di
Francesco Bertolino
Stimato un prezzo di 2.760 miliardi, il 9% del Pil Usa e il 7% del suo debito pubblico. Una somma enorme ma in linea con il precedente dell’acquisto della Louisiana dalla Francia
L’acquisto della Groenlandia da parte degli Stati Uniti «sarebbe essenzialmente una grande operazione immobiliare». Donald Trump lo ha ripetuto più volte sin dal 2019, quando per la prima volta ha ventilato l’ipotesi di comprare la grande isola artica dalla Danimarca. Ora che il presidente americano sembra più che mai determinato a presentare un’offerta all’attuale proprietaria, sorge spontanea la domanda: quanto vale la Groenlandia?
I tentativi precedenti
Per rispondere, si potrebbe adottare un criterio storico. Gli Stati Uniti hanno già tentato due volte di acquistare l’isola. Dopo aver siglato l’acquisto dell’Alaska dalla Russia per 7,2 milioni, nel 1868 il segretario di Stato americano William H. Seward considerò anche di rilevare la Groenlandia e l’Islanda per 5,5 milioni, ma non arrivò mai ad avanzare una proposta formale. A presentarla fu invece nel 1946 il presidente Harry Truman che offrì 100 milioni di dollari in lingotti d’oro per convincere la Danimarca a vendergli il territorio. Senza riuscirci. La somma equivarrebbe oggi a circa 1,6 miliardi di dollari, stima l’American Action Forum, un think tank di centro-destra. Ma sarebbe più corretto attualizzarla in proporzione al Pil americano del 1946 e del 2025, con il risultato che Trump dovrebbe mettere sul piatto circa 12,9 miliardi di dollari per pareggiare la proposta di Truman.
Le risorse minerarie
Rispetto al 1946, però, le produzioni sono profondamente cambiate, sicché il «prezzo» della Danimarca dovrebbe tener conto del valore della Groenlandia per l’economia statunitense e mondiale. Si stima che l’isola ospiti risorse minerarie del valore di 4.400 miliardi di dollari: circa 1.700 miliardi di petrolio e gas – la cui estrazione è oggi proibita per ragioni ambientali – e 2.700 miliardi di altri minerali, fra cui le preziosissime terre rare. Tuttavia, l’estrazione di queste riserve è tutt’altro che semplice alla luce del clima ostile, della scarsità di manodopera e della carenza di infrastrutture: meno del 2% del territorio della Groenlandia è oggetto di licenze di esplorazione minerarie. L’American Action Forum stima, perciò, che il valore attuale delle risorse minerarie sfruttabili dell’isola sia attorno ai 186 miliardi di dollari. Somma che però non tiene conto della possibilità che, una volta proprietari, gli Stati Uniti di Trump spingano l’acceleratore sull’industria mineraria e petrolifera al grido di “Drill, baby, drill”.
La posizione strategica
Oltre che per le risorse minerarie, però, Trump vuole la Groenlandia anche per ragioni geopolitiche: «Ci serve per la nostra sicurezza», ha detto, alludendo alla sua posizione strategica nell’Artico che, con lo scioglimento dei ghiacci e il progresso tecnologico, sta diventando sempre più terreno di confronto fra grandi potenze: Cina, Russia e, appunto, Stati Uniti. Come dare un prezzo a questa componente extra-economica, ma di sicurezza e militare? Se davvero l’acquisto della Groenlandia è un affare immobiliare, allora sostiene il think tank, tanto vale valutare l’isola con i criteri di quel mercato. Se gli Usa dovessero comprare tutti gli edifici esistenti in Islanda – Paese simile alla Groenlandia per posizionamento geostrategico – dovrebbero sborsare 131 miliardi, ossia 1,28 milioni al chilometro quadrato. Applicando questo valore a tutto il territorio groenlandese, si arriverebbe a un prezzo complessivo di 2.760 miliardi, circa il 9% del Prodotto interno lordo americano e il 7% del suo debito pubblico.
Il prezzo della Louisiana
Una somma enorme ma non fantascientifica, se si guarda ai precedenti storici. Per comprare dalla Francia la Louisiana – grande un ventesimo della Groenlandia – nel 1803, per esempio, gli Stati Uniti spesero 15 milioni, cifra pari al 3% del Pil di allora e a 890 miliardi di dollari odierni Decisamente più convenienti per gli Usa – specie se paragonati alla loro rendita prospettica – furono gli acquisti della Florida dalla Spagna nel 1819 (5 milioni, 0,68% del Pil), dell’Alaska dalla Russia nel 1867 (7,2 milioni, 0,09% del pil) e delle Isole Vergini americane che furono vendute proprio dalla Danimarca per 25 milioni (0,04%) del pil nel 1917.
Il diritto internazionale
Questi precedenti risalgono però in larga parte a un’epoca in cui i territori erano considerati nel diritto internazionale un bene negoziabile e quindi passibile di compravendite (cosa che, peraltro, poteva in certa misura facilitare la conclusione di guerre o evitarne l’insorgere). L’affermarsi degli Stati-nazione, del principio di sovranità e di quello di autodeterminazione dei popoli fanno però apparire l’idea di Trump di acquistare la Groenlandia fuori dal tempo o, perlomeno, molto più difficile da inquadrare in un contratto bilaterale di compravendita. Non a caso, nel loro comunicato congiunto, Italia, Francia, Germania, Regno Unito, Danimarca e Spagna hanno fatto notare che «la Groenlandia appartiene al suo popolo: spetta alla Danimarca e alla Groenlandia, e solo a loro, decidere sulle questioni che li riguardano».
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8 gennaio 2026 ( modifica il 8 gennaio 2026 | 07:27)
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