Il 5 gennaio, vigilia dell’Epifania, è in Spagna uno dei giorni più attesi dell’anno. È la notte in cui, secondo tradizione, i Re Magi portano i regali ai bambini, spesso con un’importanza persino maggiore rispetto a quella di Natale. Le strade si riempiono di famiglie in movimento, i negozi restano aperti fino a tardi e le città brulicano di vita. È in questo contesto che una tempesta di neve di proporzioni eccezionali si abbatte sull’intera penisola iberica, ribattezzata con il nome femminile di “Mikaela”. Una bufera che paralizza il traffico e trasforma le autostrade in distese ghiacciate, dove migliaia di automobilisti restano bloccati per ore.
In White Raid – Colpo nella tormenta, lungo la AP-6, l’autostrada che collega Madrid a La Coruña attraversando la provincia di Segovia, si forma un ingorgo apparentemente infinito. Tra i veicoli intrappolati c’è anche un furgone blindato che trasporta un carico prezioso, sufficiente a far gola a una banda di rapinatori dall’accento russo, pronti a mettere in atto il colpo. Con la polizia impossibilitata a intervenire a causa delle condizioni climatiche proibitive, l’operazione sembra fin troppo semplice. A intervenire sarà allora Leo, agente ormai maturo, fuori servizio e con problemi disciplinari, anch’egli bloccato in quella coda interminabile; al suo fianco si troverà una giovane aspirante collega, fresca di accademia e animata dal sogno di entrare nella Guardia Civil.
Nel cuore della bufera
Se Leo incarna il veterano disilluso, lei rappresenta l’idealismo giovanile e la volontà di fare la cosa giusta anche quando le circostanze giocano contro. Il film tenta di costruire una dinamica da buddy movie intergenerazionale, con due personaggi chiamati a imparare l’uno dall’altra, ma tanto i protagonisti quanto i comprimari finiscono per scontare i limiti di una sceneggiatura povera e imprecisa, che rende l’insieme prevedibile e superficiale.
Il regista Daniel Calparsoro, attivissimo negli ultimi anni tra cinema e televisione, sembra qui privilegiare la rapidità d’esecuzione alla ricerca stilistica, confezionando un prodotto tecnicamente solido ma del tutto anonimo, privo di quella scintilla capace di distinguerlo dalla massa di produzioni analoghe che affollano i cataloghi delle piattaforme streaming. Un tempo, White Raid – Colpo nella tormenta sarebbe stato il classico titolo da cestone del supermercato.
I novanta minuti scorrono rapidi e si dissolvono con la stessa velocità, complice una galleria di figure costruite su archetipi consumati, di cui ben presto finisce per importare poco o nulla. I cattivi sono cattivi senza sfumature, i buoni seguono il copione previsto, e l’unico potenziale elemento di interesse è affidato alla violenta tempesta di neve che sconvolge l’area in cui si svolge il racconto. Un evento climatico che immobilizza i veicoli, trasforma l’autostrada da spazio di movimento continuo a prigione statica, dove ogni tentativo di fuga è ostacolato da una coltre bianca sempre più fitta. Se da un lato questo scenario offre spunti visivi potenzialmente inediti, dall’altro finisce per soffocare anche le logiche action, letteralmente sepolte dalla neve.
Camminare a vista
Il problema principale è che la sceneggiatura non dispone degli strumenti necessari per rendere davvero interessanti i rapporti umani messi in scena: tra coppie in crisi, riappacificazioni familiari e improbabili love story che sbocciano nei momenti di massima tensione, il risultato stona con quell’aura di presunta verosimiglianza che il film sembra voler costruire nelle sue fasi iniziali. La struttura corale non funziona e non scava in profondità, apparendo anzi dilatata oltre il necessario per raggiungere la soglia dei novanta minuti, durante i quali i tempi morti non mancano.
Dal punto di vista visivo, il film beneficia del lavoro del direttore della fotografia Tommie Ferreras, collaboratore abituale di Calparsoro, chiamato qui a rendere cinematograficamente interessante un’ambientazione potenzialmente monotona: chilometri di asfalto ricoperti di neve, un paesaggio quasi monocromatico dominato dal candore accecante e dal grigio plumbeo di un cielo notturno carico di minacce.
Antonio Resines, interprete di Leo, è uno di quegli attori ben conosciuti dal pubblico spagnolo. Vincitore del premio Goya per La buena estrella (1997) e presenza costante del cinema iberico da oltre quarant’anni, ha costruito la propria carriera sull’interpretazione dell’uomo medio, con tutte le sue fragilità, contraddizioni e una bontà di fondo che emerge nei momenti decisivi. Anche qui, questo tratto si rivela funzionale allo sviluppo della storia, che procede esattamente come ci si aspetta, senza deviazioni né sorprese.



