Luis, padre spagnolo di mezza età, si reca nei deserti del Marocco meridionale insieme al secondogenito Esteban alla ricerca di Mar, la figlia diciottenne scomparsa cinque mesi prima mentre frequentava quei rave illegali che proliferano nelle distese sahariane. Con loro hanno soltanto delle fotografie della ragazza e la vaga speranza di ritrovarla viva in quella distesa di terra e sabbia apparentemente infinita.
In Sirat l’improvviso arrivo dei militari porta i partecipanti al rave a fuggire in fretta e furia e Luis decide di unirsi ad alcuni di loro per continuare la sua disperata missione. Ma nel frattempo la situazione prende una piega inaspettata giacché il mondo intero si trova alle prese con una nuova, misteriosa, guerra su scala globale – che rimane comunque sempre come sottofondo. Il viaggio dei due diventa sempre più difficile, tra quelle immense pianure e gole rocciose dove ogni piccolo errore può nascondere pericoli o apocalissi dell’anima.
Sirat: a che ora è la fine del mondo
Presentato in concorso al Festival di Cannes 2025, Sirat è l’opera della definitiva maturità di un autore che si era già fatto notare con i suoi film precedenti. Il pellegrinaggio esistenziale per le montagne marocchine di Mimosas (2016) e il fuoco, privato prima e poi incendiario alla lettera, di O que arde (2019), avevano già reso il galiziano Oliver Laxe un nome da tenere d’occhio, capace di evocare atmosfere e suggestioni concentrandosi sulla forza intrinseca della storia e dei personaggi. E con questo suo ultimo (capo)lavoro firma un’opera destinata a restare a lungo impressa nell’immaginario del pubblico cinefilo, ma non soltanto.
Al punto di conquistare l’ambito Premio della Giuria alle kermesse francese, guadagnarsi la nomination ai Golden Globe e la shortlist finale dei migliori film stranieri ai prossimi Oscar e sbarcare anche nelle sale italiane grazie alla distribuzione targata MUBI.
Un cinema totale, senza nessuna pietà
Ci troviamo davanti ad un’opera radicalmente sperimentale, che riesce a parlare sia a platee più colte e navigate che ad un pubblico più ampio, senza compromettere la propria visione dichiaratamente autoriale.
Un’esperienza emotiva e sensoriale raramente vista su schermo, in grado di squarciare le certezze e soprattutto le sicurezze narrative del pubblico con scelte turbolente e ipnotizzanti, riportando alla mente come potenza sconquassante – non ovviamente come svolte di trama – quanto visto in ambito seriale con Game of Thrones. Un viaggio agli inferi, con questi per l’appunto rappresentati dal suggestivo contesto in campo aperto, per recuperare la persona amata, il confronto con un destino sempre più crudele, un’insostenibile lotta per la sopravvivenza dove ci si appiglia a nuovi motivi per continuare e andare avanti. Sirât, nel titolo originale con l’accento circonflesso, è una parola araba che indica sia il sentiero che il ponte sottile come un capello e affilato come una spada, che separante paradiso e inferno nella tradizione islamica. Qui diventa metaforicamente una meditazione insistita e straniante sulla fragilità della condizione umana, sulla vulnerabilità di strutture che pensavamo solide, sull’illusione di controllo che genera sorprese inaspettate e traumatiche.
Fino alla fine dei tempi
Quando Luis – un monumentale Sergi Lopez – e il piccolo Esteban raggiungono il primo rave, il regista orchestra una delle sequenze più folgoranti del cinema contemporaneo: la camera osserva impassibile mentre centinaia di corpi si muovono all’unisono come schegge impazzite di un antico rituale, accompagnati dalla devastante colonna sonora che letteralmente colpisce lo spettatore con la potenza di un terremoto, anche chi poco avvezzo a certe sonorità.
In un palcoscenico alla Mad Max ha luogo un evento di festa assoluta e assimilante, destinato a una fine prematura e anticipatore di quelle privatissime peripezie che riguarderanno il gruppo di personaggi principali.
Personaggi impegnati in un paradossale cammino on the road su quattro ruote, incerti sul destino di quel mondo là fuori – lontano ma presente nelle sortite dell’esercito nel cuore del deserto – che sembra sconvolto da una guerra ancora ignota e momentaneamente distante. L’eterogeneità delle figure che accompagnano il protagonista è data dalle particolari scelte di casting, con attori non professionisti alla loro prima esperienza davanti alla macchina da presa pronti a esaltare o i loro handicap o la loro sanguignità, ideale frullato di un’umanità che ha volutamente scelto di abbandonare la società, quella società ora sull’orlo di un’imminente apocalisse.
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