di
Aldo Cazzullo

Il regista: «Da ragazzo non avevo gran successo con le donne, una cosa che non è cambiata»

Paolo Sorrentino, dica la verità: Mariano De Santis, il presidente della Repubbica protagonista del suo nuovo film «La grazia», è Sergio Mattarella.
«Non è ispirato a Mattarella. Certo, prende spunto da fatti reali: abbiamo avuto non uno ma due presidenti vedovi, con una figlia che svolgeva mansioni importanti nella vita del padre».

Oscar Luigi Scalfaro e Sergio Mattarella.
«Due giuristi, due cattolici. Qui finisce l’analogia tra l’attuale presidente della Repubblica e quello inventato da noi».



















































In effetti, a differenza di Mattarella, il suo presidente non viene rieletto. Nel film, ambientato negli ultimi sei mesi del mandato, il semestre bianco, dice: «Finalmente il Paese è in sicurezza».
«Ho scritto quella frase pensando a quando il presidente del Consiglio era Mario Draghi. Il Paese pareva in ottime mani, e lo era».

Adesso?
«Le mani migliori erano quelle di Draghi».

Sì, ma della Meloni cosa pensa?
«Non penso tanto. I politici di oggi non li capisco molto. La situazione mondiale è talmente intricata e nuova, non per colpa loro, che mi pare si muovano in maniera contraddittoria. Se fossi un politico, troverei grande difficoltà a capire con chi stare e cosa fare».

Nel film il presidente va alla prima della Scala, e gli gridano tra gli applausi: «Grazie per averci liberati da quell’incosciente!». Vengono in mente Napolitano e Berlusconi. È così?
«Non vorrei fare nomi, in un mondo in cui tutti si lanciano accuse reciproche. Ne abbiamo avuti tanti di incoscienti. Mi pare ce ne siano ancora molti, e siano in aumento».

Anche Renzi?
«Sì, e lo sa. L’ha detto pure lui, ricordando quando si lanciò sul referendum».

A Renzi però il film è piaciuto moltissimo.
«Ho letto, ne sono contento».

Qualcosa di Napolitano però c’è.
«Sì, c’è. L’ho conosciuto abbastanza bene, l’ho incontrato più volte, e mi ha estremamente affascinato. La mia fascinazione per Napolitano l’ho messa nel personaggio del film».

In effetti il protagonista, Toni Servillo, non nasconde l’accento di Napoli.
«Non solo. Quando gli ho messo il cappello, era il cappello che portava Napolitano».

Qualche altro passaggio fa pensare a Cossiga. Il presidente del film si dimette prima della fine del mandato, come lui. E come lui è interessato ai gadget, ad esempio il cane elettronico.
«Coincidenze. A Cossiga francamente non ho pensato; mi sono rifatto di più a presidenti molto equilibrati. E, nel periodo da picconatore, Cossiga tutto lasciava credere tranne essere in equilibrio».

«La grazia» è il suo terzo film politico, dopo «Loro», dedicato a Berlusconi, e «Il Divo», che è Andreotti. Raffigurato mentre prende la mano della moglie mentre ascolta Renato Zero… Non crede che un film politico dovrebbe avere un suo rigore?
«Andreotti disse che il film era molto preciso per quello che riguardava la sua sfera privata, segno che dovevo aver avuto buoni “insider”, ma non per quello che riguardava la sfera pubblica. Era vero il contrario. Avevo lavorato minuziosamente, anche con Giuseppe D’Avanzo, sulle sue vicende pubbliche; mentre su quelle private mi ero inventato tutto. Andreotti invece era davvero così. E prendeva la mano alla moglie ascoltando Renato Zero».

E Mattarella?
«“La grazia” non è un film sulla politica, ma sui modi di fare politica. Propone un modo di fare politica che oggi sembra essere fuori moda: il senso di responsabilità, il tempo necessario a fare scelte ponderate, l’idea di non esasperare i conflitti. Un modo molto barcollante, non solo nella politica italiana ma più ancora all’estero».

«Di chi sono i nostri giorni?» è la domanda che fa da leitmotiv al film. Che però ha molte altre frasi destinate a restare, a far riflettere. Il corazziere dice al presidente: «Lei attribuisce troppa importanza alla verità».
«Non vorrei passare per nemico della verità. C’è una verità dei fatti: una verità sacrosanta, che è giusto venga raggiunta. Per un giurista, e per tutti coloro che credono nella giustizia, non si può fare a meno della verità. Poi però ci sono le debolezze e le difficoltà degli uomini; come nel caso che racconto, la concessione della grazia. E qui la verità è un concetto molto più sfumato, nebuloso, complicato».

Perché?
«Perché si tratta di decidere su persone che hanno commesso omicidi, in circostanze che non rendono così netta la colpevolezza di queste persone. Per quanto discutibile, la grazia è qualcosa di molto interessante. Consente di entrare in profondità nell’idea che non necessariamente un fatto grave sia così grave».

