A cura di Chiara Franchi

Due anni fa, i Ponte Del Diavolo erano un gruppo italiano che cominciava a farsi notare grazie a un album di debutto uscito per la prestigiosa Season Of Mist e a un consenso piuttosto unanime di pubblico e critica.
Oggi, la combo torinese può vantare un curriculum internazionale, in cui spiccano alcuni festival (Hell Fest, Roadburn) che spesso fanno da anticamera al salto di qualità. Il secondo full-length “De Venom Natura”, dunque, arriva in una fase importante della loro carriera, e la band sembra esserne ben consapevole.

Come spesso accade in questi casi, i Ponte Del Diavolo hanno puntato sulla continuità, piuttosto che sulla rottura, presentandosi alla prova del secondo album con un lavoro capace di definire con più precisione la loro personalità. Del resto, già “Fire Blades From The Tomb” mostrava un’identità forte e matura, in cui influenze molto riconoscibili (new wave, post-punk, black metal, doom) si amalgamavano secondo modalità originalissime e, per certi versi, inedite.
Continuità non significa, però, ripetizione: l’accresciuta consapevolezza di sé, l’enfasi sui propri punti di forza e una ricerca di nuove vesti per la propria musica fanno infatti di questo lavoro un ibrido tra l’album di conferma e quello di passaggio, nella cui varietà interna si intravvedono spiragli di novità e ampi spazi di sperimentazione per il futuro.
In questo senso, gli ingredienti più interessanti sembrerebbero essere l’approccio più ricercato agli arrangiamenti, l’accento sugli elementi metal e l’implementazione di riferimenti musicali nuovi, complice anche una serie di collaborazioni eccellenti che arricchiscono l’album di idee e dettagli pregiati.
Di tutte queste cose, però, parleremo meglio nella recensione. Per ora, godiamoci un giro a bordo di “De Venom Natura”, esplorando una alla volta le sette tracce che lo compongono.

 

PONTE DEL DIAVOLO

Erba Del Diavolo – voce
Khrura Abro — basso
Kratom — basso
Nerium — chitarra
Segale Cornuta — batteria

DE VENOM NATURA
Data di uscita: 13/02/2026
Etichetta: Season Of Mist
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01. Every Tongue Has Its Thorns (6:25)
Teatrale: non poteva essere diverso il ritorno sulla scena dei Ponte Del Diavolo, che riemergono come da un sepolcro catapultandoci in pochi secondi nel loro personalissimo immaginario.
Un sinistro theremin sostenuto da un beat quasi hip-hop viene scoperchiato da un black tagliente, come forse non ne avevamo sentito nelle release precedenti: è la prima novità che “Every Tongue Has Its Thorns” ci presenta, e sarà un elemento ricorrente lungo tutto l’ascolto.
Pur non snaturando l’alchimia cui ci hanno introdotti in “Fire Blades For The Tomb”, infatti, i Ponte Del Diavolo sembrano aver dato alla componente black metal il ruolo precedentemente occupato dal post-punk, conferendo alla propria musica una diversa sfumatura di nero. Una seconda evoluzione che salta all’orecchio riguarda la vocalità di Erba Del Diavolo, più controllata ma non per questo meno istrionica ed espressiva.
“Every Tongue Has Its Thorns” segue una dinamica abbastanza lineare (lento-veloce; strofa-ritornello-bridge), scorrendo orecchiabile e fluida fino alla bella chiusura in cui torna, dark e imprevedibile, il theremin, ad intonare una melodia da viola ultraterrena.
Già da qui è possibile presagire un album di affermazione della propria identità, più che uno stacco netto col passato.

02.Lunga Vita Alla Necrosi (4:01)
La conferma che “De Venom Natura” sia innanzitutto un lavoro di consolidamento arriva da “Lunga Vita Alla Necrosi”, in cui le similitudini con l’album precedente emergono fin dalle prime battute. Il brano serve bene alcuni dei tratti chiave dei Ponte Del Diavolo, a cominciare dalla doppia spina dorsale dei due bassi (qui impegnati in un succulento riffing dai toni sludge) e dal gusto mai stucchevole per i riferimenti ai decenni d’oro del punk, della new wave e del doom.
E a proposito di reference d’altri tempi, emerge un’altra sorprendente influenza: quella della canzone italiana anni Sessanta-Ottanta, che spicca soprattutto nelle linee vocali dove fanno capolino Donatella Rettore, Nada e Caterina Caselli rilette in una chiave satanica.
Comincia ad emergere anche un approccio diverso negli arrangiamenti e nel sound – più scuri, più ‘metal’, più raffinati.

