Il Governo, nel Consiglio dei Ministri di ieri, ha deciso di commissariare Toscana, Emilia-Romagna, Umbria e Sardegna per non aver adempiuto all’obbligo di presentare i piani di dimensionamento scolastico. La decisione è stata presentata come «inevitabile» dal ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, perché l’opposizione delle quattro amministrazioni ha di fatto impedito la realizzazione di una riforma prevista dal Pnrr – quella, appunto, del dimensionamento scolastico – già definita dal governo Draghi. In sintesi, si tratta di un modo per far fronte allo spopolamento scolastico: sulla base di un coefficiente fissato a 938 alunni medi per scuola, i piani di dimensionamento scolastico fissano il numero di sedi autonome per regione, quelle per cui è previsto un dirigente scolastico, eseguendo un calcolo per adattare il numero dei presidi al calo degli studenti in tutta Italia. In questo modo i piani prevedono di tagliare 627 posti in tre anni, tra dirigenze e personale amministrativo. È alla rimozione di 69 dirigenze, in particolare, che si sono opposte le quattro Regioni commissariate che, nonostante le pronunce della Corte costituzionale a favore del Governo, ritengono il calcolo inadeguato.
Dietro al dibattito politico, però, c’è una riforma che riguarda la vita di migliaia di studenti e docenti. Non perché il provvedimento metta in pericolo la vita delle centinaia di scuole a rischio accorpamento – «nessun plesso sarà chiuso», assicura il ministro Valditara – ma perché molti istituti, nella fusione, potrebbero perdere il proprio dirigente scolastico. «In prima battuta i plessi non saranno chiusi – commenta ad Avvenire Ivana Barbacci, segretaria nazionale di Cisl Scuola – ma, senza autonomia, le scuole si impoveriscono. A farne le spese saranno soprattutto le aree interne».
Secondo il sindacato, nelle zone montane e nei Comuni a bassa densità abitativa, tutto ruota attorno al taglio degli organici. «Anche se per ora le lezioni resteranno dove sono, l’accorpamento di due o più istituti sotto un unico dirigente scolastico potrebbe avere indirettamente effetti sul taglio di direttori dei servizi, personale Ata, assistenti amministrativi e collaboratori scolastici». Non solo. Lo stesso dirigente scolastico di un istituto accorpato potrebbe doversi muovere tra plessi distanti anche 50 chilometri tra loro, costringendo di fatto alcune scuole a rinunciare alla sua presenza.
Non si tratta di una novità: in molti istituti – montani e non – che non raggiungono il numero minimo di iscrizioni per ottenere un proprio dirigente scolastico, i presidi “reggenti” oggi sono già costretti a muoversi tra plessi molto lontani. «In questo modo nelle aree più depresse del Paese restano poche classi abbandonate – conclude Barbacci –. Così comincia un lento declino delle istituzioni scolastiche che, nelle aree interne, contribuirà allo spopolamento. È una sconfitta per tutti».
In realtà, i problemi degli istituti accorpati dai piani di dimensionamento sono del tutto simili a quelli dei plessi che restano senza dirigenza per carenza di studenti (la soglia minima per ottenere l’assegnazione di un preside tradizionalmente è di 600 alunni, ma si abbassa anche a 300 scolari per alcune scuole montane). Sono circa 350 quest’anno le reggenze in Italia, quasi il 5% delle scuole del Paese. «Non c’è nessuna differenza pratica tra una reggenza e un accorpamento di istituti – commenta Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale presidi (Anp) –, perché il dirigente scolastico è sempre uno per due plessi». Il vantaggio del dimensionamento scolastico, secondo i presidi, sta piuttosto nella continuità: «Dal punto di vista delle scuole – continua Giannelli – è sempre meglio avere un preside per due plessi, invece che un reggente, perché l’incarico dirigenziale dura tre anni e quasi sempre viene confermato per altri tre. Al contrario, un reggente deve essere rinnovato di anno in anno».
Presidi e sindacati concordano su un punto soltanto: ogni soluzione deve tenere conto dello spopolamento delle scuole italiane. La questione è centrale soprattutto nelle aree interne, che contano 13,4 milioni di abitanti su circa 4mila Comuni (dati dal Piano strategico nazionale delle aree interne 2021-27). Gli effetti della denatalità sulla vita dei plessi extraurbani sono già evidenti: negli ultimi anni sono state chiuse oltre 2.600 scuole dell’infanzia e primarie. Secondo le proiezioni Istat, nei prossimi dieci anni l’Italia perderà complessivamente 500mila studenti alle secondarie di secondo grado, 300mila alle secondarie di primo grado e 400mila alle primarie. «È per questo – conclude il presidente dell’Anp – che i presidi devono iniziare a dividersi tra classi piccolissime su territori molto vasti. Ormai la frammentazione è una prassi già a partire dalle elementari».