di
Roberto Saviano

L’ex dirigente del Fronte di liberazione è stato ucciso al funerale della madre. Nella logica d’onore le esequie sono uno spazio inviolabile

Cimitero di Vero, a pochi chilometri da Ajaccio. È il 12 gennaio, poco dopo le 16.30. Il funerale di Marinette Orsoni, novantadue anni, ha richiamato una cinquantina di persone, un numero anomalo per un piccolo paese corso dove, quando muoiono i vecchi, i cortei sono sparuti e raramente superano la decina di presenze. Qui no. 

Ma quelle persone non sono venute solo per lei. Sono venute per suo figlio. Marinette Orsoni è la madre di Alain Orsoni e infatti, contro ogni previsione, Alain Orsoni è lì, esposto, riconoscibile, presente senza alcun tentativo di nascondersi. Si avvicina e si allontana dal feretro con quel movimento irrequieto che hanno i figli quando il dolore non trova una posizione stabile nel corpo e nello spazio. 



















































Poi una fitta improvvisa al petto. Non c’è rumore, non c’è confusione, non c’è avvertimento. Un solo colpo. Un cecchino appostato a distanza ha sparato in modo chirurgico, colpendo il cuore con una precisione che non lascia margini all’errore. Alain Orsoni cade a terra e muore lì, davanti alla bara di sua madre.
 
Uccidere a un funerale non appartiene alla logica d’onore mafiosa. È il suo rovesciamento. Nella tradizione mafiosa classica il funerale è uno spazio sacro e inviolabile, un tempo sospeso in cui il lutto segna un limite e oltre quel confine la violenza smette di essere regolazione del conflitto per diventare distruzione totale. Per questo, storicamente, le mafie non colpivano mai in quel contesto e anzi spesso accadeva l’opposto, perché l’uomo d’onore che aveva ucciso si presentava al funerale della vittima, portava la corona di fiori più imponente e faceva le condoglianze alla famiglia. 

Non era ipocrisia, era un messaggio codificato, perché nulla di personale voleva dire che si eliminava una funzione di potere senza distruggere la persona, che il colpo non si estendeva alla memoria e che il lutto segnava il punto esatto in cui la violenza doveva fermarsi. 

Quando Gaetano Badalamenti uccide Cesare Manzella, il 26 aprile 1963, l’omicidio segna l’atto d’apertura della prima guerra di mafia palermitana, combattuta per il controllo delle rotte internazionali del traffico d’eroina. È il modo per dire rispetto a don Cesare, ma ora è il mio turno, perché la violenza ha colpito il ruolo che incarnava e non la sua persona, segnando un passaggio di potere senza trasformare l’omicidio in annientamento.

La dichiarazione

Quando ti uccidono a un funerale non è un eccesso né una perdita di controllo. È una dichiarazione. Significa innanzitutto che non ti trovavano da nessun’altra parte, che eri protetto dalla casa, dalle abitudini, dal silenzio, dalle relazioni, e allora l’operatività scavalca la regola non perché la regola non conti più ma perché ucciderti conta di più. 

Ma c’è qualcosa di ancora più profondo, perché uccidere a un funerale significa che sei stato espulso dalla grammatica mafiosa, che non sei più un uomo da rispettare, che non sei più una famiglia da riconoscere, che sei diventato meno che niente

Questo è il messaggio non detto ma urlante lasciato sul corpo di Alain Orsoni ed è qui che bisogna capire chi era davvero. Alain Orsoni non era un boss della mafia corsa ma non era nemmeno il suo contrario, perché non comandava un clan né gestiva traffici in modo diretto, ma allo stesso tempo non era una figura marginale o innocua. Era stato un dirigente del Fronte di Liberazione Nazionale Corso, uno dei quadri di quella generazione per cui l’indipendentismo non era separabile dall’uso della forza e la lotta armata veniva concepita come strumento di regolazione del potere territoriale prima ancora che come gesto ideologico. Non era un teorico puro ma un uomo di territorio, capace di muoversi tra famiglie, relazioni, silenzi e fedeltà, in un contesto in cui il movimento indipendentista non è mai stato un blocco compatto ma una costellazione di gruppi, correnti e rivalità interne. 

Quando negli anni successivi una parte dell’FLNC tenta una normalizzazione politica e un’uscita dalla lotta armata, Orsoni prende le distanze dal Fronte, si stacca dall’organizzazione e si colloca in quell’area nazionalista che cerca una legittimazione pubblica, senza però recidere del tutto i legami con il mondo che lo aveva prodotto. 

