VENEZIA – «Avrei avuto molto piacere che il municipio di Venezia avesse acquistato un mio quadro e la mia firma fosse accanto al mio allievo Nomellini: neanche a te non è venuto in mente per farlo venire mente a Fradeletto, il quale però, se vuole, tutto fa. Per il dire il vero mi è dispiaciuto». Poco dopo aver scritto l’ultima lettera a Plinio Nomellini con il desiderio di entrare nelle collezioni della Galleria Internazionale di Venezia (la Biennale) muore. E Venezia acquistò solo l’anno dopo “Lo scoppio del cassone”, – ora a Ca’ Pesaro mentre, quasi una riparazione, la Biennale del 1909 gli dedicò una mostra individuale.
Il destino
Nell’intricato destino di Giovanni Fattori – pittore e incisore, considerato uno dei più grandi artisti dell’800, il principale esponente della corrente dei “macchiaioli”, Venezia ha una parte importante e conflittuale. Come tantissime cose della vita di questo maestro (1825-1908) al quale la sua città natale, Livorno, dedica, per i 200 anni dalla nascita, la grande mostra “Giovanni Fattori, una rivoluzione in pittura”, a villa Mimbelli, fino a domenica 11 gennaio. Un percorso che fa capire l’evoluzione dell’artista che è stato ostinatamente contro mode e imitazioni, sempre con molti debiti, tre volte vedovo, innamoratosi anche scandalosamente per l’epoca – in età adulta di una giovanissima tedesca, Amalia.
Il prezioso lavoro del catalogo curato da Vincenzo Farinella, nato ad Adria, docente alla Normale di Pisa, apre scenari poco conosciuti della turbolenta vita del pittore e incisore, “antieroico e antiretorico”, e del suo odio-amore per Venezia.