Parla l’agente

D’Amico: «Avessi preso il volo per Teheran adesso sarei bloccato lì. Senza poter comunicare con nessuno, isolato da tutto e tutti»




IL procuratore D'Amico con il biglietto aereo


IL procuratore D’Amico con il biglietto aereo




IL procuratore D'Amico con il biglietto aereo


IL procuratore D’Amico con il biglietto aereo

Bloccato ad Istanbul due ore prima del decollo per Teheran. Dov’era appena scoppiata la rivolta. Sarebbe stata la prima volta in Iran per Andrea D’Amico, agente veronese anche di grandi calciatori, un appuntamento nel fine settimana con i dirigenti dell’Esteghlal Cultural, ventidue milioni di tifosi, la principale società iraniana sei anni fa allenata da Andrea Stramaccioni di proprietà del Persian Gulf Petrochemical Industries, una delle più grandi compagnie petrolifere del Medio Oriente. Verifica di mercato in calendario, una delle tante della lunga storia di D’Amico. Finché il pallone è diventato l’ultimo dei pensieri.

«C’è mancato poco, avessi preso il volo per Teheran adesso sarei bloccato lì. Senza poter comunicare con nessuno, isolato da tutto e tutti», racconta D’Amico, partito da Venezia giovedì alle 19.40 e, calcolando le due ore di fuso, ad Istanbul a mezzanotte. La partenza per Teheran alle 2, quando l’Iran ha deciso di chiudere i suoi spazi aerei. «Fossi atterrato in Iran adesso sarei di fatto un prigioniero. Inammissibile non potersi mettere in contatto con nessuno attraverso una telefonata o un messaggio, violazione di un diritto che dovrebbe essere universalmente garantito. La comunità internazionale non dovrebbe permetterlo», continua D’Amico, procuratore fra gli altri anche di Paolo Zanetti, allenatore del Verona, da tempo in ottimi rapporti con l’Esteghlal. Rimasto ad Istanbul, D’Amico è rientrato a Venezia venerdì col volo delle 13.20.

Quasi quattro anni fa gli riuscì in extremis un altro dribbling alla guerra, diretto a Mosca con la moglie e le figlie di Paolo Vanoli, oggi allenatore della Fiorentina e all’epoca sulla panchina dello Spartak, proprio quando la Russia attaccò per la prima volta l’Ucraina. «Fummo indecisi fino alla fine, poi decidemmo di non andare. Mi sento fortunato, allora come ora. Il destino ha scelto di proteggermi», il fermo immagine di D’Amico dalla sua Custoza, lo sguardo costante verso l’Iran ma anche il momento per riavvolgere il nastro della sua vita.

«Girare il mondo», il quadro di D’Amico, «è stata una delle più grandi ricchezze che mi ha donato il mio lavoro. Anche se è incredibile constatare quanto viaggino di pari passo, nel 2026, il progresso tecnologico con l’istinto ancora primitivo che porta delle nazioni ad invadere altre nazioni. Ovunque mi sono sentito a casa, senza timori o paure. Anche nei posti più particolari. La vita è una sliding doors, ormai è chiaro. È un aereo su cui riesci a salire o che invece ti lascia a terra. Come accadde a Christian Panucci che non prese quello di ritorno da New York che poi precipitò. Come il mio per Teheran».