di
Federico Fubini
Powell è in scadenza alla Fed fra quattro mesi, perché attaccarlo? Trump, ai minimi nei sondaggi, cerca un colpevole sui cui scaricare le responsabilità dei problemi in vista delle elezioni di midterm di novembre
Il primo test dopo il tentativo del Dipartimento di Giustizia americano di incriminare Jay Powell, il presidente della Federal Reserve, è simile a quello che la Casa Bianca di Donald Trump affrontò in aprile scorso sui dazi: la reazione dei mercati. Allora essa costrinse il presidente degli Stati Uniti a una marcia indietro, almeno parziale e temporanea. Ora Trump sarà di nuovo messo alla prova.
I mercati finanziari
Lo è già. Questa mattina i futures sugli indici azionari di Wall Street indicano un’apertura in rosso; nelle prime fasi di contrattazione in Europa il dollaro ha perso lo 0,38% sulla media delle valute principali e i rendimenti dei titoli di Stato americani a dieci anni sono saliti di tre punti-base (0,3%). In altri termini, tutti i principali attivi finanziari statunitensi stanno cedendo alla notizia che Donald Trump ha deciso di attaccare il capo della principale banca centrale del pianeta attraverso un’azione del Dipartimento della Giustizia. Ma, soprattutto, che Powell non si piega: «Questa azione senza precedenti va vista nel contesto più ampio delle minacce e delle pressioni in corso da parte dell’amministrazione – ha risposto Powell –. La minaccia di un’incriminazione è la conseguenza del fatto che la Federal Reserve fissa i tassi d’interesse sulla base della nostra migliore valutazione di ciò che serve al pubblico, piuttosto che seguire le preferenze del presidente».
Powell è stato ancora più duro, guardando alla fase successiva alla scadenza del suo mandato nel maggio prossimo: «Questa questione riguarda la possibilità per la Fed di continuare a fissare i tassi d’interesse sulla base dell’evidenza dei dati e delle condizioni economiche, o se invece la politica monetaria sarà diretta dalle pressioni politiche o dalle intimidazioni».
Lo scontro di due modelli
In altri termini, con l’attacco giudiziario guidato da Trump contro Powell si scontrano due modelli: da un lato il capo di un potere esecutivo onnipotente che gestisce le agenzie economiche secondo le proprie convenienze politiche e personali, in uno stile essenzialmente peronista; dall’altro la separazione dei poteri e l’indipendenza della banca centrale nel fissare il costo del denaro, in modo da contenere l’inflazione e (negli Stati Uniti) garantire il massimo livello possibile di occupazione, secondo un modello liberaldemocratico.
L’aspetto stupefacente è che Trump, in teoria, non avrebbe avuto bisogno di questo attacco.
Dopo otto anni da presidente della Fed, Powell è in scadenza fra quattro mesi. Il tycoon ha detto al New York Times pochi giorni fa di aver già individuato il suo successore, che molti prevedono sia Kevin Hasset. Hasset è un fedelissimo di Trump: direttore del National Economic Council alla Casa Bianca, ha lavorato in entrambe le amministrazioni di Trump dopo anni nel think tank conservatore American Enterprise Institute. Viene visto come una figura disposta a piegarsi ai diktat del presidente che, malgrado un’inflazione ancora vicina al 3% e non in calo, vorrebbe tagliare i tassi d’interesse all’uno per cento (oggi sono fra 3,5 e 3,75%).
Le ragioni dell’attacco a Powell
Perché allora attaccare Powell, se la Casa Bianca può sperare di mettere la Fed sotto controllo entro pochi mesi?
In primo luogo, perché il controllo della Fed non è ancora assicurato. Nel Federal Open Market Committee siedono ancora banchieri centrali nominati prima del ritorno di Trump e presidenti delle Federal Reserve regionali che non prendono ordini dalla Casa Bianca. Anche con Hasset o un altro fedelissimo a capo, Trump potrebbe faticare a spingere in fretta la banca centrale nella direzione che lui preferisce. Dunque il presidente ricorre all’intimidazione anche per lanciare un messaggio agli altri componenti del vertice della banca centrale.
Una seconda ragione dell’attacco a Powell è nella ricerca di un capro espiatorio, perché l’economia americana va meno bene di quanto appaia. Vero che la crescita del terzo trimestre 2025 è stata del 4,5% (in proiezione annuale), alla prima lettura. Ma fuori dal settore tecnologico è di poco sopra l’uno per cento e gli investimenti privati, sempre fuori dal settore tech e dai data center dell’intelligenza artificiale, sono in calo di oltre il 4% rispetto a un anno fa.
Lo si nota nel mercato del lavoro che ha visibilmente rallentato, mentre l’automazione fa sì che proprio il settore tecnologico per primo continui a ridurre gli occupati. Insomma, quella americana di oggi appare sempre più una crescita dinamica ma per pochi ricchi. Quindi Trump, ai minimi nei sondaggi, cerca un colpevole sui cui scaricare le responsabilità dei problemi in vista delle elezioni di midterm di novembre.
La visita al cantiere della ristrutturazione
Infine, l’aspetto personale. Il 24 luglio scorso Trump ha visitato il cantiere della ristrutturazione del palazzo della Fed, la stessa per la quale oggi sta cercando di mettere Powell in stato di accusa.
Quel giorno il presidente rinfacciò al banchiere centrale gli sforamenti dei budget nei lavori, esagerando le cifre. Powell stesso lo corresse in pubblico. Ristabilì semplicemente la realtà dei fatti, ma lo fece a caldo: davanti alle telecamere. Sono scelte che di rado Trump lascia correre senza vendette personali.
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12 gennaio 2026 ( modifica il 12 gennaio 2026 | 12:10)
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