di
Laura Cuppini

Il Paese ha la più ricca diversità genetica al mondo. La dimostrazione più eclatante della resilienza biologica è avvenuta durante la pandemia Covid

Il Brasile non fa parte delle cosiddette Zone blu, le cinque aree del pianeta dove la popolazione ha un’aspettativa di vita superiore alla media (Okinawa, Giappone; Ikaria, Grecia; Sardegna, Italia; Nicoya, Costa Rica; Loma Linda, California), ma è una risorsa preziosa per comprendere il fenomeno della longevità. Ed è oggetto di un articolo pubblicato su Genomic Psychiatry da esperti del Centro di ricerca sul genoma umano e sulle cellule staminali dell’Università di San Paolo che stanno conducendo uno studio su una coorte di brasiliani longevi.

Diversità genetica

Tre dei dieci super centenari maschi più longevi al mondo sono brasiliani, compreso l’uomo più anziano vivente, nato il 5 ottobre 1912. Perché alcuni esseri umani vivono oltre i 110 anni mentre la maggior parte non raggiunge il traguardo del secolo? Il Brasile ha una caratteristica peculiare. A partire dalla colonizzazione portoghese nel sedicesimo secolo, seguita dalla migrazione forzata di circa 4 milioni di schiavi africani, poi dalle ondate di immigrazione europea e giapponese, il Paese ha sviluppato quella che gli autori descrivono come la più ricca diversità genetica al mondo. Una caratteristica particolarmente interessante, dato che generalmente gli studi sulla longevità riguardano popolazioni con caratteristiche omogenee.



















































Nuove varianti

Uno studio su oltre mille brasiliani sopra i 60 anni ha rivelato la presenza di due milioni di nuove varianti genetiche, assenti dai database genomici globali. Uno studio più recente ha identificato più di otto milioni di varianti genomiche mai descritte nella popolazione brasiliana. Lo studio dell’Università di San Paolo in corso coinvolge oltre 160 centenari, tra cui 20 super centenari, distribuiti in diverse regioni brasiliane con contesti sociali, culturali e ambientali eterogenei. Molti provengono da regioni svantaggiate con accesso limitato all’assistenza sanitaria, offrendo una rara opportunità di studiare i meccanismi di resilienza al di là dell’intervento medico. Tra i partecipanti c’era Inah Canabarro Lucas, riconosciuta come la persona più anziana al mondo fino alla sua morte, avvenuta il 30 aprile 2025 all’età di 116 anni. La coorte comprendeva anche i due uomini più anziani al mondo. Uno è morto lo scorso novembre, all’età di 112 anni, mentre il secondo ha 113 anni.

Lucidi e indipendenti

Al momento dei colloqui con i ricercatori, alcuni super centenari brasiliani erano ancora lucidi e indipendenti nelle attività quotidiane. Un caso spicca in modo particolarmente evidente. Una donna di 110 anni ha nipoti di 100, 104 e 106 anni: si tratta di una delle famiglie più longeve mai documentate in Brasile. La nipote più anziana era campionessa di nuoto all’età di 100 anni. La famiglia conferma che i fratelli dei centenari hanno una probabilità maggiore (da 5 a 17 volte, secondo diversi studi) di raggiungere loro stessi lo status di centenari.

Linfociti e autofagia

Cosa caratterizza i super centenari a livello biologico? In primo luogo, i loro linfociti (che costituiscono il «cuore» del sistema immunitario) mantengono un’attività paragonabile a quella di individui molto più giovani. Inoltre i meccanismi di autofagia (in cui la cellula degrada e riutilizza i propri componenti danneggiati o non più necessari) rimangono altamente funzionali. Secondo i ricercatori dell’Università di San Paolo, l’invecchiamento immunitario nei super centenari non deve essere considerato un declino generalizzato, ma piuttosto un adattamento, una resilienza funzionale, piuttosto che un deterioramento. È interessante notare che i centenari brasiliani non adottano alcuna restrizione alimentare.

Pandemia Covid

Forse la dimostrazione più eclatante della resilienza biologica è avvenuta durante la pandemia. Tre super centenari brasiliani della coorte sono sopravvissuti al Covid nel 2020, prima che fossero disponibili i vaccini. I test immunologici hanno rivelato che questi individui presentavano livelli elevati di IgG e anticorpi neutralizzanti contro Sars-CoV-2. Come hanno fatto individui di età superiore ai 110 anni a sviluppare risposte immunitarie efficaci contro un nuovo agente patogeno che ha ucciso milioni di persone più giovani in tutto il mondo? Una robusta funzione delle cellule immunitarie e l’integrità fisiologica generale rendono i super centenari un modello eccezionale per lo studio della resilienza biologica.

La vita in salute

Piuttosto che limitarsi a sopravvivere fino a un’età molto avanzata, questi individui resistono attivamente ai segni distintivi dell’invecchiamento, offrendo spunti che potrebbero ridefinire la comprensione della longevità e futuri interventi volti a prolungare la durata della vita in salute. «I consorzi internazionali sulla longevità e la genomica dovrebbero ampliare il reclutamento per includere popolazioni ancestralmente diverse e miste, come quella brasiliana, oppure fornire sostegno finanziario a studi genomici, immunologici e longitudinali che approfondiscano le conoscenze scientifiche e migliorino l’equità nella ricerca sanitaria globale», afferma Mayana Zatz, tra gli autori del lavoro e professore all’Università di San Paolo.

13 gennaio 2026