di
Enrica Roddolo

Terza moglie di Reza Pahlavi ultimo Shah di Persia, Farah Diba, è rimasta sempre in contatto con i sostenitori a Teheran. Il suo racconto al Corriere

Era il 16 gennaio 1979 quando lo Shah e Farah Diba lasciarono Teheran. La folla gridava «Il tiranno è scappato, il popolo ha vinto». Dopo la fuga, quell’inverno di violenza che tanto ricorda i momenti drammatici di questo gennaio, lo Shah e la Shahbanu, sono stati in esilio in Egitto, Marocco, Bahamas, Messico, Usa, inseguiti da una condanna a morte in contumacia

Ha avuto paura, chiesi all’ex imperatrice anni fa, incontrandola a Parigi. «Paura? No. Non ho paura di morire. Anni fa scrissero al Guardian che mi avrebbero uccisa, allora il ministro degli Interni francese mi diede la scorta. Meglio morire così, colpita a morte, che di cancro… in ospedale». Gli occhi di Farah Diba si riempirono di tristezza, forse il ricordo degli ultimi giorni con lo Shah malato di cancro. Morirà in Egitto. 



















































La shahbanu, oggi 87 anni – che in queste ore drammatiche ha pubblicato un video in cui parla della «luce che trionferà sull’oscurità e l’Iran risorgerà dalle sue ceneri» – mi aspettava a Parigi. Ero partita senza avere un indirizzo preciso, solo un giorno per l’incontro forse più straordinario in tanti anni di giornalismo. Un incontro, quell’intervista per La Lettura del Corriere, che in queste ore decisive per il futuro di Teheran, aiuta a capire chi è la madre di Reza Pahlavi, erede al trono del Pavone che adesso qualcuno vede come candidato alla nuova guida di Teheran. L’appuntamento con la donna che è stata imperatrice di Persia, era per le 16.30 di un pomeriggio di pioggia all’inizio di marzo. 

Nessun gioiello per lei che sedeva al fianco dello shah sul leggendario Trono del Pavone, solo una spilla che riprendeva i confini dell’Iran, nei colori della bandiera. La donna amata da Reza Pahlavi, che dopo la Rivoluzione islamica del 1979 ha condiviso il destino dello shah, ha conservato il fascino di ieri: alta, regale, i capelli stretti in una coda da un fiocco di gros grain. «Bella io? Se guardo le immagini di quand’ero giovane, a sedici-diciassette anni, non lo ero affatto, poi nel tempo credo di essere diventata più raffinata… ed è quel che dicevo sempre a mia figlia Leila, che ora purtroppo non c’è più, lei che non si trovava abbastanza bella». 

L’imperatrice fermò lo sguardo, come per catturare i sogni di una vita. Si sporse per prendere da un tavolino un blocco di asfalto dalla Green Revolution: «Me l’hanno mandato dall’Iran, così verniciato è un’opera d’arte. Parlammo della situazione a Teheran. «Mi dà speranza, ora le donne di Teheran sanno che cos’era l’Iran, prima. E sono proprio i giovani, le donne, ad aver sofferto di più: insultate, imprigionate, con leggi che sono state cambiate a loro sfavore. Quando il re mi mise sul capo la corona nel 1967 in cuor mio era come se l’avesse messa sul capo di tutte le donne iraniane: fui incoronata imperatrice e poi anche nominata reggente. Adesso chiunque ti può insultare in strada se non indossi il velo. Sogno per il mio Iran una democrazia laica». 

I festeggiamenti per i 2500 anni dell’Impero persiano, nel 1971, furono un’esagerata esibizione di ricchezza: una spesa di 200 milioni di dollari, brindisi in calici Baccarat e banchetti firmati dal parigino Maxim’s. «Ci criticarono per tante cose… le uova di quaglia con il caviale… ma le celebrazioni erano state volute dallo shah per far capire al mondo che cos’era l’Iran, la sua ricchezza e la sua storia”, si giustificò lei. 

E la prima sorpresa di quell’incontro fu scoprire che Farah Diba aveva studiato da bambina in una scuola italiana. «Sì, a Teheran, quand’ero molto piccola, frequentai per un paio d’anni la scuola italiana, credo gestita da suore italiane e gesuiti, prima di passare alla scuola francese Jeanne D’Arc» mi svelò, anche se non ricordava più nulla della lingua di Dante. «Oh no, ero piccola e in realtà a scuola insegnavano il francese e il persiano. Per la verità mia madre, Aridah, mi iscrisse lì perché avevano un bel pianoforte, voleva che studiassi musica ma a casa il pianoforte non c’era, e così mi esercitavo su quello del collegio, nel seminterrato. Sono stata fortunata, sono stata cresciuta in modo moderno: mia madre, più di sessant’anni fa, mi fece fare la scout, praticare nuoto, giocare a basket, ero capitano della squadra, numero 10, come Maradona… e Baggio. Mio figlio Reza, che vive negli Stati Uniti, è un grande appassionato di calcio». 

Le ho chiesto di Reza, l’erede del trono che non c’è più. «Cerco di trascorrere in America due mesi in primavera e altri due in autunno, per stare accanto ai miei due figli, Reza e Farahnaz… e ai miei quattro nipoti. Questo cagnolino me l’ha regalato mia nipote Noor… il cane che mi ha fatto compagnia per diciassette anni è morto tempo fa e non avrei avuto il coraggio di prenderne un altro. Il resto del tempo qui, a Parigi, vado per gallerie d’arte, coltivo le mie passioni, amo pittura, scultura e musica. Ho ascoltato Pavarotti a teatro, quand’ero giovane a Teheran compravo i dischi di Caruso. Sono affezionata alla Biennale d’arte di Venezia». 