03. Spirit, Blood, Poison, Ferment! (4:36)
Il singolo di lancio di “De Venom Natura” è senza dubbio uno pezzi dei più solidi e originali del platter. Finora abbiamo parlato di conferme, ma il fatto che come biglietto da visita del nuovo sia stato scelto proprio questo brano, è forse il primo segnale concreto di apertura alla novità.
“Spirit, Blood, Poison, Ferment!” porta chiaramente la firma dei Ponte Del Diavolo, eppure presenta elementi che saggiano i limiti della ‘comfort zone’ sia della band, sia del pubblico.
C’è molto black metal, ma cominciano a farsi largo sperimentazioni un po’ più ambiziose: il brano accarezza lo sludge, l’industrial e perfino il prog, muovendosi con sinuosa naturalezza attraverso strutture non sempre prevedibili che culminano in un ritornello drammatico, inconsueto e di grande effetto. Spiccano la grande varietà del drumming, cruciale nel dare al pezzo una dinamica sorprendente e accattivante, e gli interventi del trombone di Francesco Bucci degli Ottone Pesante, che impreziosiscono il brano accentuandone la personalità dirompente.

04. Il Veleno della Natura (4:58)
Il secondo singolo estratto dall’album cala un filtro dark su un’Italia d’altri tempi: non sapremmo come descriverlo se non come un featuring impossibile tra Mina e The Banshees, oppure tra i Ghost e Sergio Endrigo.
Per chi scrive, queste atmosfere da “Dolce Vita” horror sono uno dei punti di forza assoluti di “De Venom Natura” e uno dei campi di gioco in cui i Ponte Del Diavolo danno il meglio di sé: il synth new wave, la struttura pop, il testo che è una perversione delle canzoni d’antan funzionano a meraviglia.
Soprattutto, funziona il bilanciamento di questi elementi con la volata quasi barocca del ritornello, contrapposta a una linea vocale sensuale e autoironica, a un drumming incalzante a una linea di basso insieme inquietante e scanzonata, che accompagna verso la chiusura facendo muovere la testa e i piedi. Un pezzo per nulla banale, ma col potere di restare appiccicato addosso all’ascoltatore per il resto della giornata.

05. Delta-9 (161) (8:52)
“Delta-9, C21H30O2”.
La formula molecolare del tetraidrocannabinolo viene ripetuta come una litania per minuti interi, adagiandoci su un tappeto di synth ricamati con spirali acustiche talmente definite da risultare visibili. Siamo entrati in uno spazio fumosissimo – è il caso di dirlo – in cui si respira una miscela ipnotica di psych, jazz e stoner, il cui effetto mesmerico non tarda a farsi sentire. A sorreggerci, solo la sezione ritmica e il clarinetto di Vittorio Sabelli: per chi ama le sonorità à la Bohren und der Club of Gore, questo pezzo potrebbe risultare un inaspettato piacere psicotropo.
E quando si è ormai storditi, il pezzo cambia repentinamente, prendendo una piega più nettamente doom-stoner, appena punteggiata di grunge. Questa seconda parte, pur offrendo un twist interessante al brano, rappresenta forse il passaggio meno brillante ascoltato finora, complice soprattutto una linea vocale non del tutto convincente. Il pezzo si risolleva grazie a una chiusura efficace, che riprende il mantra iniziale ‘appesantendolo’ e sporcandolo di una patina industriale.

06. Silence Walk With Me (6:17)
Pur non distaccandosi per qualità dal resto dell’album, “Silence Walk With Me” è forse il pezzo meno solido del platter. Si fa notare soprattutto la voce pulita di Gionata Potenti dei Nubivagant, vagamente reminiscente di quella di Brian Molko e protagonista assoluta della prima parte del brano. Purtroppo, il suo intervento è relegato in una posizione che gli sottrae organicità, risultando ‘incastrato’ in un songwriting ondivago e soverchiato dalla batteria quasi prepotente che lo accompagna.
Con l’ingresso di Erba Del Diavolo, il pezzo riprende grossomodo gli stilemi della band, pur conservando un andamento peculiare che contrasta con la complessiva accessibilità di quanto ascoltato finora. Gradevole la sfumatura neofolk conferita sul finale dalla chitarra acustica – anche questa ad opera di Potenti.

07. In the Flat Field (4:54)
La conclusione dell’album è affidata a un pezzo di ottima presa, ovvero una versione di “In The Flat Field” dei Bauhaus in cui Siouxsie Sioux incontra i Grave Pleasures. L’immediato riffing post-punk è accompagnato da una sezione ritmica ancora una volta molto dinamica, in cui bassi post-rock dialogano con una batteria ora black metal, ora quasi jungle, giocando con contrasti e anticipazioni.
Se c’è un carattere di questi ‘nuovi’ Ponte Del Diavolo che questa interpretazione di “In the Flat Field” ben rappresenta, è senz’altro la loro capacità di risultare orecchiabili senza rinunciare alla complessità e alla cura del dettaglio. A questo proposito, giunti a fine ascolto, sentiamo di poter dare anche un giudizio molto positivo sulla produzione di “De Venom Natura”, curata da Danilo Battocchio e rifinita in sede di mastering da Magnus Lindberg.

“De Venom Natura”, dunque, affina il linguaggio dei Ponte Del Diavolo, mostrandone una superficie ancora più sfaccettata e capace di rifrangere l’oscurità in modi imprevedibili. Non è un punto di arrivo, ma piuttosto un disco di ripartenza, da una posizione al contempo più alta e più profonda. Un lavoro che si presta ad essere ascoltato e riascoltato, e che – crediamo –  farà parlare di sé.