Ogni volta che viene pubblicato un nuovo disco dei Kauan, sono in molti a notare come Anton Belov, leader e fondatore della band, sia un compositore sottovalutato e, se ripercorriamo le tappe di un percorso partito ormai vent’anni fa, è impossibile non constatare come il musicista russo abbia realizzato una manciata di opere che, a dispetto di un valore artistico veramente alto, non hanno raggiunto il riscontro che avrebbero meritato.
Nato nella remota città di Chelyabinsk ma ora residente a Helsinki, questo progetto dai contorni mutevoli ha trovato finalmente una formazione stabile che vede Belov e la moglie Alina quali punti fissi: il risultato è “Wayhome”, che arriva a quattro anni dal precedente “Ice Fleet” e ribadisce come i Kauan siano capaci come pochi altri di dipingere paesaggi sonori e raccontare storie, con il loro stile che per comodità chiamiamo post-rock ma che, in realtà, abbraccia molti altri generi e sonorità.
In occasione dell’uscita dell’album abbiamo intervistato lo stesso Anton, che si è rivelato un interlocutore affabile, loquace e con opinioni per niente scontate.
CIAO ANTON, BENVENUTO SU METALITALIA.COM E CONGRATULAZIONI PER IL NUOVO ALBUM.
E’ LA PRIMA VOLTA CHE VI OSPITIAMO SUL NOSTRO SITO, POTRESTI BREVEMENTE PRESENTARE LA BAND?
– Sì, probabilmente è anche la prima intervista che faccio con una webzine italiana. Non ne sono sicuro, perché nel 2017 ne ho fatte molte e non ricordo esattamente con chi, ma per quanto riguarda gli ultimi anni ne sono certo.
Iniziamo: mi chiamo Anton Belov e sono il fondatore dei Kauan, gruppo che ha quasi vent’anni di vita ed è nato per essere soprattutto un progetto da studio, con me a comporre tutta la musica. Dieci anni fa o poco più mi hanno convinto a suonare anche dal vivo e da allora abbiamo fatto alcuni concerti. Non mi entusiasma l’idea di suonare live, ma mi hanno praticamente costretto ed ho dovuto accettare e così ora abbiamo una formazione stabile con molti musicisti coinvolti e siamo come una piccola famiglia che include anche chi si occupa delle copertine o dei video. Siamo tutti sulla stessa barca.
MOLTI DEI VOSTRI ALBUM SONO CONCEPT. LO E’ ANCHE “WAYHOME”? C’E’ UN FILO CONDUTTORE CHE LEGA I PEZZI?
– Sì, certo. Probabilmente hai ascoltato solo la versione digitale del disco, tutte queste informazioni sono nel libretto del CD e del vinile. “Wayhome” è una canzone lunga cinquanta minuti tagliata in pezzi per, diciamo così, venire incontro alle esigenze dell’ascoltatore, esattamente come “Sorni Nai”, “Pirut” ed il nostro album precedente.
L’idea che c’è dietro è, essenzialmente, la definizione di cosa è ‘way‘ e di cosa è ‘home‘ e di chi intraprende un viaggio per diverse ragioni. Pensa alle persone che se ne vanno dal proprio paese natale e non sentono la necessità di spiegare quale sia la loro casa: è il posto in cui sono cresciuti oppure quello che li ha accolti o, semplicemente, l’edificio in cui vivono con il loro gatto? Dipende dalla situazione, ovviamente: in questo momento, tu ti senti a casa?
Inoltre, dopo aver composto questo disco ho realizzato che per molti il viaggio potrebbe non essere inteso come reale, ma come mentale. Se stai cercando di trovare la pace con te stesso, con gli altri o con le tue paure, tornare a casa può avere un significato legato alla serenità nella vita, oppure potrebbe essere anche nella morte, tanto che questo tragitto può essere inteso come l’arco della tua esistenza, concluso con la tua fine o quella dei tuoi genitori o delle persone che ti stanno vicino.
Negli ultimi cinque anni abbiamo vissuto una vita strana, con eventi storici segnanti, a partire dalla pandemia di Covid fino alle guerre e, per questo motivo, tali domande sono molto importanti.
UNA DOMANDA CHE TI AVREI FATTO PIU’ TARDI MA CHE ANTICIPO PERCHE’ LEGATA A QUANTO STAI SPIEGANDO: SO CHE VI SIETE SPOSTATI MOLTE VOLTE DURANTE LA VOSTRA CARRIERA, DALLA RUSSIA ALL’UCRAINA FINO ALL’ESTONIA E ALLA FINLANDIA. QUAL E’ LA VOSTA CASA? CIO’ HA AVUTO UNA FORTE INFLUENZA SUL VOSTRO LAVORO E SULLA VOSTRA CREATIVITA’?
