Genio e sregolatezza, in altre parole un furbo, uno di quelli che prova a svoltare, che sa come convincere ogni signora per un acquisto. È l’incarnazione vivente dell’american dream, in un’America però spietata, in cui si imbracciano le armi con grande facilità e in cui tutto sembra possibile, per poi rivelarsi una patria per pochi, ricchissimi, senza scrupoli.
C’è dietro un chiaro, quanto lieve, intento polemico da parte del regista, che tuttavia si guarda bene dal firmare un film politico, pur inserendoci richiami all’attualità su cui inevitabilmente riflettere. Lo fa a modo suo, inserendo degli esilaranti quanto inquietanti segmenti di action e follia, in cui a dominare è il carisma di un Abel Ferrara, versione slumdog puzzolente e criminale che dona al film una performance generosa.
Anche Gwyneth Paltrow rappresenta un volto dell’America, quella privilegiata, ricca, annoiata, e lo fa con classe e ironia. È anche attraverso di lei, la sua aurea da diva di un tempo, che passa la voglia di riscatto del protagonista: per prendersi tutto e sentirsi un vincente è necessaria la conquista, di un titolo come di un femminile da autosfoggiare a trofeo per sentirsi davvero arrivati.
Ma la similitudine che sottende tutto il film è chiara: l’andirivieni delle vicissitudini della vita è come una partita di ping pong, ci si impegna al massimo, si sfodera il talento, si impiegano tutte le risorse possibili, e anche quelle impossibili, ma poi a decidere veramente, oltre all’interazione imprevedibile con l’altro, è il fato. Fato che si può forzare, con una buona dose di diplomazia, di cui il protagonista Marty Reisman, che nel film diventa Marty Mauser – uno Chalamet in stato di grazia, protagonista e produttore – ne è assai provvisto.