Propaganda a parte, il governo ha davvero motivo di stappare lo champagne di fronte ai dati Istat di ieri sull’occupazione?
Certamente molto meno di quanto non assicurino gli esponenti della maggioranza. La disoccupazione è al minimo storico dall’inizio delle serie storiche dell’Istat: 5,7%. È un dato che qualsiasi governo si rivenderebbe con squilli di trombe e quello di Meloni più degli altri. Anche perché il tasso medio nell’eurozona è del 6,3% e quello della Ue del 6%. Dunque non solo in assoluto ma anche relativamente agli altri paesi il dato sarebbe soddisfacente. Anche tra i giovani il tasso di disoccupazione cala di 0,8 punti percentuali, per attestarsi al 18,8%
Questa è la rosa. Poi ci sono le numerose spine e quella più acuminata risponde alla voce «inattivi». Non sono disoccupati di nome ma di fatto sì e non figurano come tali solo perché il lavoro o non lo cercano più. Qui il tasso si impenna nella popolazione tra i 15 e i 64 anni, sale dello 0,6%, pari a 72mila persone, rispetto al mese precedente, l’ottobre 2025. Lievita così fino al 33,5% . Significa che 12,4 milioni di persone hanno rinunciato a cercare lavoro: un terzo della popolazione, composto in maggioranza da donne: il 63% del totale.
LA SITUAZIONE DELLE DONNE e soprattutto dei giovani è l’altra spina nascosta dalle lussureggianti dichiarazioni della destra. È vero che il tasso di disoccupazione cala anche tra la popolazione meno attempata ma il 18,8% resta un macigno tale da pesare sull’intero quadro spingendolo più a fondo di quanto non sembri: non possono essere gli ultracinquantenni a tirare per tutti.
Il dato mensile, poi, rivela qualche inquietante scricchiolio: rispetto all’ottobre 2025 gli occupati di novembre sono scesi dello 0,1%, pari a 34mila unità, e a perdere il lavoro sono state soprattutto le donne con i giovani e gli autonomi. Rispetto al trimestre precedente il tasso di occupazione è dunque del 62,6%. Aumenta comunque dello 0,3% su scala trimestrale e dello 0,7%, dunque di 179mila lavoratori, rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.
IL QUADRO COMPLESSIVO sarebbe in chiaroscuro anche se non si dovessero aggiungere pennellate nere non incluse nei dati diffusi ieri: la produzione industriale che prosegue inesorabile nella sua discesa sin dai primi mesi del 2023, e i salari, che restano stabilmente tra i più bassi d’Europa, con il 12% circa in meno rispetto alla media che sale oltre il 20% a paragone delle buste paga tedesche. E a poco serve festeggiare lo spread ai minimi dal 2008.
IL TRIPUDIO a cui si è abbandonato ieri il governo, dunque, non è tanto sbagliato quanto miope. Soprattutto tenendo conto del ruolo essenziale nella spinta occupazionale svolto dal Pnrr che è ormai in scadenza. Proprio per questo un lunghissimo e dettagliato articolo sull’Italia pubblicato ieri dal Financial Times riconosce al governo il merito di essere intervenuto positivamente sui conti pubblici e sulla riduzione del deficit, contro ogni aspettativa, ma allo stesso tempo indica pesanti nuvole che potrebbero trasformarsi nei prossimi mesi diluvio. Meloni, secondo il quotidiano inglese, «fatica a delineare una visione chiara per il futuro del paese». Il suo governo, oltre alla mera sopravvivenza «ha realizzato secondo molti italiani deludentemente poco» e dimostra scarso o nullo interesse «per le riforme strutturali in grado di aumentare la produttività».
NONOSTANTE L’ARTICOLO contenga anche elogi per il governo, sul piano dei conti pubblici e della stabilità, a palazzo Chigi non è stato certo ben accolto. Ma quelle preoccupazioni devono circolare anche lì se, per la prima volta, le voci sulla possibilità di anticipare le elezioni di qualche mese, nell’autunno di quest’anno, iniziano a circolare con qualche spessore in più di prima.
Fioccano ragionamenti che suonano più o meno così: più di quel che ha fatto il governo non può fare, e allora, in caso di vittoria al referendum, perché non battere il ferro subito e andare al voto sull’onda di quel successo?
Non è più fantapolitica ma non è neppure ancora una ipotesi realistica: troppe sarebbero le controindicazioni. Ma l’anno promette terremoti nel mondo e se si affacciassero possibili traumi la carta del voto anticipato sarebbe presa in considerazione molto seria.