di
Valerio Cappelli
L’attrice: «Un monologo intimo, che parla di ferite aperte. Era una donna libera»
Margherita Sarfatti, l’amante scomoda di Benito Mussolini, torna, se non a casa, in un luogo a lei familiare. Claudia Coli (che ha recitato per Patrice Chéreau, Massimo Castri, Francesca Comencini, Marco Tullio Giordana) la riporta in vita, in un flusso di pensieri, nel monologo in scena dal 5 all’8 febbraio a Villa Torlonia (prodotto dal Teatro di Roma), avendo accumulato un sapere per niente scontato su questa vicenda.
Perché è un luogo familiare?
«Fu Margherita a convincere il principe Giovanni Torlonia, suo amico, ad affittare la sua villa (al prezzo simbolico di una lira l’anno), a Benito Mussolini, come scrive Rachele Ferrario nel libro “Margherita Sarfatti. La regina dell’arte nell’Italia fascista”. Il Duce fa venire dalla Romagna la sua famiglia. Rachele come prima cosa licenzia Cesira Carrocci, la cameriera che aveva prestato servizio da Gabriele D’Annunzio, la quale serviva a Margherita per avere un controllo su di lui».
Chi era Margherita Sarfatti?
«Una donna che visse il Novecento, attraversò due guerre mondiali, il socialismo, la nascita del fascismo e quello che lei chiama il secondo Rinascimento dell’arte in Italia. Fu la più grande donna critica d’arte italiana, incoraggiando il ritorno alla classicità, mentre il futurismo non le apparteneva».
Alma Mahler, la fascinosa moglie del grande compositore, la definì la regina d’Italia senza corona.
«Regina dell’arte, sì. Fu una talent scout che scoprì Sironi, Boccioni, Fani. Il suo cenacolo era frequentato da Marconi, Malaparte, Corrado Alvaro. Era amica di Eleonora Duse e Ada Negri. Divenne un personaggio pop. Ma non è stata mai studiata nei libri di scuola, la sua figura rimossa dalla storiografia ufficiale. Le è stato negato un degno ricordo. Morì a Como nel 1961. Solo il teatro racconta e trasmette la complessità del genere umano».
Cosa vuol dire?
«Che l’ambiente specifico della Sarfatti è il teatro, la rievocazione del luogo dei fantasmi. Torniamo a Villa Torlonia, dove non aveva più potuto mettere piede, così aveva deciso donna Rachele, anche se alcuni dicono che continuò a entrarvi da un ingresso laterale».
Cosa rappresentò Margherita per Mussolini?
«Fu la sua musa ispiratrice, lo rieducò. Era lei a dominare lui, o a guidarlo, anche se cercò, invano, a non fargli stringere l’alleanza con Hitler. Nelle lettere, in quei primi anni di ascesa, viene descritto come rozzo, un contadino che non sa vestirsi né parlare. Anna Kuliscioff lo definì un poetucolo che aveva letto due pagine di Nietzsche. Mussolini se ne servì: delle sue conoscenze e dei suoi consigli, per affacciarsi sulla scena politica».
Il sesso?
«Sono il tuo devoto selvaggio, le scrive il Duce».
È uno spettacolo politico?
«No, non lo è. Nel 1932 al Palazzo delle Esposizioni si inaugurò una grande mostra, nel decennale della Marcia su Roma, in cui furono invitati fascisti e intellettuali di tutta Europa. L’unica non invitata fu Margherita Sarfatti, colei che aveva «creato» il Duce. Noi immaginiamo che vi entri di nascosto, come se fosse uno spazio intimo dei suoi pensieri. E comincia a parlare di sé. È la notte del 22 ottobre 1932».
Com’è la scena?
«Un cubo di neon, dentro una teca con una statuetta volutamente brutta di Mussolini. Io indosserò un abito dimesso. È una regia realistica, come se spiassimo dal buco della serratura una donna nel momento della sua disfatta; un monologo intimo che parla di ferite aperte. Il dramma di una madre che aveva perso Roberto, il figlio a 16 anni, nella Prima guerra mondiale. Era partito volontario, come un ardito. I genitori non fecero nulla per scoraggiarlo. Per riuscire a reggere il dolore, Margherita crea il mito di Mussolini, l’unico modo per giustificare la morte di Roberto, come se lei, con la perdita del figlio, avesse bisogno di inventarsi un supereroe per sopravvivere a quella ferita».
Come si erano conosciuti?
«Nel salotto socialista di Filippo Turati e Anna Kuliscioff. Più tardi lei andò nella redazione dell’Avanti! per comunicargli che si sarebbe dimessa dal ruolo di critica d’arte, in quanto lui non ne era interessato: il Duce rifiutò le dimissioni. Presto scattò la chimica tra loro. Suo marito, Cesare, che aveva finanziato la Marcia su Roma, impazzì per il lutto e morì. Aderì al fascismo da socialista».
Margherita era ebrea.
«E sua sorella morì ad Auschwitz. Ma noi ci fermiamo prima delle leggi antirazziali. Aveva aderito al fascismo dal socialismo, fu allontanata quando venne considerata inaffidabile e scomoda, ma anche lei se ne era allontanò dopo che il regime era diventato altra cosa da lei. Farinacci, il gerarca, si prodigò nel metterle i bastoni tra le ruote. Venne abbandonata dal regime».
Mussolini non la fece internare in manicomio uccidere come la sua prima consorte, Ida Dalser: la lasciò andare.
«Questa frase l’ho letta sui libri, e ha colpito tutti, l’autrice del testo Angela Dematté, il regista Andrea Chiodi Chiodi, l’ideatore dello spettacolo Massimo Mattioli. Margherita, che da manipolatrice diventa manipolata, scappò in Sudamerica. Scrisse un libro in inglese su Mussolini, tradotto in diciotto lingue. Il messaggio che diamo è profondamente femminile, ed è connesso all’attualità».
Perché?
«Mussolini, che è un archetipo imperdonabile, mi ricorda quegli uomini di oggi che dopo aver picchiato le mogli dicono, però ti ho chiesto scusa. Lui e i suoi pretoriani ritenevano che le donne non potessero occuparsi di politica. Eppure lei, con la perdita del figlio, donna volitiva, libera, vogliosa di progettare, assurse a personaggio politico, non volle essere soltanto considerata come madre e amante, ma come una capofila».
11 gennaio 2026 ( modifica il 11 gennaio 2026 | 20:52)
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