di
Giuseppe Sarcina
Riunione alla Casa Bianca. L’isola: stiamo con i danesi
Appuntamento oggi, giovedì 14 gennaio, alla Casa Bianca. Il vice presidente Usa, JD Vance ha deciso di partecipare all’incontro che i ministri degli Esteri di Danimarca, Lars Lokke Rasmussen, e di Groenlandia, Vivian Motzfeldt, avevano chiesto a Marco Rubio. Ci sarà anche il segretario di Stato, ma è chiaro che sarà Vance a condurre la riunione.
Difficile prevedere se il confronto risolverà la crisi che si è aperta tra le due sponde dell’Atlantico sul destino della grande isola nell’Artico. Donald Trump insiste: «Faremo qualcosa in Groenlandia, che piaccia oppure no, non vogliamo avere la Russia o la Cina come nostri vicini». Il presidente americano ha precisato di volere raggiungere l’obiettivo nel «modo più facile», cioè con un accordo; altrimenti ricorrerà alle «maniere più dure».
I vertici di Danimarca e Groenlandia hanno preparato la riunione a Washington su due livelli. Ieri, nel corso di una conferenza stampa congiunta, la premier danese Mette Frederiksen ha ammesso che «la situazione è difficile: non è stato semplice sopportare una pressione del tutto inaccettabile da parte di uno dei nostri più stretti alleati, ma c’è da sospettare che il peggio sia ancora in arrivo».
Il primo ministro della Groenlandia, Jens Frederik Nielsen, ha aggiunto che il suo Paese, «Territorio speciale» della Danimarca, «non vuole essere né posseduto, né governato dagli Stati Uniti». Nielsen è stato lapidario: «Il solo fatto di dichiarare la volontà di comprare un altro Stato, non è rispettoso per la popolazione che ci vive. La Groenlandia sceglie la Danimarca rispetto agli Stati Uniti».
Nello stesso tempo, però, i due governi si sono convinti che le manifestazioni di sdegno non basteranno a dissuadere Trump. Nei giorni scorsi hanno preparato una proposta concreta che oggi sottoporranno a Vance e Rubio. Il punto di partenza è l’«Accordo per la difesa della Groenlandia», firmato da Stati Uniti e Danimarca nel 1951. Quel documento riconosce l’esistenza di un solo presidio militare americano, la Thule Air Base, che adesso si chiama Pituffik, specializzata nella sorveglianza spaziale.
Tuttavia l’intesa prevede l’ampliamento della presenza armata statunitense, a condizione che avvenga in consultazione con le autorità danesi e della stessa Groenlandia. E in effetti, nel corso della Guerra Fredda, il Pentagono ha costruito altre basi nell’isola, una di queste è stata scoperta recentemente, sotto una calotta di ghiaccio profonda trenta metri.
Ora la Groenlandia, d’intesa con Copenaghen, sarebbe disponibile a ospitare altre basi americane. Decida Washington quante ne occorrono: anche fino a dieci. Il segretario della Nato, Mark Rutte, appoggia questa manovra e sta consigliando di procedere con un progetto di sicurezza dell’Artico avallato da tutti i membri dell’Alleanza Atlantica.
Ieri, per altro, è uscito allo scoperto con queste parole: «Siamo tutti d’accordo sul fatto che, quando si tratta di protezione dell’Artico, dobbiamo lavorare insieme, ed è esattamente quello che stiamo facendo. Quello che mi aspetto nelle prossime settimane è che si discuta su come fare il passo successivo». Rutte allude a un tema cruciale, quando c’è di mezzo Trump: come verrebbero ripartite le spese per l’allestimento e la gestione delle nuove basi? Il segretario della Nato sta pensando a un contributo suddiviso tra gli alleati, in particolare tra quelli che, a parte Russia e Usa, fanno parte del Consiglio Artico: Canada, Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia.
Anche Regno Unito e Germania sono pronti a partecipare a una missione di sicurezza collettiva. Chi avrebbe il comando? Non c’è dubbio che gli Stati Uniti rivendicherebbero il pieno controllo delle operazioni militari, da affidare al Joint Force Command di Norfolk, in Virginia.
Il piano danese non si esaurisce con gli aspetti militari. A Vance e Rubio verrà proposto anche di intensificare la cooperazione economica tra Usa e Groenlandia, questa volta partendo dalla «Dichiarazione congiunta», siglata tra Danimarca e Stati Uniti, il 6 agosto del 2004. L’elenco dei settori potenzialmente coinvolti è generico: «Tra gli altri, ricerca, tecnologia, energia, questioni ambientali, istruzione, sviluppo, turismo, traffico aereo». Finora non ha prodotto risultati significativi. Ma la cornice giuridica consentirebbe alle imprese americane di accedere ai giacimenti di terre rare, al petrolio e ad altre materie prime.
13 gennaio 2026
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