Figura di spicco a livello internazionale, Letizia Ragaglia (Montebelluna, 1969) ha recentemente lasciato la direzione del Kunstmuseum Liechtenstein di Vaduz, cedendo il testimone alla storica dell’arte Christiane Meyer-Stoll.
Si chiude così un capitolo importante del suo percorso professionale: la storica dell’arte e curatrice veneta assumerà infatti la direzione del MASI di Lugano a partire da metà marzo 2026. Volevamo saperne di più sulle esperienze passate e sugli obiettivi futuri, e le abbiamo quindi rivolto qualche domanda.
Letizia Ragaglia. Photo: Sandra Maier, © Kunstmuseum LiechtensteinIntervista alla storica dell’arte e curatrice Letizia Ragaglia
Dopo quasi cinque anni alla direzione del Kunstmuseum Liechtenstein, quali aspetti del lavoro svolto a Vaduz sente oggi come più significativi?
Ho ribadito molte volte di essere una persona “museale”, nel senso che mi interessano profondamente le collezioni, la ricerca e i progetti a esse connessi. All’interno dei musei abbiamo imparato tutte e tutti a essere più sostenibili, a incrementare il lavoro sul patrimonio per cercare di ridurre i prestiti a lunga distanza, ma forse non è ancora passato del tutto il messaggio di quanto la ricerca sulle collezioni possa essere gratificante e arricchente. Io la ritengo il cuore di ogni museo.
Al Kunstmuseum Liechtenstein ho trovato un patrimonio composto da diversi nuclei tematici significativi, molto specifici e ben delineati, ma ho avuto anche la possibilità di “ripensarli” e ampliarli, rendendo la collezione più inclusiva.
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Ci spieghi meglio…
Nell’ambito della commissione acquisti, che si riuniva tre volte l’anno, abbiamo innanzitutto analizzato le visioni e i punti di forza delle opere acquisite nel corso degli anni dal museo; successivamente abbiamo puntato su posizioni nuove, anche giovani, che potessero integrare il patrimonio museale riprendendo le storie già presenti, ma raccontandole anche in maniera nuova e inedita.
All’interno della programmazione espositiva ho inoltre invitato diversi artisti a lavorare con la collezione, talvolta anche nel ruolo di curatori, attraverso un format chiamato semplicemente Artist Choice, partendo dal presupposto che ogni collezione sia materia viva, ricca di potenzialità sempre nuove.
Al contempo, per me era importante che nel pubblico, soprattutto in quello locale, crescesse la consapevolezza che la collezione è un bene condiviso. Lo staff museale non è il detentore di un certo numero di opere da spolverare e mostrare occasionalmente: chi lavora in un museo ha il privilegio e la responsabilità di gestire un patrimonio con una storia specifica e il dovere di renderlo accessibile e fruibile a un pubblico eterogeneo, attraverso modalità sempre nuove, capaci di dimostrarne la vitalità e la dinamicità.
Il museo secondo Letizia Ragaglia
Ha spesso parlato del museo come di un luogo aperto, dinamico e di sperimentazione: come questa visione ha preso forma concreta nella programmazione espositiva?
I musei sono luoghi di incontro a diversi livelli: tra opera e pubblico, tra artisti e pubblico, ma anche tra le persone che li frequentano. Questi incontri possono avvenire in modo intimo e contemplativo, ma anche sotto forma di vere e proprie contaminazioni positive.
In questo senso, a Vaduz ho cercato di “aprire” il museo attraverso operazioni molto semplici, come l’introduzione del mercoledì gratuito. Da questa iniziativa è nata la proposta del team di organizzare un “mercoledì XL” circa ogni sei settimane. Questo appuntamento speciale prevedeva il coinvolgimento di associazioni del territorio, che prendevano spunto dalle mostre in corso per organizzare performance, talk e happening, spesso culminanti in serate danzanti.
Secondo la definizione ICOM, i musei “operano e comunicano in modo etico e professionale e con la partecipazione delle comunità, offrendo esperienze diversificate per l’educazione, il piacere, la riflessione e la condivisione di conoscenze”. Ritengo anche il ballo un momento di incontro, di scambio e di “piacere”, capace di contribuire all’abbattimento delle barriere che molti avvertono ancora nel varcare la soglia di un museo.
E per quanto riguarda la sperimentazione?
Tornando al concetto di sperimentazione: al Kunstmuseum Liechtenstein abbiamo iniziato a introdurre la performance all’interno delle sale come strumento per dinamizzare le mostre; abbiamo realizzato progetti come Il parlamento delle piante, che affrontavano tematiche di rilevanza sociale e coinvolgevano in modo capillare e continuativo il territorio; e abbiamo dato vita a numerose mostre di piccolo formato che sperimentavano, ogni volta in modo diverso, con la collezione.
Credo che il peggio che possa accadere a un museo sia trasmettere un senso di staticità. Un museo deve saper sorprendere, mostrarsi sotto vesti sempre nuove, senza per questo intaccare la propria identità.
Letizia Ragaglia e la direzione del MASI di Lugano
Da metà marzo assumerà la direzione del MASI di Lugano: cosa rappresenta per lei questo nuovo incarico e quali continuità immagina con l’esperienza appena conclusa?
Innanzitutto sono davvero felice di poter lavorare al MASI, un museo giovane e ricco di potenzialità. Questo nuovo incarico rappresenta per me la possibilità di mettere a frutto le esperienze maturate a Bolzano e in Liechtenstein, ma anche di crescere insieme a una nuova squadra, avviando percorsi che nascono dall’approfondimento e dalla specificità del contesto ticinese.
Ho ascoltato recentemente una bella intervista al noto regista tedesco Wim Wenders, che sottolineava come, per ogni nuovo film, si sia sempre imposto di spingersi in territori sconosciuti per evitare la ripetizione di ciò che già conosce. Credo sia fondamentale non adagiarsi su un’“expertise” già acquisita, ma intraprendere un percorso di crescita, personale e istituzionale, dando vita a progetti nuovi. Questo, naturalmente, può avvenire solo dopo un attento periodo di conoscenza e approfondimento del contesto in cui si opera.
In questo senso, anche la vicinanza del LAC mi stimola molto e auspico possano nascere collaborazioni proficue. Dall’esperienza appena conclusa, invece, porterò con me soprattutto la voglia di continuare a sperimentare con le collezioni.
Guardando al futuro, quale pensa debba essere oggi il ruolo di un museo d’arte contemporanea all’interno della società?
In un recente articolo sul futuro dei musei apparso su Artforum, il direttore del Carnegie Museum of Art di Pittsburgh, Eric Crosby, ha proposto che i musei inizino a pensarsi come neighborhood museums, musei di quartiere capaci di diventare una risorsa vitale e necessaria per individui e comunità. Anch’io credo nell’importanza di un museo conviviale, in cui il pubblico si senta accolto.
È fondamentale dedicare grande attenzione allo sviluppo di formati diversi, in grado di attrarre nuovi pubblici e di fare del museo un luogo di incontro e di arricchimento non solo artistico, ma anche umano.
Ritengo inoltre essenziale che all’interno delle istituzioni la visione della direzione venga condivisa in modo trasparente con il team: lo spirito di un museo aperto è innanzitutto vissuto da chi ci lavora e solo successivamente trasmesso e percepito dal pubblico. Infine, sono dell’idea che i musei debbano agire come istituzioni globali con aspirazioni locali.
Valentina Muzi
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