Lei evoca la storia del marito che uccise la moglie malata di Alzheimer, cui Mattarella ha concesso la grazia. Nel film, però, il presidente la grazia la nega.
«La grazia è una facoltà a discrezione del presidente della Repubblica. E la discrezionalità passa anche dalla valutazione del caso. Nel film, il presidente non dà la grazia perché non crede alle parole della persona da graziare».

Il criterio è l’amore.
«Sì. Mariano De Santis non crede che l’uomo amasse davvero la moglie. Crede che avesse dei secondi fini. Chi avrà la pazienza di leggere le didascalie finali del film, capirà che forse il presidente ha visto bene».

Mariano De Santis fa venire in mente Mariano Rumor.
«Volevamo nomi legati al mondo cattolico. La figlia si chiama Dorotea».

L’altro dilemma del presidente è firmare o no la legge sull’eutanasia.
«Il fine vita è un caso emblematico in cui la verità non è così netta, così oggettiva, così facile da raggiungere. Cosa è giusto fare? Possono essere giuste le obiezioni dei cattolici. Può esser giusta l’eutanasia. È difficile trovare una posizione netta sul tema dei temi, che è la morte. Quando Kafka dice che il senso della vita è che finisce, ci sta dicendo questo».

Ma lei cosa pensa dell’eutanasia?
«Io sono favorevole. Mi hanno colpito le parole di Martina Oppelli, una donna cui è stato negato più volte il suicidio assistito, è dovuta andare in Svizzera. In una sorta di confessione testamentaria, diceva: ci negate questo diritto, ma voi non avete idea di quanti tentativi io abbia fatto per vivere. Martina rovescia la nostra convinzione. Lei ha trascorso l’intera esistenza, nonostante sofferenze atroci, a cercare di vivere. E questo va rispettato. Esiste il diritto a morire».

Avvenire scrive: il regista spera di riportare al centro dell’attenzione il dibattito sull’eutanasia.
«Non era la mia intenzione; ma se “La grazia” facesse da volano alla riapertura della discussione, se non a una regolamentazione sistematica della legge sul fine vita, ne sarei orgoglioso».

Oggi tutto è affidato alla pietà del medico.
«E le Regioni hanno regole diverse. Mentre servirebbe una legge unitaria, che chiarisse in maniera netta come vanno fatte le cose. Nel film sono esposte anche le ragioni dei cattolici. Il Papa è contrario alla legge».

Il personaggio del Papa è caricaturale.
«Perché? Nell’ultimo conclave si è parlato seriamente di un Papa nero».

Ma questo ha le trecce rasta, l’orecchino e gira nei giardini del Quirinale in moto.
«È un film».

Mariano De Santis ha un’ossessione. Vuole scoprire con chi l’ha tradito la moglie, prima di morire. E dubita del suo migliore amico, Ugo, che è il ministro della Giustizia e il principale candidato alla sua successione.
«Ugo è il compagno di classe bello che ci soffiava le ragazze. Un pregiudizio che viene da lontano».

Da ragazzo lei non aveva successo con le donne?
«Direi sempre, non solo da ragazzo. Una costante che mi ha accompagnato nella vita».

Si sarà rifatto da quando è diventato un grande regista.
«Se ho questa fama, nessuno si è disturbato a venirmelo a dire».

Alla fine a Ugo mancano due voti per diventare capo dello Stato; tra cui quello di Mariano.
«È il motivo per cui il protagonista si dimette; per poter votare il prossimo presidente della Repubblica. Il film è il racconto di un essere umano, che come tutti gli esseri umani ha debolezze, idiosincrasie, pregiudizi. Dice Alessandro Piperno che la nostra cultura è la somma dei nostri pregiudizi. Lo trovo profondamente vero».

Coco Valori, strepitoso personaggio d’invenzione, la migliore amica del presidente, dice: «Solo gli stronzi sono simpatici».
«Una cosa almeno per me ovvia. Una certa dose di cattiveria contribuisce a creare simpatia, in maniera elegante, con un certo stile; se no si finisce nella volgarità, nell’odio, nell’arroganza. Essere sferzanti, essere taglienti entra nel novero dell’idea di simpatia. Poi quella frase la dice Coco Valori, il personaggio più esuberante».

Si può essere simpatici e non stronzi?
«Sì. Ma non tanto simpatici».

Di Berlusconi si diceva: «Però è simpatico». Anche la Meloni è considerata simpatica, o almeno empatica.
«La politica è cosa troppo seria per lasciare spazio alla simpatia e all’antipatia. Berlinguer e Moro erano simpatici? Forse no, ma che importanza ha? Erano due statisti, due persone responsabili, due studiosi che, indipendentemente dalla bontà delle loro scelte, cercavano di fare il bene pubblico».