– Mi sono posto queste domande ma non mi sono mai dato una risposta, è troppo difficile da definire. Ok, se mi chiedi una risposta rapida ti dico che la mia casa è il posto in cui la mia famiglia risiede e, per il momento, è qui, a Helsinki, dove c’è anche il mio gatto (ride, ndr).
In un contesto più filosofico, penso che quando ti sposti così tante volte e con questa frequenza diventa difficile capire il perché e ciò ti influenza sotto molti punti di vista, anche negativamente. Per esempio, quando è iniziata la pandemia, al contrario di molti altri artisti, non ho sentito nessun tipo di ispirazione. Molti musicisti al tempo dicevano: “Ora sono pieno di idee e posso scrivere tutto ciò che voglio“.
Io, invece, mi stavo ancora guardando intorno per comprendere ciò che stava succedendo e, subito, iniziò anche la guerra, limitando ulteriormente la mia creatività ma, soprattutto, come potevo pensare alla mia musica quando la maggior parte dei membri della band erano ancora in Ucraina, a Kiev? Come potevo scrivere qualcosa quando loro si trovavano nel bel mezzo dei bombardamenti?
Ma poi è trascorso del tempo, mi sono trasferito in Finlandia, entrambi i miei nonni sono morti ma, essendo in Russia, non ho potuto partecipare ai funerali ed anche questo è stato un avvenimento che mi ha spinto a comporre nuova musica.
Se dai un’occhiata alla nostra discografia, sono passati quasi quattro anni da “Ice Fleet”: questo lungo periodo mi è stato necessario per ritornare ad essere me stesso.
TORNANDO AL DISCO, SEMBRA CHE CI SIA UN CLIMAX CRESCENTE CHE ATTRAVERSA I PEZZI. E’ QUALCOSA LEGATO ALLA STORIA CHE RACCONTATE?
– Esatto, anche se non si tratta di una storia specifica. Se dai un’occhiata ai titoli delle canzoni, ci troverai la legenda di una mappa o degli appunti di viaggio.
PARLANDO APPUNTO DEI TITOLI, SONO TUTTI COMPOSTI DA UNA COMBINAZIONE DI DUE PAROLE IN INGLESE. QUAL E’ IL LORO SIGNIFICATO?
– La prima parola è sempre connessa, in un modo o nell’altro, a quello che è il viaggio nel senso letterale, un tragitto fisico da un luogo ad un altro. La seconda ha un significato più astratto, legato a quello che può essere il tuo viaggio mentale, e può essere vista come il passaggio attraverso il quale tu stesso trovi una risoluzione o qualcosa di simile.
Penso sia giusto dare una chiave di interpretazione, ma deve essere fatto in modo da lasciare spazio alla fantasia di ciascun ascoltatore.
L’album parla di me stesso e per alcuni potrebbe essere visto come una specie di perdita, per questo spero che ognuno apprezzi la propria versione di “Wayhome”, che deve essere unica e non condivisibile con nessun altro.
IL PROCESSO DI SCRITTURA DELL’ALBUM E’ STATO SIMILE A QUELLO UTILIZZATO PER I DISCHI PRECEDENTI O HA SEGUITO UNA STRADA DIVERSA?
– E’ stato completamente differente. Di solito il primo passo è il concept e poi scrivo la musica. E’ la storia ad ispirarmi e l’esempio migliore è “Sorni Nai”: leggiamo molto, tutti noi della band, discutiamo molto tra noi e siamo affascinati da questi eventi mistici.
Ma con “Wayhome” è accaduto l’esatto contrario: ho scritto quasi tutto l’album senza avere in mente di cosa parlare e mi sono ritrovato con quaranta minuti di musica, un bozzetto di quello che sarebbe stato il risultato finale e che mi sono messo ad ascoltare ogni giorno. Mi dicevo: “Ho il demo del disco, ma ora devo pensare ai testi e non ho ancora la minima idea della direzione da intraprendere…“.
Ad un certo punto, stavo camminando sulla riva del mare qui a Helsinki e, in quei giorni, stavo leggendo Tolkien, “Il Signore Degli Anelli”, o forse era “Lo Hobbit”, non ricordo nello specifico, e Gandalf stava dicendo a Bilbo. “C’è una lunga strada davanti a noi, ma è la strada verso casa“.