Nel ‘90 fonda una formazione scissionista chiamata MPA (Movimento per l’Autodeterminazione) ma si sfalda tutto in poco tempo perché ogni militante vuole il suo guadagno e MPA non ha troppo potere da distribuire, e Orsoni passa da investire in pizzerie a Miami e ai videopoker in società catalane. Negli anni successivi resta una figura opaca ma centrale, senza incarichi istituzionali di primo piano ma con relazioni trasversali che attraversano ex militanti, imprenditori, uomini della criminalità corsa e politici. È anche presidente dell’AC Ajaccio, e in Corsica il calcio non è mai solo calcio ma uno strumento di visibilità, protezione e influenza simbolica.

I precedenti

La sua storia personale è segnata dal sequestro e dall’uccisione del fratello Guy Orsoni. Guy viene sequestrato nel 1983 e ha una sola colpa, quella di essere il fratello di Alain, perché non c’è rivendicazione, non c’è richiesta di riscatto, non c’è trattativa. Non è banditismo classico e non è un’operazione politica in senso stretto, ma un rapimento punitivo che lo tiene prigioniero per mesi fino alla sua uccisione nel 1984. 

Gli esecutori sono banditi a prestito, perché a sequestrarlo è Salvatore Contini, sardo dell’Anonima sarda, mentre a commissionare l’operazione è Jean-Marc Leccia, figura di raccordo tra criminalità corsa e manovalanza esterna. Per molti, però, l’origine di quella stagione di violenza va cercata più indietro, nella strategia dello Stato francese di colpire i vertici storici dell’FLNC e di sostituirli, consapevolmente o meno, con forme di banditismo puro.
 
Dopo l’uccisione di Guy, Alain Orsoni reagisce. Un commando dell’FLNC entra nel carcere di Ajaccio travestito da guardie e uccide Contini e Leccia, in un’azione che è insieme vendetta e chiusura del cerchio, perché chi ha eseguito e chi poteva parlare viene eliminato. Da allora Alain Orsoni esiste e in certi sistemi questo è già troppo. Non comandava. Non denunciava. Non tradiva. Ma esisteva e restava come memoria, come soglia, come figura capace almeno simbolicamente di contenere e proteggere, anche rispetto al figlio entrato negli anni in una guerra criminale aperta e nemico storico del clan del Petit Bar.

La memoria

Uccidere Alain Orsoni al funerale di sua madre significa dire che non esiste più alcuna autorità residua, né politica né genealogica, che la voce storica non deve più parlare e che la protezione simbolica del padre non deve più valere per il figlio. Non è un gesto di onore è potere nudo. Come nel Padrino Parte II, quando a Corleone Paolo, il fratello di Vito Andolini, viene ucciso durante la processione funebre del padre per impedirgli di vendicarsi. A Vero accade l’inverso, perché si elimina il padre per impedire che possa ancora proteggere il figlio. Uccidere Alain Orsoni davanti alla bara di sua madre non serve a eliminare un uomo ma a dire che la memoria non protegge più e che la storia non garantisce più nulla

Ora la Corsica non è più banditismo e politica intrecciati e non è nemmeno quel luogo ambiguo in cui la violenza pretendeva una ragione, un’ideologia, una genealogia. È qualcos’altro, uno spazio in cui la forza non ha più bisogno di raccontarsi e in cui il passato non produce più legittimità. Un tempo il banditismo aveva un codice e il nazionalismo, per quanto armato, aveva una narrazione. Oggi resta solo l’atto, secco, muto, definitivo. Non si colpisce per governare un conflitto, si colpisce per svuotarlo. Non si elimina un nemico, si elimina una possibilità.

Niente più regole

Con Alain Orsoni ucciso davanti alla bara di sua madre, la Corsica perde l’ultima soglia tra violenza e senso, non perché Orsoni fosse un giusto o un capo ma perché esisteva ancora come limite. Da quel colpo in poi non c’è più banditismo politico né politica armata. C’è potere puro, che non chiede consenso, non riconosce lutti e non teme memoria. E quando una terra arriva a questo punto non è più una terra in conflitto. È una terra senza più regole da infrangere.

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14 gennaio 2026 ( modifica il 14 gennaio 2026 | 07:51)