Le gemelle Cathleen and Colleen Wade non hanno smesso di fissarci e neanche quelle di Shining,  Lisa and Louise Burns, diretta inspirazione dall’originario ritratto fatto da Diane Arbus nel 1966. Dopo la morte della fotografa americana nel 1971 l’interesse per il suo lavoro non si è spento. La mostra Konstellationen (al Gropius Bau di Berlino fino al 18 gennaio) riunisce 454 stampe, montate  a caso su strutture scarne a graticcio, senza altre spiegazioni che non siano il titolo e l’anno. Le  fotografie sono abitate da figure eccentriche, travestiti, bambini spaesati e coppie anonime che sembrano  parlare di un’ America che forse non esiste più e insieme del nostro presente, dove l’identità è spettacolo, la malattia una serata di gala e la differenza uno show senza fine. La Arbus rivive nello spazio del museo come in uno specchio deformante: là dove la fotografia smette di essere documento e torna a interrogare chi guarda.

Dopo la morte della Arbus, Neil Selkirk, ex studente e suo occasionale consulente tecnico, nonché a  sua volta fotografo,  è stata l’unica persona autorizzata a produrre nuove stampe dal suo lascito e per oltre trent’anni ha conservato una stampa di ogni fotografia. Queste 454 immagini sono state  acquisite nel 2011 dalla collezionista svizzera Maja Hoffmann ed esposte per la prima volta nel 2023 nel suo museo privato ad Arles. A Neil Selkirk abbiamo fatto qualche domanda sul corpus della fotografa, senza omettere aspetti come la vulnerabilità e la rappresentazione e del perché, oggi, Arbus non smette di disturbarci.

Lei è stato abbastanza vicino al lavoro della Arbus, cosa significa vedere oggi le sue opere tornare nello spazio museale — in questo particolare allestimento e contesto — e come ci si sente nel vedere come le sue immagini vengano reinterpretate?

Nel corso della stampa delle sue opere sono diventato un grande ammiratore del suo lavoro e sono rimasto stupito nel vedere quanto sia riuscito l’allestimento al Gropius Bau: le singole immagini non mi erano mai sembrate così accessibili. I visitatori sono invitati a soffermarsi su ogni fotografia, e lo  fanno come mai prima d’ora. La reazione, inevitabilmente affascinata dello spettatore, è semplicemente una testimonianza dell’unico e particolare legame che Diane è stata capace di instaurare sia con i suoi soggetti sia con il suo pubblico.

Triplets in their bedroom, N.J. 1963 ©The Estate of Diane Arbus (Maja Hoffmann/LUMA Foundation Collection)

Arbus cercava il “mostruoso” non per esporlo, ma per rivelarne la normalità. Nel mondo di oggi, in cui la diversità è spesso celebrata come valore sociale o culturale, pensa che il suo sguardo ci disturbi ancora — o è stato, in qualche modo, addomesticato da queste nozioni contemporanee di inclusione e marginalità?

Ciò che lei cercava poteva risultare “mostruoso” nella mente del pubblico pre-Arbus, ma mai nella sua. Fin dall’infanzia era profondamente consapevole che ognuno aveva lo stesso diritto alla propria forma unica di umanità e, come lei stessa afferma, si limitava a rivelarne la normalità. Il suo sguardo, la sua capacità non di giudicare, ma piuttosto di comprendere, sarà inevitabilmente sospetto, sempre una sfida per la maggior parte di noi. Il suo messaggio è universale e la capacità dell’individuo di affrontarlo appartiene solo a ciascuno.

Nell’era delle identità curate e dei filtri digitali, cosa pensa rimanga di quell’onestà radicale nel suo  approccio?

Diane faceva delle osservazioni sulla “differenza tra intenzione ed effetto”, nelle quali parlava della  differenza tra come ogni individuo aspira a essere percepito e come invece può essere osservato oggettivamente. Se la razza umana deve sopravvivere, l’onestà radicale sarà uno degli elementi essenziali.   

Senza titolo, N.J. 1970-71 ©The Estate of Diane Arbus (Maja Hoffmann/LUMA Foundation Collection)

Avendo trascorso anni lavorando con i suoi negativi e le sue stampe e lavorando anche come fotografo, ritiene che il suo ruolo sia quello di “tradurre” la sua opera per il pubblico di oggi, oppure piuttosto di preservarne la resistenza alla semplificazione, il suo mistero, la sua opacità? 

Non c’è alcuna interpretazione o “traduzione” nel modo in cui stampo le fotografie di Diane. L’unico  obiettivo era la duplicazione: prima delle qualità fisiche, e quando ciò non era possibile, allora  dell’intenzionalità evidente derivata dalla coerenza osservata nel suo metodo. Nessuno dovrebbe essere in grado di dire se una particolare stampa sia stata realizzata da lei o da me.   

Al di là della fame di vita della Arbus, nonostante il tragico epilogo della sua, c’è anche la gioia di vita. Il suo lavoro non è una esposizione del mero freak, ma di tutta una esistenza di vite senza categorie. Ecco perché accanto all’apparente mostro troviamo Mae West, Jayne Mansfield, Marcel Duchamp,   Frank Stella, James Brown e un futuro conduttore della CNN, Anderson Cooper, in veste di neonato  dormiente, il quale alla domanda se avesse avuto problemi ad associare il suo nome alla foto, avrebbe risposto: “Basta che non mi associate a quello con la granata”. No, tranquillo, quello è Colin  Wood, diventato un agente assicurativo in California.