Checco Zalone ha superato sé stesso: “Buen Camino” è diventato il film con il maggiore incasso di sempre in Italia, superando “Quo Vado?”. Esultano distributori e gestori di sale cinematografiche e tira un sospiro di sollievo il comico pugliese, che temeva gli italiani lo avessero dimenticato. Tutto bellissimo. È una grande notizia per il cinema italiano, che da anni alterna exploit clamorosi e fragilità strutturali. Ma c’è un dettaglio che viene sempre rimosso, dopo la notizia: il record è di incassi, non di spettatori. Film sempre più recenti superano agilmente le classifiche italiane e mondiali grazie a una benzina inesauribile: l’inflazione. Presentarlo come un primato assoluto significa raccontare solo una parte della storia, quella più semplice da celebrare.

La differenza non è marginale: è strutturale. Oggi il prezzo medio di un biglietto del cinema in Italia si colloca tra i 7 e i 7,5 euro. Negli anni Cinquanta, quando il cinema era una pratica di massa e non un consumo occasionale, un biglietto costava in media circa 90 o 100 lire. Tradotto nel 2026: pochi centesimi di euro. 

Se si cambia criterio e si guarda ai biglietti venduti, il panorama cambia radicalmente. Nelle classifiche basate sugli spettatori, ricostruite a partire dai dati SIAE, in testa non compaiono titoli contemporanei, ma capolavori capaci di superare soglie oggi irraggiungibili. “Guerra e pace”, uscito nel 1956, resta il film più visto di sempre in Italia, l’unico ad aver superato stabilmente i quindici milioni di spettatori. Subito dopo si colloca “Ultimo tango” a Parigi del 1972, anch’esso oltre quella soglia simbolica. Poco sotto si trova il blocco dei grandi western italiani, con “Per un pugno di dollari” e “Per qualche dollaro in più” di Sergio Leone e “Continuavano a chiamarlo Trinità” con Bud Spencer e Terence Hill, tutti usciti tra la metà degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta e tutti capaci di avvicinarsi ai quindici milioni di ingressi.

Un gradino più in basso, ma ancora su livelli oggi impensabili, si colloca il grande cinema che ha costruito l’immaginario collettivo del paese. “La dolce vita” di Federico Fellini, “Il Gattopardo” di Luchino Visconti, “Il piccolo mondo di Don Camillo” con Fernandel e Gino Cervi, superano abbondantemente gli undici o dodici milioni di spettatori. Non è un caso che siano capolavori senza tempo ricordati da tutti gli amanti del cinema, le cui battute, gli archetipi, i personaggi sono diventati parte della nostra memoria nazionale.  Ma anche “Malizia”, “Il decameron” di Pier Paolo Pasolini e “Altrimenti ci arrabbiamo”, tutti usciti nei primi anni Settanta, superano gli undici milioni di ingressi. Capolavori della commedia all’Italiana come “Amici miei” e “Il medico della mutua” si attestano invece intorno ai dieci milioni di spettatori.

Scorrendo la classifica si arriva a due successi di Checco Zalone “Quo Vado?” e “Sole a catinelle”, che superano gli otto-nove milioni di spettatori, ma restano lontani dai classici di un tempo. Ancora più indicativo il rapporto tra botteghino e spettatori è il caso di “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi, uscito nel 2023. Un film che è diventato fenomeno di massa, ma a ben guardare è stato visto da poco più di cinque milioni di persone. 

Negli Stati Uniti il discorso è leggermente diverso. In testa c’è un grandissimo classico “Via col vento”, uscito nel 1939, con una stima di oltre duecento milioni di biglietti venduti. Un dato raggiunto non solo grazie al successo iniziale, ma anche a un sistema di riedizioni continue: il film è tornato regolarmente in sala per decenni, diventando un appuntamento ricorrente per generazioni diverse di spettatori. Lo stesso vale per “Star Wars”, che supera i centosettantotto milioni di spettatori stimati grazie a più uscite cinematografiche, riedizioni e versioni restaurate, e per “Tutti insieme appassionatamente”, “E.T. l’extra-terrestre” e “Titanic”, tutti capaci di superare ampiamente i cento milioni di ingressi complessivi.

Anche la saga di Avatar che appare sempre nei primi posti degli incassi mondiali, ne esce ridimensionata. Il primo “Avatar” si colloca intorno ai 79 milioni di biglietti venduti, mentre “Avatar: La via dell’acqua”, scende a circa 65 milioni. Numeri enormi per il cinema contemporaneo, ma lontani dalle soglie raggiunte dai grandi classici.

Vista così, l’esaltazione per i record del box office che tanto piace a noi italiani è solo un ottimo palliativo per rassicurare tutti sulla lunga vita del cinema, e sicuramente una grandissima notizia per il duo Gennaro Nunziante-Checco Zalone che potranno presentarsi tra pochi mesi con un nuovo film, senza la paura di essere ignorati. Ma a tutti gli altri cosa importa? Non è chi incassa di più a dirci se il cinema sta bene. È chi continua ad andare in sala, quante volte lo fa e quanto quel gesto resta centrale nella vita collettiva a dirci lo stato di salute cinematografico. Su questo terreno, il film sembra già visto; e non fa neanche ridere.