Galeotta fu proprio l’arte per quel suo appuntamento con il destino, l’amore, la storia. «Studiavo Architettura a Parigi e abitavo nella Cité universitaire a sud della capitale, ma non nel padiglione degli studenti iraniani – non c’era –, in quello olandese. Ricordo giornate sempre piene: lezioni, disegni da realizzare, visite ai musei… Il primo incontro con lo shah avvenne all’ambasciata iraniana: quando visitava i Paesi stranieri incontrava sempre alcuni studenti iraniani all’estero. Ci fu un ricevimento, avevo comprato di corsa un abito nuovo. Ricordo che avevo imparato a fare l’inchino. Lui scambiò qualche parola con gli invitati e quando si avvicinò mi chiese: “Che cosa studi a Parigi?” Era sorpreso quando dissi che frequentavo Architettura. Allora c’erano davvero poche donne architetto, non solo a Teheran; non erano studi molto comuni per una ragazza». 

Farah Diba sorrise, gli occhi si accesero di luce e continuò: «Poi mi dissero che lui mi aveva seguita con lo sguardo mentre uscivo dalla stanza». Chiesi cosa l’avesse conquistata dello shah. «Il sorriso» rispose senza esitazione «bellissimo. Ma i suoi occhi erano tristi. E un giorno, anni dopo quel nostro primo incontro e poi le nozze, gli domandai: “Perché io?” Lui rispose: “Mi sei piaciuta perché eri vera, autentica”». Quel «sì», il 21 dicembre 1959, fece il giro del mondo. Indossava un abito di seta firmato Yves Saint Laurent per Dior, sul suo capo una corona di brillanti da due chilogrammi. 

E nei lunghi anni di esilio è stata l’arte a tenerla in contatto anche con Teheran, mi ha raccontato l’ex imperatrice. «Iniziai acquistando arte iraniana, alla prima Biennale di Teheran del 1962. A Teheran c’erano poche gallerie d’arte. E prima del progetto Teheran Museum of Contemporary Art lavorai all’idea di un museo del tappeto e un museo per la pittura Qajar, la dinastia (1796-1925) che precedette quella dei Pahlavi (1925-1979). In quegli anni avevamo dato vita a molte attività culturali, le libraries for children, gratuite, dove insegnare a leggere, dipingere… L’Iran è un Paese di grande cultura e storia, volevo preservare tutto questo patrimonio ma volevo allargare l’orizzonte. Ancora oggi ricevo mail e lettere da artisti iraniani underground». 

Chiesi se fosse vero che negli anni aveva collezionato 1.500 opere… Degas, Picasso, Pollock, Bacon e Warhol? Il Financial Times ne ha stimato il valore in tre miliardi di dollari. «Non ricordo quante, tante… sì. Il prezzo del petrolio era salito, e i prezzi delle opere in quegli anni erano molto interessanti. Organizzai un comitato nel mio ufficio, prendevamo contatto con gallerie, fondazioni: iniziammo dagli impressionisti e continuammo con i moderni e i contemporanei. Pensai a un museo d’arte contemporanea a Teheran, ne parlai con l’architetto Kamran Diba, mio cugino, e rilanciai: “Perché riunire in un museo solo opere iraniane? Perché non allargarlo alla creatività di altri Paesi? E anche alla pittura moderna?”».   

Meno di due anni dopo l’inaugurazione del museo, la Rivoluzione. «Ero molto preoccupata, ma Mehdi Kowsar, che poi si sarebbe preso cura del museo, stilò una lista con nome e prezzo di tutte le opere custodite nei seminterrati» continuò a raccontare la shahbanu. «Disse di volersi occupare dei dipinti come fossero suoi figli, di volerli accudire. E quando seppi che volevano sbarazzarsi di un De Kooning che avevo acquistato, mi finsi una studentessa iraniana di arte e chiamai al telefono il museo, ma era venerdì ed era chiuso. Allora chiamai di nuovo il giorno dopo e implorai: “Per favore non scambiate il dipinto”. Mi risposero che erano obbligati a farlo. Lo scambiarono con un’opera iraniana, Il libro dei re (Shah-nameh), con miniature e dipinti. Vendettero il De Kooning a David Geffen per 20 milioni di dollari. Dissero che quel nudo non era islamico, ma io avevo collezionato anche dei Francis Bacon, se è per questo». 

Chiesi del sentiment a Teheran verso l’ex Shah, verso di lei e suo figlio l’erede al trono che non c’è più. «Credo che molti in Iran siano pentiti di quanto è accaduto. Ricevo spesso lettere e mail dall’Iran, persino ritratti miei e dello Shah, immagino realizzati di nascosto, con un certo rischio. Alcuni vogliono parlarmi e mi dicono: “Grazie di questa telefonata, mi rende felice per tre mesi”; ma sono loro che mi rendono felice. E quando telefono e dico: “Pronto, posso parlare con il signor…”, riconoscono la mia voce. Non pronuncio mai il mio nome…E ora mi sanguina il cuore». 

12 gennaio 2026 ( modifica il 12 gennaio 2026 | 12:53)