La simpatia non è un criterio di giudizio dei politici.
«No. La simpatia attiene alla sfera della vita privata. Cerchiamo di contornarci di persone simpatiche. Un cantante, un attore possono essere simpatici. Nella politica mi pare del tutto irrilevante. Non andrei mai da un medico perché mi è simpatico: la medicina attiene alla salute, non ci interessa molto se il medico è simpatico, deve avere altre qualità».

Berlinguer e Moro potrebbero diventare un suo film?
«Ho fatto undici film, di cui tre politici. Fin troppi. Ora spero di trovare la verve necessaria ad avere idee diverse».

I napoletani sono considerati simpatici.
«I napoletani sono molto simpatici. Ma hanno una grande consapevolezza di essere simpatici. E quando sei consapevole di una cosa, tendi ad abusarne, cadendo nel sentimento opposto: diventi antipatico. Questo a Napoli è evidente appena si sale su un taxi. Continuo a pensare che il senso dell’ironia dei napoletani mi si confaccia tantissimo: ha punti di collegamento con lo humour anglosassone, un altro tipo di humour cui posso trascorrere intere giornate a dedicarmici».

Nel suo penultimo film, Parthenope, lei mette in scena Greta Cool, attrice chiaramente ispirata a una grande napoletana, molto critica con i suoi concittadini. Lei però non si capisce con chi stia, se con Greta Cool o con i napoletani.
«Sto con entrambi. Ho vissuto a Napoli 37 anni, e ho sempre constatato che i napoletani sono estremamente critici con i napoletani; ma appena qualcuno da fuori tocca Napoli, diventano i più strenui difensori della città».

Napoli è come la mamma.
«La possiamo criticare soltanto noi».

La frase più in controtendenza, più fuori moda del film è l’elogio della burocrazia. L’elogio della lentezza, che serve a non commettere errori.
«Rispetto a un mondo di decisioni affrettate, in cui grandi leader internazionali da un giorno all’altro lanciano bombe dicendo cose quanto meno stravaganti, sarebbe prezioso che ritornasse in auge quella che abbiamo sempre criticato come burocrazia; che nella forma degenerata porta all’immobilismo della Prima Repubblica, ma oggi è un antidoto a un decisionismo molto pericoloso».

Altra frase cult: «La grazia è la bellezza del dubbio».
«Una frase che dice il Papa al presidente della Repubblica per aiutarlo a districarsi nella matassa di dubbi da cui si sente sopraffatto. Il Papa gli dice di accettarli, i dubbi. Di cogliere la bellezza recondita del dubbio. Una cosa che si acquisisce con gli anni. Da adulti si è più felici di quando si era giovani, perché si finisce per convivere in maniera sana e quasi piacevole con il dubbio, anziché essere nervosamente attivi nella risoluzione del dubbio».

Ma il dubbio più atroce del protagonista resta quello legato al tradimento della moglie.
«Penso che nei rapporti amorosi tutti siamo sempre a un passo dal traslare dall’amore all’ossessione. Tutti ci chiediamo se qualche fidanzata ci ha tradito. La moglie ha confessato al presidente di averlo tradito, ma non gli ha voluto dire con chi. E questo diventa un tarlo nella sua mente. Perché è un essere umano».

Coco Valori alla fine dice: ti ha tradito con me. Con una donna. Ma è vero?
«Non si sa. Non si sa se Coco dice il vero, come a volte te lo dicono gli amici, o se dice una bugia a fin di bene: un’altra cosa che spesso tra amici si fa».

Dove avete girato? Non al Quirinale.
«Non si può girare al Quirinale per fini commerciali; e un film, per sua natura, li ha. Così abbiamo girato a Torino, a Palazzo Reale, a Palazzo Chiablese. A Roma il presidente va a fumare sulle torrette di Villa Medici, da cui si vede lo stesso panorama del Quirinale».

Torino e il Risorgimento sono odiatissimi, in particolare nella sua Napoli.
«Non sono un conoscitore di storia, posso darle un parere emotivo: a me Torino piace tantissimo. È una città dove ritrovo le cose che mi piacciono: le librerie, i negozi di dischi, i caffè come una volta. Il mio presidente riesce a guardare al futuro meglio di me. Io guardo al passato».

«Il futuro è un vuoto, il passato è un peso». Una frase terribile.
«Una frase in cui non credo. Cecchi Gori ha detto una cosa semplicissima e potentissima: dobbiamo vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo. Il futuro è sempre l’ultimo giorno da vivere nel migliore dei modi. Del passato uno se ne deve fregare».

