L’elaborazione di un trauma, ma raccontata senza tragedie vittimiste e senza nevrosi inutili, ma con efficacia, ironia stralunata e tanta sincerità. È nata una nuova Miranda July? La recensione di Sorry, Baby di Federico Gironi.

Eva Victor. Segnatevi questo nome, perché è molto probabile che di lei sentiremo ancora parlare.

Eva Victor è un’attrice. Nata in Francia, trasferitasi negli USA, ha lavorato a lungo a Comedy Central e poi in più di trenta episodi della serie Billions. La sceneggiatura di questo suo primo film da regista è stata scritta dopo un periodo pandemico trascorso a nutrirsi in maniera onnivora di cinema, e con la realizzazione di voler parlare di una questione personale. Ma questo in fondo non ci interessa più di tanto, non è che stiamo qui a valutare un film da quanto la regista assomigli per davvero al personaggio che racconta.

Quello che qui dobbiamo dire, un po’ come Frederick Frankenstein, è che “si può fare!”.

Facciamo un passo indietro. La storia di Sorry, Baby è quella di Agnes (Victor), una giovane donna che vive nel New England. Abita nella casa che occupava già da studentessa (ma non immaginatevi squallidi appartamenti da fuori sede, è una gradevole e ampia villetta con anche una piacevole veranda vetrata) e insegna letteratura inglese nella piccola università dove ha studiato. Il film inizia con l’arrivo a casa di Agnes di Lydie, la sua migliore amica che era stata sua coinquilina mentre studiavano, e che ora vive a New York e aspetta un bambino. Da qui si parte, e si racconta, con una cronologia frantumata in diversi capitoli, quel che è accaduto a Agnes cinque anni prima e da allora all’oggi. Cinque anni prima, quando Agnes è stata aggredita sessualmente dal professore che la assisteva nella stesura della sua tesi.

“Abiti ancora qui”, dice Lydie all’amica all’inizio del film: sottolineatura garbata di quel che capiremo nel corso del racconto, ovvero del fatto che Agnes è bloccata in un eterno presente da una mancata elaborazione del trauma. Ma ecco, qui cominciamo a dire “si può” fare. Perché con Sorry, Baby Eva Victor dimostra che “si può fare” di raccontare qualcosa di così drammatico – il trauma, certo, ma ancora di più il vivere con questo) senza essere necessariamente drammatici, e soprattutto senza essere vittimisti. Sorry, Baby non è forse definibile un film allegro, ma è un film che, come Agnes, rifiuta di piangersi addosso e cerca nella leggerezza, in un umorismo ironico e strampalato, in una dinamica magari non fatalista ma comunque pragmaticamente realista – si veda il discorso finale di Agnes al neonato di Lydie – una forma di reazione alla ferita emotiva.

Si può fare, anche, in questo momento storico, di presentare personaggi appartenenti alla galassia queer (come Lydie), e che usano i pronomi come i giovani di oggi, senza far sembrare che ogni scelta sia un impavido atto di coraggio, un mostrare il petto nudo alle frecce del nemico o un rivendicare (passivo) aggressivo la propria diversità, ma come una scelta semplice e naturale. Si può fare di raccontare da una prospettiva un personaggio ferito e un pochino nevrotico, come quello di Agnes, senza eccedere in bipolarismi, esplosioni di pianto o frenesie di entusiasmi sopra ogni riga.

Grazie al cielo Eva Victor è quanto di più lontano dal modello, per fare un facile esempio, di una Greta Gerwig tanto insopportabilmente nevrotica sullo schermo quanto paladina di battaglie a favore di Instagram quando fa film. Casomai, complice una fisicità particolare (non solo per l’altezza), Victor ricorda una Miranda July un po’ meno eccentrica e un po’ più canonicamente “bella”. È sulla traccia di quel modello lì, forse, che si muove.

Pare che Barry Jenkins, cui Victor aveva mandato il copione una volta terminato, e che ha poi prodotto il film, avesse in precedenza contattato l’attrice per la “qualità cinematografica” dei video comici che postava sui social. E Jenkins ci ha visto giusto, poiché Sorry, Baby è un esordio anche girato sorprendentemente bene, con un gusto chiaro e definito e un’idea precisa di come le immagini avrebbero dovuto rispecchiare le sfumature della storia e la psicologia di Agnes: si può fare, quindi.

Si può fare, poi, anche di scegliere gli attori con un certo gusto: Naomi Ackie è brava come sempre nei panni di Lydie, notevoli sono le scelte di caratteristi come Kelly McCormack e John Carroll Lynch in ruoli di contorno che rappresentano punteggiature notevoli, e ottima quella di un volto poco noto e fisionomicamente sfuggente come quello di Louis Cancelmi per il ruolo dell’aggressore, che ci deve essere ma la cui presenza, la cui persistenza nella memoria, deve essere vaga e tutto sommato non rilevante.

Infine, ma forse ancora più importante, la scelta di Lucas Hedges nei panni del goffo e tenero vicino di casa con cui Agnes ha una sorta di relazione sessuale e forse pure un po’ affettiva. Non solo perché Hedges è bravo, ma anche perché – sarò io, ma ne sono convinto – la sua presenza serve da garbato amplificatore di quelle che mi sembrano alcune chiare analogie di tono (sia estetico che narrativo) con un film che pure il dolore lo ha trattato in maniera diversa come Manchester by the Sea di Kenneth Lonergan.