di
Greta Privitera

La strage e i morti nei video rubati. Il procuratore: pena capitale per i manifestanti

Chi filma la scena lo fa di nascosto, perché le guardie rivoluzionarie sorvegliano ogni mossa. Sono frame rubati, girati nel centro di medicina legale Kahrizak, a Teheran. E raccontano una strage. Si vedono decine di corpi sigillati in sacchi neri, allineati su barelle nude, senza materasso. Altre decine accatastate a terra. Intorno, madri e padri che vagano tra i cadaveri dei manifestanti e urlano disperati i nomi dei figli. Si tratta di uno dei rari video che sfondano il muro del blackout ordinato da Ali Khamenei, eretto da tre giorni. Si tratta della conferma che nel buio, le Guardie della rivoluzione operano indisturbate e uccidono chi dissente.

La risposta della Repubblica islamica alle proteste partite dai bazar si fa sempre più dura. Ma non ferma il fiume dell’insurrezione che torna a scorrere imponente per le strade di Teheran — enorme nei quartieri di Punak e Shabadab — Mashhad, Isfahan, Shiraz, Karaj, Zahedan, Qom. Sono oltre 100 le città in fiamme. Le notizie arrivano da chi riesce a collegarsi a Starlink, il servizio satellitare di Musk. «Sparano dritti ai volti, agli occhi», scrivono. Ci sono cecchini sui tetti, droni che spiano. Ad Abdanan e in altre città, le milizie si spingono fin dentro gli ospedali, a stanare i feriti tra letti e barelle. Chi può, evita il pronto soccorso e si fa curare in case private, lontano dalle guardie.



















































Gholamhossin Mohseni Ejei, capo della magistratura, dà l’ordine: «Per processare i rivoltosi in fretta apriremo rami speciali della giustizia» . Per tribunali express e verdetti lampo. Il procuratore generale Mohammad Azad avverte che tutti i manifestanti potranno essere perseguiti come «nemici di Dio», un’accusa che in Iran è punibile con la pena di morte.

All’inizio delle proteste, il presidente «riformista» Masoud Pezeshkian aveva provato ad andarci piano. Ma il tono cauto è evaporato non appena l’insurrezione ha preso corpo, segno che la teocrazia è in difficoltà. Tanto che la Guida suprema avrebbe messo i suoi Guardiani in uno stato d’allerta più elevato rispetto a quello in cui si trovavano durante la guerra con Israele. Il nemico giurato Donald Trump torna a parlare su Truth: «Gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare i manifestanti che lottano per la libertà». E i funzionari della Repubblica islamica smentiscono voci di piani di fuga dell’ayatollah: «Non lascerà Teheran nemmeno con i B-52 sopra la città».

Reza Pahlavi, figlio dello scià esiliato a Washington, fa un appello al giorno e cerca di guidare da lontano la protesta senza leader. Ieri ha chiesto di continuare la lotta nelle strade e paralizzare l’economia. Suggerisce di scioperare a chi lavora nei «trasporti, con il petrolio e l’energia»: l’obiettivo è «prepararsi a conquistare e difendere i centri urbani».

A due settimane dall’inizio delle proteste, è impossibile stabilire il bilancio reale delle vittime. L’ong Human Rights Activists porta il totale dei morti a 71, ma è un calcolo prudente, limitata agli identificati: le stime toccano cifre a doppio zero. Un medico sentito da Time parla già di 217 vittime solo a Teheran e di obitori stracolmi. Bbc Persian scrive che nell’ospedale di Rasht non si è trovato lo spazio per 70 corpi. Riusciamo a metterci in contatto con un altro medico, che scrive grazie a Starlink: «Manca sangue, manca personale. Arrivano feriti con pallottole al volto e al cuore. Qui è una guerra».

10 gennaio 2026