Questo contraddice un’altra frase del film: «A me non piace dimenticare».
«Il presidente si misura con un uomo che chiede la grazia e dice: io voglio solo dimenticare. Ma il protagonista non può dimenticare. Vive nel ricordo della moglie. Quello che lo tiene in vita è il meraviglioso matrimonio durato tanti anni. Se dimentica la storia d’amore, rinnega la propria vita; e questo non può farlo».

L’altra grazia chiesta al presidente è per una donna, nipote della compagna del Guardasigilli, Ugo. Sembra la storia di Fiora Pirri Ardizzone, che era figlia della compagna di Emanuele Macaluso.
«È la prima volta che qualcuno lo fa notare, ma è vero. Pertini la graziò, e fu criticato per questo».

Il personaggio di Dorotea è più Marianna Scalfaro o più Laura Mattarella?
«Non si sa molto della loro vita privata. Ho lasciato ad Anna Ferzetti ampia libertà di ispirarsi all’una e all’altra».

Davvero lei lascia così tanta libertà ai suoi attori?
«Una volta tracciati i confini, sì».

E il personaggio di Toni Servillo?
«Era importante avesse un’aura di autorevolezza, di grande rispettabilità. Abbiamo avuto la fortuna di avere in questi anni presidenti della Repubblica molto concentrati, molto guardinghi. Volevo un presidente la cui autorevolezza fosse sempre in campo, anche nei momenti in cui era più fragile, più vulnerabile, più divertente».

Erano tutti presidenti di centrosinistra. La destra saprà esprimere un personaggio altrettanto autorevole?
«Non lo so. Me lo auguro. Non erano presidenti così di sinistra, ma di centro. Pensi a Ciampi. Lo stesso Napolitano era un migliorista, veniva dall’ala destra del Pci. Le norme che legano l’elezione del presidente alla maggioranza dei due terzi, nelle prime votazioni, e poi alla maggioranza assoluta sono formidabili. Impongono una convergenza. Eliminano gli estremisti».

La scena in cui il protagonista canta con gli alpini è commovente.
«Sì, e il primo a esserne sorpreso sono io. Non ho una grande conoscenza del mondo degli alpini, anzi non ne so proprio nulla. La sera prima avevo visto su YouTube un coro musicale, mi è sembrato molto bello, e l’ho messo nel film. Volevo si sciogliesse la rigidità del personaggio, ribadita dal suo soprannome: cemento armato. È una scena emozionante, molti mi stanno dicendo che si commuovono. C’è qualcosa nella forza della musica che commuove. E io stesso mi sono commosso».

Il presidente dice di sé: «Sono l’argomento più noioso che conosco».
«La sfida è muovere nella direzione opposta quello che è fermo. Andreotti era un uomo fermo; il gioco meraviglioso è rendere movimentato, attraente, cinematografico un personaggio che di per sé non possiede i crismi. Anche il protagonista de “Le conseguenze dell’amore” era un uomo fermo. Sempre chiuso in albergo…».

E finisce in un blocco di cemento. Tra i suoi personaggi va ricordato almeno il grande Michael Caine di Youth.
«Se facevo recitare male Michael Caine mi ritiravo. Voleva dire che il cinema non era il mio mestiere».

Altri suoi attori non hanno bei ricordi. Credo che Verdone e la Ferilli si siano sentiti «usati» ne La grande bellezza.
«Non penso. Con Verdone ho ottimi rapporti, ci sentiamo. Anche con la Ferilli li ho avuti. Non lo so, e mi interessa anche poco. La vita è noiosa, uno cerca sempre un motivo per movimentarla, per litigare. Ogni tanto ci scegliamo un nemico per sfuggire la noia».

Con Servillo avete mai litigato?
«Mai. Tra noi c’è un non detto, un rispetto reciproco che è una costante della nostra relazione. E poi, come me, è un grande lavoratore».

«La giustizia è una scalata impossibile verso la verità».
«La verità è una montagna difficilmente raggiungibile. Il diritto anela alla verità. In politica la verità è un fattore decisivo. Ma lo snodo cruciale nel fare i film è quanto si può spingere la caricatura, quanto si può indossare la maschera. Il mio lavoro è tutto nell’equilibrio tra finto e vero. Fellini diceva: faccio solo cose false. Però, se li si guarda bene, i suoi film hanno incredibili squarci di verità. Come “La dolce vita”: la difficoltà di stare al mondo, lo squarcio dentro una cornice all’apparenza meravigliosa».

Quali sono i cinque film della sua vita?
«Ne ho quattro. Otto e mezzo di Fellini, C’era una volta in America di Leone, Toro scatenato di Scorsese e L’uomo che amava le donne di Truffaut».

E i libri?
«Lessico famigliare di Natalia Ginzburg, Viaggio al termine della notte di Céline, I divini mondani di Ottiero Ottieri. E, ovviamente, Ferito a morte di La Capria».

14 gennaio 2026 ( modifica il 14 gennaio 2026 | 07:34)