di
Valentina Baldisserri e Ilaria Sacchettoni

La docente: la mamma resta a distanza, gli incontri in italiano: oggi leggeremo una storia

Lidia Camilla Vallarolo odia la fretta. Ai cronisti che la intercettano all’uscita dalla sua prima giornata di lavoro nella casa famiglia di Vasto, in cerca di notizie sui piccoli Trevallion, replica alzando le mani: «Non giudico, insegno». Ed ecco la risposta a quanti vogliano strapparle dettagli o peggio giudizi su genitori e figli

A sessantasei anni, quaranta dei quali trascorsi con piccoli di ogni età, la maestra in pensione inforca le lenti di un prudente ottimismo: «Io ho visto solo dei bimbi belli e bravi», confermerà, raggiunta più tardi al telefono. La voce restituisce empatia: «Li ho conosciuti, mi sono parsi bimbi educati ma un’ora e mezza è troppo poco per formarsi un’opinione. Occorre più tempo». 



















































Quel tempo invocato servirà a smentire o a confermare le conclusioni raggiunte dagli esperti che, intanto, nella relazione tecnica prodotta dalla difesa, invitano a contestualizzare alcuni aspetti. Ad esempio il tema cruciale delle relazioni: «La socializzazione — scrivono — avviene inizialmente in modo più verticale (con adulti, familiari, anziani)» per poi arricchirsi di esperienze con i coetanei. Fuorviante, poi, leggere le abitudini semplici nell’abbigliamento o altro da una prospettiva cittadina: «Tali pratiche non indicano trascuratezza ma funzionalità rispetto alle attività svolte». Bimbi pragmatici, insomma, che privilegiano «l’esperienza all’apparenza».

Maestra, la prima impressione però è positiva, questo già sfata alcuni pregiudizi?
«Sono stati seduti al loro posto con educazione, mi sono sembrati tranquilli e volenterosi, credo si possa lavorare bene. Ascoltavano quello che dicevo con molta concentrazione».

Com’era l’ambiente?
«Un’aula luminosa, come altre. E i bimbi erano seduti dietro al banco».

C’era la mamma?
«Catherine è rimasta per un po’ dietro di loro ma leggermente a distanza. Questo ha dato ai bambini la sicurezza che, probabilmente, mancava. Chinandosi verso di loro e annuendo alle loro parole li ha poi incoraggiati. Con lei c’è stata una stretta di mano, non mi pare abbia vissuto la mia presenza come un fastidio, anzi».

Vi siete detti qualcosa? C’è qualche frase che le è rimasta impressa?
«Non posso e non voglio dire questo perché credo che il nemico principale di questa storia sia il rumore mediatico di cui avremmo tutti fatto volentieri a meno. Dirò solo che la mia è stata un’esperienza positiva».

Cosa insegnerà ai piccoli Trevallion?
«Il mio è un approccio fonematico, studiamo i suoni corrispondenti alle lettere dell’alfabeto e da qui ho iniziato. Ma non applicherò questo schema con rigidità, diciamo che, con il trascorrere del tempo, vedendo come reagiranno all’approccio, lo modulerò a seconda delle loro esigenze».

Quante volte incontrerà i suoi alunni?
«Il piano è vederci quattro volte a settimana, poi si capirà anche se seguirli individualmente o in gruppo».

Come ben sa la relazione dei servizi sociali, confluita poi nella documentazione del Tribunale, è stata molto critica. I bimbi avrebbero lacune importanti sotto il profilo della lingua italiana. Lei come li ha trovati?
«Ripeto: è ancora presto per stabilire le lacune».

In che lingua vi siete parlati?
«Nella sola lingua che conosca: italiano».

Oggi cosa farete?
«Leggerò la favola del corvo e della volpe. Oggi abbiamo utilizzato le lettere in legno dell’alfabeto».

Come è capitata in questa avventura?
«Avevo offerto la mia disponibilità ad aiutare le insegnanti della scuola di Vasto dove ho lavorato a lungo, credevo di poter dare una mano ai bambini extracomunitari. Poi si è verificata questa esigenza. Non mi tiro indietro solo perché non è ciò che avevo immaginato al principio».

È una donna generosa insomma.
«Sono anche molto sprovveduta, in verità».


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14 gennaio 2026