Nella documentazione a corredo dell’indagine sono citate tre società giapponesi: Shin-Etsu Chemical, Air Liquide Japan G.K. e Mitsubishi Chemical Group. In Cina questo tipo di investigazioni possono durare fino a un anno con la possibilità di essere estese per ulteriori sei mesi.

La nuova iniziativa di Pechino sembra inserirsi in una serie di mosse mirate a mettere pressione sul Giappone dopo che, alcune settimane fa, la premier nipponica Sanae Takaichi ha fatto scoppiare una crisi diplomatica tra i due Paesi, dicendo in Parlamento ciò che a Tokyo tutti pensano e sussurrano. Ovvero che, in caso di attacco cinese contro Taiwan, il Giappone potrebbe vedersi costretto a intervenire militarmente a difesa dell’isola.

Le parole di Takaichi hanno suscitato una reazione furiosa da parte del governo cinese, di fronte alla quale la prima donna premier del Giappone ha opposto un netto rifiuto a ritrattare quanto detto. Nelle settimane successive, il suo annuncio di un aumento del 3,8% del budget della difesa non ha fatto che accrescere la rabbia di Pechino che nelle ultime settimane ha prima impresso ulteriore vigore alle sue manovre militari al largo di Taiwan, quindi annunciato il blocco dell’esportazione di tecnologie dual-use verso il Giappone.

In base all’ultima versione aggiornata allo scorso 31 dicembre le categorie di prodotto che Pechino considera potenzialmente utilizzabili in ambito militare sono più di 800. Secondo Takahide Kiuchi, executive economist del Nomura Research Institute di Tokyo, il blocco potrebbe riguardare il 42% delle esportazioni cinesi verso il Giappone.

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