Titolo: Sirāt
Titolo originale: Sirāt
Regia: Óliver Laxe
Paese di produzione / anno / durata: Spagna, Francia /2025 / 115 min.
Sceneggiatura: Óliver Laxe, Santiago Fillol
Fotografia: Mauro Herce
Montaggio: Cristóbal Fernández
Suono: Kangding Ray
Cast: Sergi Lopez, Bruno Núñez, Jade Oukid, Richard Bellamy, Stefania Gadda, Joshua Liam Herderson, Tonin Janvier
Produzione: 4 A 4 Productions, El Deseo, Filmes da Ermida, Movistar Plus+, Uri Films
Distribuzione: MUBI
Programmazione: Auditorium CULT! Bergamo, UCI Cinemas Orio

“È così che ci si sente alla fine del mondo?”. Una fine del mondo attraversata con un comune senso di smarrimento, tradotto nell’ossessività catartica di una danza techno. È la fine del mondo mostrata attraverso lo smarrimento esistenziale di “Sirāt”, nuovo film di Óliver Laxe, al cinema dall’8 gennaio.

Un distacco voluto o subìto, che il regista franco-spagnolo continua a mostrare attraverso il racconto di una dimensione spirituale ed ascetica, che attraversa l’immagine, tra campi e piani, senza mai trovare riscontri, vagando in una dimensione sospesa che esiste in quanto tale. Una dimensione che è continuo scorrere, continuo banco di prova, che trova senso nel fluire e nel disgregarsi.

Anime disgregate come quelle di Luis (Sergi López) e del figlio Esteban (Bruno Núñez Arjona), in cerca della figlia (e sorella) Mar, che ha lasciato le mura domestiche per unirsi ad un gruppo di raver. Una figura che si palesa solo tramite fotografie, passato cristallizzato che sembra non avere posto nella dimensione spirituale e atemporale dei raver. In Marocco, Luis e il figlio incontrano Tonin (Tonin Javier), Jade (Jade Oukid), Stef (Stefania Gadda), Bugui (Richard Bellamy) e Josh (Joshua Liam Henderson), che danno loro una mano nel continuare la ricerca di Mar, unitasi probabilmente ad un altro gruppo nel deserto. Inizia quindi un viaggio verso il deserto della Mauritania, a bordo di camion giganti, mentre attorno a loro iniziano a mostrarsi i primi segnali di una Terza Guerra Mondiale.

Il mondo è in disfacimento ed in questo, molto contemporaneo, Laxe mostra un cammino di redenzione, un’immagine oltre l’esistente che guarda alla trasformazione indicata dal titolo stesso. Il Sirāt, infatti, nell’escatologia musulmana, è il ponte “sottile come un capello e affilato come una spada” teso sopra l’Inferno nel giorno del Giudizio, che deve essere attraversato dalle anime per raggiungere la vita eterna oppure la dannazione. Un “cammino per la salvezza” che separa buoni e malvagi, credenti e non credenti.

Un percorso di prova, che vede, in questo caso, il viaggio non come percorso di formazione, quanto elemento di espiazione che possa avvicinare al divino. “Sirāt” mostra, in questo senso, una propria dimensione ascetica, in cui ritrovare Albert Serra e George Miller, Jodorowsky e Clouzot. L’estetica rugosa della fotografia di Mauro Herce, unita alla musica techno ossessiva di Kangding Ray, riescono a tradurre un senso di smarrimento tutto umano che ricerca nella danza la vibrazione del divino. Un rituale che vede nella trance una preghiera rivolta ad un altrove desiderato, in un cammino psichico che scava nel dolore, asettico e quindi ancor più doloroso, di vicende personali ed universali che perdono senso nell’accadere. Rimane quindi un senso di smarrimento, un deserto spirituale in cui perdere ogni riferimento, dove serve accompagnarsi da altra umanità.

Un’umanità perennemente in ricerca, martoriata dagli eventi in senso fisico e spirituale, in una lotta per la sopravvivenza che non rifugge il dolore, ma lo accoglie.

Il passaggio, in questo senso, è parte integrante della vita, il cammino è esistenziale proprio nel suo farsi. Un movimento necessario ed inevitabile, nonostante l’esplicito Sirāt sulla terra che Laxe pone di fronte allo spettatore. Enormi altoparlanti si fanno simulacro nel deserto, la divinità parla per mezzo della vibrazione ossessiva. Una divinità che non ammette compimento se non in sé stessa, mentre l’ambiente è creazione ostile, tale anche a causa dell’opera dell’uomo. Il rito continuo si fa catarsi, in uno spazio ed un tempo altri, incapace però di allontanare pericoli e stati d’animo che parlano al contemporaneo.