Riflettevo su questa frase e, mentre la ripetevo stavo ascoltando la musica che avevo composto e tutto ha iniziato a quadrare: sai, quei momenti magici in cui trovi la soluzione del puzzle e in trenta minuti hai tutte le idee che non avevi trovato prima. Quando ciò è accaduto, all’improvviso avevo in mente tutto, non solo i testi ma anche la copertina ed il booklet, e tutto il viaggio ha assunto un senso compiuto.
“ICE FLEET” SUONAVA MOLTO PIU’ SEMPLICE E SPOGLIO RISPETTO ALLA TUA PRODUZIONE PRECEDENTE E, FORSE PER QUESTO MOTIVO, HA RICEVUTO QUALCHE CRITICA.
“WAYHOME” NELLA PRIMA PARTE E’ SIMILE AD “ICE FLEET”, MENTRE NELLA SECONDA SI AVVICINA AI VOSTRI VECCHI DISCHI, COME SE SI DEPOSITASSERO STRATI MUSICALI CON L’AVANZARE DEI BRANI. SEI D’ACCORDO?
– E’ molto complicato parlarne per me come compositore, poiché vedo tutti questi aspetti da una prospettiva differente.
Se dovessi immedesimarmi in un ascoltatore, probabilmente “Ice Fleet” sarebbe l’album più difficile da comprendere e so di persone che l’hanno apprezzato dopo molti ascolti. Non è un disco che capisci subito nella sua totalità, devi prenderti del tempo e affrontarlo con il giusto umore.
Ma mi rendo conto come sia tutta una questione di opinioni e gusti personali ed io non sono la persona idonea ad esprimere i miei, perché ovviamente conosco quei pezzi dall’interno e ne ho la mia visione ma, tornando alla tua domanda, tecnicamente ti direi che hai ragione: “Wayhome” parte soffuso ma pian piano vengono aggiunte melodie fino a raggiungere una certa epicità e tragicità.
Forse tragicità non è il termine giusto, bisognerebbe parlare di grandezza: tornare a casa non è cosa da poco.
C’E’ UN PEZZO CHE RAPPRESENTA L’ALBUM PIU’ DEGLI ALTRI?
– No. Come ho detto in precedenza, l’ho concepito come un unico brano e quindi è impossibile scegliere una sola canzone.
Quando l’etichetta mi ha chiesto di scegliere un singolo, per me è stata una grande sofferenza.
A PROPOSITO DI QUELLO CHE STAI DICENDO: LA MUSICA ATTUALE, ANCHE PER COME SONO STRUTTURATE LE PIATTAFORME DIGITALI, E’ MOLTO LEGATA AL CONCETTO DI SINGOLO. QUAL E’ IL TUO APPROCCIO CON QUESTO MONDO?
– Finché non puoi fare in altro modo, devi accettare e sono molto felice di essere abbastanza anziano da essere in quella categoria di ascoltatori che erano costretti ad acquistare o almeno a copiare l’intero disco dalla cassetta, dal CD o dal vinile, qualsiasi formato per me andava bene. E’ come un libro che, per comprenderlo, devi leggerlo tutto.
Gli ascoltatori moderni preferiscono le playlist agli album, così come seguono gli opinion leader piuttosto che le band. Negli Stati Uniti parlano di ‘vibe’: “Oggi sono sintonizzato su queste vibe e voglio ascoltare musica che mi trasmetta queste vibe“. Va bene così, ma io voglio i dischi ed è un argomento del quale potrei discutere per ore.
Sono molti i motivi che potrebbero spingere i musicisti moderni a pubblicare le loro opere in piccoli pezzi, se lo scopo non fosse quello di comporre album interi con un significato: ha un senso, perché così sono più spesso sul mercato e si fanno vedere con più frequenza dai loro fan. Commercialmente, in questo momento produrre un album è un suicidio, sarebbe più conveniente registrare EP di quindici o venti minuti, invece che lavorare per mesi senza avere un ritorno a breve mentre tutti ti dimenticano perché si stanno dedicando a qualcos’altro.
