserendola in una cornice più cupa e seriale.

Al centro della serie vi era Nina Dobrev nei panni di Elena Gilbert, liceale “qualunque” di Mystic Falls che diventa l’oggetto del desiderio di due vampiri molto diversi tra loro: i fratelli Stefan e Damon Salvatore, interpretati rispettivamente da Paul Wesley e Ian Somerhalder. Un triangolo amoroso che è stato il motore emotivo della serie fino all’ultimo episodio, e che tuttavia 

Quasi in parallelo, HBO stava giocando sullo stesso terreno, ma con regole molto più audaci. Nel 2008 debutta infatti True Blood, adattamento dei romanzi Southern Vampire Mysteries di Charlaine Harris. Anche qui troviamo una donna umana al centro di un intreccio sentimentale con due vampiri, il quale propone tuttavia un tono radicalmente diverso, molto più adulto, esplicitamente sessuale e soprattutto sanguinoso. Ambientata nella profonda Louisiana, True Blood abbraccia quindi la figura del vampiro come metafora sociale e sessuale, osando laddove The Vampire Diaries non ha mai davvero voluto spingersi.

Nel complesso, True Blood riesce a raccontare una storia più solida e consapevole. A fare la differenza è innanzitutto la protagonista. Sookie Stackhouse (Anna Paquin) è infatti un personaggio definito, autonomo, con un’identità chiara. Fin dal primo episodio scopriamo che è una telepate, condizione che rende impossibile per lei qualsiasi relazione con uomini umani. Sentire costantemente tutti i loro pensieri in testa si rivela insostenibile. Cosa che invece non accade con i vampiri, i quali si rivelano gli unici in grado di regalarle il “silenzio”.

Bill Compton (Stephen Moyer) è il primo grande amore di Sookie. Vampiro della Guerra Civile, tormentato e malinconico, cerca di restare ancorato alla propria umanità nutrendosi di True Blood, speciale tipo di sangue sintetico che può soddisfare i bisogni fisiologici dei vampiri. Torna a Bon Temps proprio per reinserirsi nella società e finisce per innamorarsi di Sookie soprattutto perché lei lo vede ancora come una persona. Nelle prime stagioni, Bill e Sookie formano una coppia ispirata e credibile, costruita su empatia e bisogno reciproco, per la quale è impossibile non fare il tifo.

L’arrivo di Eric Northman (Alexander Skarsgård) complica ulteriormente il quadro. Antico, carismatico e brutale, Eric rappresenta l’opposto di Bill. Eric rappresenta infatti il potere, l’istinto, e l’ambiguità morale, eppure, tra lui e Sookie scatta qualcosa di innegabile. True Blood riesce quindi non facile obiettivo di dare un significato profondo al suo triangolo amoroso, guardandosi bene dal renderlo come un semplice gioco di preferenze. Agli occhi di Sookie, Bill ed Eric incarnano infatti  due possibilità diverse, entrambe legittime, entrambe pericolose.

Dopo sette stagioni altalenanti ma coerenti con il proprio universo, True Blood arriva inoltre a un finale sorprendentemente efficace. L’epidemia di epatite V — malattia mortale per i vampiri — riporta Bill e Sookie a un’intimità tragica e definitiva. Bill, ormai condannato, chiede a Sookie di ucciderlo. Un gesto col quale arriva il completamento del cerchio: così come lui le ha salvato la vita nel primo episodio, ora è lei a porre fine alla sua, dando vita ad una conclusione amara, inevitabile, ma profondamente coerente. Sookie ama Bill ed Eric in modi diversi, ma alla fine sceglie sé stessa. L’ultima immagine la mostra incinta, accanto a un uomo anonimo: una scelta forte, che può dividere i fan, ma che sancisce la sua  definitiva emancipazione da ogni dinamica vampiresca.

The Vampire Diaries, invece, non ha mai davvero avuto questa possibilità. Il finale della serie ha provato a chiudere quante più linee narrative possibile, ma è finita per sacrificare uno dei suoi personaggi chiave. Stefan Salvatore, da sempre in cerca di redenzione per aver condannato se stesso e il fratello alla non-morte nel 1864, trova la sua conclusione nel sacrificio. Coerente con il personaggio, certo, ma anche profondamente frustrante, dal momento che dopo ben quindici stagioni, gli viene concesso a malapena un attimo di pace prima di morire.

Damon, al contrario, riesce a ottenere tutto, anche troppo, diventando umano e potendo così vivere la sua vita con Elena. Una ricompensa che, tuttavia, appare alquanto paradossale, se consideriamo che Damon ha sempre abbracciato la sua natura di vampiro con molto più entusiasmo di Stefan. L’uscita di scena di Nina Dobrev dopo la sesta stagione ha chiaramente complicato i piani narrativi, lasciando la serie in una sorta di limbo emotivo dal quale è stato difficile uscire senza forzature.

Insomma, in fi dei conti sia True Blood che The Vampire Diaries hanno finali che funzionano, ciascuno a modo suo. Ad ogni modo, se la serie ambientata a Mystic Falls resta intrappolata nel peso dei sacrifici, True Blood riesce ad andare oltre il triangolo amoroso e a chiudere la storia di Sookie con una scelta di libertà, riuscendo là dove The Vampire Diaries ha fallito.

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