Sin dall’alba dei tempi, precisamente dai cosiddetti anni bui del Medioevo, è arrivata a noi una bizzarra diceria secondo cui l’essere mancini fosse sinonimo di stregoneria e di relazioni pericolose con il demonio. I meno giovani lo ricorderanno sicuramente perché, sino agli anni Sessanta, il mancinismo veniva corretto con appositi esercizi. Soltanto tra gli anni Settanta e Ottanta si è finalmente iniziato a considerarlo come una comune – e per nulla pericolosa o stregonesca – caratteristica individuale. Ecco, è su queste premesse che poggia la base narrativa di La mia famiglia a Taipei, opera seconda di Shih-Ching Tsou, già candidata agli Oscar da Taiwan per il Miglior film internazionale e arrivata al cinema lo scorso dicembre.

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È pressappoco dalla Semaine de la critique della 78esima edizione del Festival di Cannes – vinta poi dal thailandese Ratchapoom Boonbunchachoke con la dramedy Pee chai dai ka – che la stampa di settore si è unita nel cantare le lodi di La mia famiglia a Taipei; e dopo la Festa del Cinema di Roma, con la vittoria del premio al Miglior film, ancora di più.

Del resto, il pedigree di Shih-Ching Tsou è eccellente, in quanto fidata coproduttrice di Sean Baker dal 2004, da Take Out fino a Red Rocket, passando per Starlet, Tangerine e il travolgente The Florida Project. In pratica, la stragrande maggioranza delle ultime produzioni artistiche del regista nativo del New Jersey, eccetto l’ultima, Anora. Ecco, stavolta assistiamo a un’inversione di ruoli, con la visione creativa di Tsou sotto i riflettori e Baker, che qui figura come cosceneggiatore e produttore del film, nelle retrovie.

Il titolo (originale) dice tutto

Un film luminoso, divertente e al tempo stesso toccante, La mia famiglia a Taipei, capace di unire il realismo lirico del nuovo cinema taiwanese con l’immediatezza emotiva delle migliori produzioni indipendenti statunitensi, al servizio di una narrazione delineata con poche, armoniche e semplici linee guida. La storia è quella di Shu-fen (Janel Tsai), una madre single, e delle sue due figlie, la piccola I-Jing (Nina Ye) e la ribelle I-Ann (Shih-Yuan Ma), che dopo diversi anni trascorsi in campagna tornano a Taipei per aprire una bancarella nel più vivace mercato notturno della città.

Ognuna, a modo suo, dovrà adattarsi a questo nuovo ambiente per sbarcare il lunario e mantenere l’unità familiare. Ma quando il nonno tradizionalista (Akio Chen) proibisce alla nipote più piccola – mancina – di usare la “mano del diavolo”, tutto cambia. I-Jing non è più la stessa e inizia a comportarsi stranamente. Una girandola d’eventi costringerà infine la famiglia ad affrontare un segreto scabroso e disonorevole che ne cambierà per sempre il destino.


LE PROTAGONISTE DE LA MIA FAMIGLIA A TAIPEI.

Potrebbe sembrare un vezzo artistico, o forse una scelta di parole casuale e d’effetto, ma la verità è che nel Left-Handed Girl del titolo americano de La mia famiglia a Taipei c’è tutto un mondo di elementi valoriali e sfumature e la ragione è duplice. Prima di tutto perché è proprio la I-Jing della semi-esordiente Ye la coscienza del racconto e lo sguardo disarmante con cui Tsou veicola la narrazione. E poi perché è intorno alla sua mano sinistra, e alla percezione che la stessa I-Jing ha del proprio tratto distintivo, che l’agente scenico evolve; anche bruscamente, a un certo punto.

Da elemento caratteristico a maledizione e infine dono, la mano sinistra di I-Jing guida la trama verso una crisi d’identità che, seppur mai ravvisata e forse nemmeno compresa dai personaggi, riesce comunque a lasciare il segno negli spettatori. Specie nel modo in cui Tsou decide di gestirne il respiro: dapprima accennata e centellinata per poi farla esplodere in tutta la sua forza in un’evoluzione intelligente via immagine, con cui passare dalla profondità di campo al campo medio.

La responsabilità di stare al mondo

In ogni caso, per dovere di cronaca e senza correre il rischio di dare anticipazioni gratuite, nulla di particolarmente drammatico. Del resto, La mia famiglia a Taipei è un “coming of age” immediato, semplice, dal montaggio concitato e che non ha alcuna intenzione di lasciare l’amaro in bocca. Un film capace di alternare momenti di leggerezza ad altri più profondi grazie alla sensibilità di Tsou che, nell’esplorare la fragilità dei legami familiari sullo sfondo di una Taiwan colorata, irriverente e travolgente, si serve dei singoli archi narrativi dei suoi agenti scenici per qualcosa di più grande.

Intorno alle dimensioni narrative di I-Jing, I-Ann e Shu-fen è possibile leggere, infatti, le differenti fasi della vita di un individuo. Si passa così dalla giocosa ingenuità dell’infanzia, dove tutto è uno scherzo e appare semplice e possibile, alla voglia di provare, sbagliare e ricominciare nonostante tutto tipica della gioventù, fino alla disillusione dell’età adulta, in cui è necessario fare i conti con le proprie scelte e i sogni mancati.


UN MOMENTO DEL FILM.

O per dirla in altre e più chiare parole: La mia famiglia a Taipei è un film sulla responsabilità dello stare al mondo. Con pregi e difetti, fortune e sfortune, soluzioni che calzano come un abito perfetto e compromessi che vanno stretti. Tsou racconta della vita, delle sue sfumature colorate e del preciso dovere di ogni individuo di fare il possibile per renderla straordinaria; se poi si è pure mancini, anche meglio.

La mia famiglia a Taipei è disponibile al cinema.

Dov’è stata, finora, Shih-Ching Tsou? Se è vero che il sodalizio artistico e produttivo con Sean Baker l’aveva già resa nota ai critici e agli addetti ai lavori, un simile approccio alla regia non era scontato. La mia famiglia a Taipei racchiude in sé caratterizzazioni ben definite, personaggi in cui il pubblico può riconoscersi e per cui fare il tifo, un twist sorprendente e un’identità filmica chiara e riconoscibile.