Ai dirigenti delle big oil riuniti venerdì scorso alla Casa Bianca, Donald Trump aveva assicurato: «Tratterete direttamente con noi, non avrete nessun rapporto con il Venezuela». Queste parole non sono state però sufficienti a fugare i dubbi della maggioranza dei presenti sull’opportunità di fare investimenti miliardari nelle malandate infrastrutture petrolifere di Caracas. Le risposte sono state infatti in gran parte tiepide, se non proprio fredde.

TRA I PIÙ SCETTICI, il Ceo della ExxonMobil, la più grande compagnia petrolifera statunitense, Darren Woods, che senza mezzi termini ha detto al tycoon: «Il Venezuela attualmente è ‘non-investibile’ (uninvestable)». «È necessario modificare il quadro commerciale, il sistema legale, servono protezioni durature per gli investimenti e modifiche alle leggi sugli idrocarburi nel paese», è stato il suo ragionamento. Incalzato però da Trump, alla fine Woods ha chiuso con l’impegno di inviare una squadra tecnica in Venezuela entro poche settimane «per valutare la situazione». Un altro rifiuto il tycoon l’ha ricevuto dal suo amico ed alleato Harold Hamm, fondatore di Continental Resources, società specializzata nell’estrazione di shale oil (i produttori di petrolio di scisto temono un crollo del prezzo del greggio).

TRA I FAVOREVOLI ed i possibilisti, ci sono stati il capo della britannica Shell, Wael Sawan, e il vicepresidente di Chevron, Mark Nelson. «Siamo pronti a partire» ha detto il primo, «a condizione però che vengano allentate le sanzioni». Mentre il secondo ha affermato che la sua compagnia potrebbe aumentare la produzione del 50% entro 18-24 mesi, espandendo le sue attuali attività, che già pompano circa 240.000 barili al giorno. Tra i «volenterosi» anche la spagnola Repsol, che ha dichiarato di poter triplicare la sua produzione entro due o tre anni, ed Eni. «Siamo pronti a investire nel Paese ed a lavorare con le compagnie americane», ha detto Claudio Descalzi a nome del gruppo italiano, che impiega attualmente circa 500 persone in Venezuela e disporrebbe di 4 miliardi di barili di riserve nel paese.

Alle richieste di garanzie finanziarie e legali da parte di quasi tutte le major presenti al tavolo, Trump ha risposto in tono evasivo o quantomeno non soddisfacente. Stessa cosa per quanto riguarda i risarcimenti alle società espropriate ed estromesse dal Venezuela negli anni Dieci. All’amministratore delegato di ConocoPhillips, Ryan Lance, la società che accampa crediti per 12 miliardi di dollari, ha detto sbrigativamente: «Farete un sacco di soldi, ma non torneremo indietro». E con un ordine esecutivo, ieri, ha bloccato il denaro detenuto dagli Stati uniti derivante dalla vendita di petrolio venezuelano, per impedire proprio che finisca nel mirino di azioni risarcitorie, ovvero di pignoramenti.

RIGUARDO ALLA SICUREZZA, il tycoon ha garantito che se ne occuperà il governo di Caracas: «Penso che il popolo venezuelano vi garantirà un’ottima sicurezza». Ma di fronte a obiezioni più pregnanti, non ha esitato a mostrare la sua consueta arroganza: «Se non volete entrare, fatemelo sapere, perché ho 25 persone che non sono qui oggi e sono disposte a prendere il vostro posto». Ad oggi, l’unica certezza è che i 100 miliardi di investimenti sbandierati dal presidente rimangono confinati nei suoi post su Truth.