Io, fortunatamente o sfortunatamente, non ho questo problema perché faccio altro per guadagnarmi da vivere e i Kauan per me sono un hobby, seppur importante. Ho un lavoro regolare che viene dalle mie origini: sono cresciuto in Russia e non nella capitale, in un posto in cui era impossibile vivere di musica. I miei genitori non hanno mai pensato, neanche lontanamente, che il loro figlio potesse sopravvivere facendo il musicista e mi hanno sempre detto: “Devi studiare, trovarti un’occupazione e tenere la tua fottuta musica per il tempo libero“. Sono loro grato per questo, perché ho incontrato molti artisti nella mia vita e ti assicuro che anche alcuni tra i più grandi di loro non guadagnano abbastanza dalla loro arte. Ti posso citare uno di loro, mio amico ma non ti dico il nome, che mi disse: “Anton, se non vuoi mangiare solo spaghetti nella tua vita e non vuoi avere un appartamento in affitto ma acquistarlo, così come un’automobile o qualsiasi altra cosa materiale, vai e trovati un lavoro normale“.
In Finlandia, il 95% dei musicisti che conosco, anche quelli che chiameresti professionisti, hanno un’altra occupazione, magari legata al mondo della musica in alcuni casi, ma spesso no.
Non pensare sia qualcosa di negativo: se non guadagni dalla musica, allora sei costretto a pubblicare come un pazzo, magari snaturando il tuo stile e suonando più concerti possibile, solo per fare due soldi. E’ comprensibile ma non è semplice, significa che devi sempre scrivere nuove canzoni ed affrontare lunghi tour con date in posti in cui non vuoi andare.
Non tutti amano partire in tour ma sono obbligati a farlo: noi non siamo tra questi e lo trovo positivo. Vorrei poter suonare solo quattro concerti all’anno, ma tutti in locali degni di questo nome, con un buon suono, piuttosto che girare in piccole città sperdute nelle campagne della Germania, in piccoli club con una pessima attrezzatura e con un pubblico completamente ubriaco.
HO VISTO CHE QUALCHE SETTIMANA FA (L’INTERVISTA E’ STATA REALIZZATA AD INIZIO DICEMBRE 2025, NDR) AVETE FATTO UNO SHOW AD ESPOO, IN FINLANDIA. SEI SICURO CHE IL FATTO DI AVERE UNA FORMAZIONE STABILE NON POSSA ESSERE UN INCENTIVO A SUONARE PIU’ SPESSO DAL VIVO?
– Sì, è vero, abbiamo fatto un grosso spettacolo. Il resto della band vorrebbe suonare più spesso, come ti ho già accennato.
Il motivo principale per cui mi piacerebbe farlo è che è uno dei modi di girare per il pianeta, anche se probabilmente non avrei mai il tempo di visitare nella maniera adeguata i singoli posti. Quando ti può capitare di andare in Giappone o in qualche strana area della Cina se non per andarci a suonare? Per questa ragione mi piacerebbe firmare qualche buon contratto ma, a causa del fatto che siamo stati fermi per quattro anni, non abbiamo ancora trovato dei promoter che vogliano lavorare con noi al momento.
Sono sicuro che la situazione possa cambiare nel 2026, ma non saremo mai una di quelle band che vanno in tour tutto l’anno. Stiamo discutendo internamente riguardo la possibilità di suonare ad un grosso festival in Germania l’anno prossimo.
FACCIAMO UN PASSO INDIETRO: DUE ANNI FA AVETE PUBBLICATO “ATM REVISED”, UN RIFACIMENTO DI “AAVA TUULEN MAA”, IL VOSTRO TERZO ALBUM DEL 2009. QUAL E’ IL SIGNIFICATO DI QUESTA OPERAZIONE?
– Per me “Aava Tulen Maa” è stato un punto di svolta, da quel momento in poi ho acquisito più libertà compositiva. Fino ad allora pensavo di essere legato solamente al metal ma da lì è cambiato qualcosa. Mi piaceva la musica heavy, scrivevo canzoni heavy metal, con molte voci in scream, l’ho fatto specialmente per il primo album ma, in seguito, ho cambiato gusti musicali e per un po’ non ho ascoltato nemmeno più rock, virando decisamente verso l’elettronica. Tuttora non ascolto più molto metal ma, sai, questi sono essenzialmente stereotipi, qualcosa come: “Devo essere rock a tutti i costi“, fino a quando ho aperto gli occhi e compreso che avrei dovuto fare ciò che mi sentivo con la mia musica e questa consapevolezza è arrivata mentre stavo componendo “Aava Tuulen Maa”.
