di
Aldo Grasso

Nella miniserie in onda su Canale 5 l’attrice interpreta una preside travolta da uno scandalo quando viene diffuso un video intimo senza consenso

Si chiama ricatto del contenuto: ci sono storie che trattano temi sociali così importanti da renderle immuni da ogni critica. Ma come, si parla di violazioni della privacy, di ricatti digitali e discriminazioni che colpiscono le persone e noi stiamo qui a spaccare il capello in quattro? Sabrina Ferilli è Virginia Terzi, preside di un liceo in un borgo sul lago alle porte di Roma. Educatrice brillante e ideatrice di «A Testa Alta», un progetto contro la dipendenza digitale, sta per coronare il sogno della sua vita quando un video intimo diffuso senza consenso la travolge in uno scandalo mediatico. La comunità si spacca, la macchina del fango parte e Virginia deve difendere sé stessa, suo figlio e i valori in cui crede. Questa, in breve, la trama di «A testa alta», una miniserie in tre serate scritta da Mizio Curcio, Andrea Nobile, Nicoletta Senzacqua, Paolo Marchesini e diretta da Giacomo Martelli (Canale 5).

Con tutto il rispetto che si deve a un racconto che, quasi in maniera didascalica, affronta temi cruciali come il revenge porn, cioè la diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti, è difficile non sottolineare la povertà espressiva di questo stesso racconto. Allo scoppiare della gogna, Sabrina Ferilli è colta dalla «sindrome Anna Magnani», che non abbandonerà più: occhi affondati in orbite scure, sguardo perennemente accorato, postura tragica sospesa tra la disperazione della «mater dolorosa» e una vitalità irrefrenabile. Sì, ma poi la recitazione è appena sufficiente. Per non parlare dei comprimari, quasi una coralità presa al risparmio. Alla fine, uno resta incantato solo dal paesaggio: il cuore della fiction è infatti Anguillara Sabazia, incantevole borgo affacciato sul Lago di Bracciano, a circa 30 chilometri da Roma. Quando si parla di fiction, il coraggio non dovrebbe interessare solo la storia ma anche la recitazione, la regia, la scrittura. Un’opera non viene valutata per la bontà o malvagità della causa che serve, ma per l’intensità espressiva e la dedizione stilistica con cui quella stessa causa viene messa in scena.



















































8 gennaio 2026 ( modifica il 8 gennaio 2026 | 16:33)