Niente era già scritto e ciò mi permise di agire liberamente: quelle cinque canzoni erano l’espressione di quello che ero allora. Sarebbe stato semplice renderle più metal, aggiungendo qualche chitarra pesante e sostituendo le voci pulite con lo scream, ma quei pezzi erano puri nel modo in cui li ho concepiti. Allo stesso tempo, però, non avevo l’esperienza per spiegare cosa volevo agli ingegneri del suono ed inoltre avevamo un budget limitato, che ci costrinse ad avere delle limitazioni, come ad esempio la batteria elettronica, il basso suonato con sintetizzatori e le chitarre registrate male.
Per dieci anni ho sognato di riregistrare e ripubblicare questo disco che sentivo inespresso e ora ci sono riuscito, con un batterista vero ed un basso reale. Questa è per me la versione perfetta dell’album.
DA UN CERTO PUNTO AVETE DECISO DI SCRIVERE TESTI IN FINLANDESE. QUAL E’ IL MOTIVO DIETRO QUESTA SCELTA?
– Dal principio, in realtà, abbiamo solo una canzone in russo. E’ una domanda che mi fanno in ogni intervista.
In parole semplici: non sono un vero scrittore di testi, non voglio neanche passare troppo tempo a scriverli e non sono il tipo che va ad ascoltarli nella musica degli altri. Per me conta la musica, le liriche arrivano dopo e per questo motivo ho cercato il modo di cantare qualche parola che avesse un senso ma che la maggior parte delle persone non potesse capire, e ho trovato che il finlandese fosse perfetto, perché è molto musicale, tanto che perfino Tolkien ne fu ispirato quando creò la lingua elfica.
Sono tuttora contento di utilizzare il finlandese: ci sono solo cinque milioni di persone sulla Terra che possono capire quello che sto dicendo e tutti gli altri ascoltano solo le melodie che suono.
CI SONO DELLE BAND CHE TI HANNO INFLUENZATO O CHE RITIENI IMPORTANTI PER LA TUA FORMAZIONE MUSICALE?
– Ti farò una lista di band che, voglio precisare, non hanno influenzato i Kauan dal punto di vista compositivo, ma hanno ispirato me personalmente a scrivere musica. Molto spesso le due cose non coincidono: ascolto molta musica degli anni ’50, per esempio Billie Holiday, ma ciò che compongo non proviene da Billie Holiday, almeno spero.
In ogni caso ti farò una lista di artisti importanti nella mia vita: prima di tutto gli Amok, un gruppo ambient rock che ascolto dal 2005 ed una grande ispirazione per me come compositore. Poi i Noisia, una band olandese che ha inventato l’approccio moderno al drum and bass e al dubstep, tanto che perfino Skrillex è un loro grande fan, poi John Hopkins, un musicista inglese di elettronica, infine i Röyksopp e soprattutto gli A-ha.
Band come gli A-ha o i Duran Duran sono un terreno comune per ogni ragazzo cresciuto negli anni ’80 o ’90, ovunque in Europa, così come i Pink Floyd o gli Scorpions, che erano praticamente in ogni casa. Tutti possiamo parlarne, perché si ascoltavano le stesse canzoni.
Gli A-ha sono la band di cui ho tutta la discografia, ma i primi gruppi in ordine temporale di cui mi sono innamorato sono i Prodigy e i Nirvana.
TRA IL 2021 ED IL 2022 AVETE PUBBLICATO TRE ALBUM DAL VIVO IN CUI AVETE SUONATO TRE DEI VECCHI DISCHI DEL PASSATO, “SORNI NAI”, “PIRUT” E “LUMIKUURO”. COME LI AVETE REGISTRATI?
– Sostanzialmente li abbiamo registrati nel corso di due concerti, due album durante la prima serata ed il terzo nella seconda. Li abbiamo missati in modo professionale ed infine li abbiamo pubblicati separatamente.
HAI GIA’ UN’IDEA DEI PROSSIMI PASSI DEI KAUAN E DEGLI ALTRI PROGETTI NEI QUALI SEI COINVOLTO?
– Penso che per i Kauan ci sarà una breve pausa: l’album nuovo è appena uscito, vogliamo vedere come andrà e portarlo in giro per qualche data.
In termini personali, se non deciderò di giocare alla Playstation per tutto l’anno, mi piacerebbe registrare un nuovo disco da solista, qualcosa di strumentale e dai toni soft. Ho avuto diverse idee negli ultimi anni che vorrei sviluppare sotto il nome Anton Belov: proprio una settimana fa ho pubblicato un singolo che si chiama “Nuage” e mi piacerebbe proseguire su questa strada.

