Quando arrivi a Piana degli Albanesi (non lontano da Palermo) e sali verso il quartiere storico Sheshi, non ti aspetti di trovare un museo. Ti aspetti case vuote, finestre chiuse, quel silenzio particolare dei borghi che si spopolano. Invece, dal 2023, nove murales e diverse sculture hanno trasformato questo quartiere storico in qualcosa che l’amministrazione comunale chiama “museo a cielo aperto”. Ma questa definizione è limitante. Quello che sta accadendo qui è ben più complesso: è un tentativo di occupare uno spazio simbolico prima che sparisca del tutto.
La minoranza arbëreshë a Piana degli Albanesi
Gli arbëreshë sono una minoranza linguistica e culturale presente in Italia dal XV Secolo, arrivati in Sicilia, Calabria e altre regioni del Sud in fuga dall’avanzata ottomana. Piana degli Albanesi, fondata nel 1488, è uno dei centri più vitali di questa comunità in Italia, anche se la vitalità rimane relativa. Lo spopolamento avanza, l’economia fatica, la pressione omologante della cultura dominante continua. La lingua arbëreshë resiste, i costumi tradizionali escono per le feste, le icone bizantine brillano nelle chiese. Ma fuori dai momenti rituali, il presente è incerto.
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Andrea Buglisi, Il Dono, Piana degli Albanesi, 2023. Courtesy l’artista
Andrea Buglisi, Il Dono, Piana degli Albanesi, 2023. Courtesy l’artista
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Andrea Buglisi, Piana degli Albanesi, 2023. Courtesy l’artista
Andrea Buglisi, Piana degli Albanesi, 2023. Courtesy l’artista
La street art a Piana degli Albanesi
Andrea Buglisi (Palermo, 1974) direttore artistico del progetto Bashkë in Art e autore del murale “Il Dono”, usa un verbo che suona strano nel linguaggio della street art: “accarezzare”. Un luogo dove la street art non è mai esistita, dove la popolazione non conosce certe tendenze dell’arte contemporanea, richiede un approccio delicato. Milano o Berlino possono sostenere un linguaggio dirompente, spiega Buglisi, ma qui bisogna considerare il paesaggio, la comunità, la memoria. Il suo murale raffigura un gioiello tradizionale degli orafi locali, circondato da gazzelle dorate e uccelli che dialogano attivamente con il paesaggio del lago. “Ho voluto dialogare con temi legati alla natura, questi colori che riprendono i colori del lago, delle montagne in lontananza, creando quasi un tratto di unione fra il paesaggio e l’architettura”. Quando gli chiedo se un linguaggio così dolce possa funzionare come protezione di una cultura a rischio, risponde che lo stimolo è proprio mantenere viva un’identità culturale che rischia di diventare sempre più marginalizzata. “Ho conosciuto anche gli artigiani Lucito, sono stati proprio gentilissimi, sono andato a trovarli al loro laboratorio, erano felicissimi, sono venuti durante la realizzazione mentre dipingevo il gioiello, erano veramente estatici. Si è creato un ponte di relazioni molto interessanti con il luogo”. Non si tratta di arrivare, dipingere e andare via. È costruire qualcosa che la comunità possa riconoscere come proprio.
L’oro nel murales di Igor Scalisi Palminteri per Piana degli Albanesi
Igor Scalisi Palminteri (Palermo, 1973) porta il ragionamento su un diverso piano di profondità. Nel suo San Giorgio, un filo d’oro attraversa anche il drago, considerato simbolo del male. “Piana degli Albanesi rappresenta come artista un punto di riferimento legato alla tradizione dell’icona sacra. Nella mia ricerca iniziale su tela ho fatto oro di questa tradizione, quando ho pensato al San Giorgio ho pensato che dovesse esserci il colore oro”. Poi la domanda: “Mi sono chiesto: ma nel male metto il colore oro, che è un colore del divino? Ma io mi sono anche risposto: un drago, un male, prima di essere un male, cos’è stato? Un uomo che da adulto commette un reato o del male, da piccolo che cos’è stato? Che storia ha? In ognuno di noi c’è quel filo, quella filigrana, anche nelle persone più malvagie, ma chiaramente è stato soffocato dalla sofferenza e dal dolore”. Non è solo teologia, è una lettura politica del margine: “Questo è un pensiero che io ho ogni volta che penso a qualcuno da mettere in galera o alla gogna sui social. Ciò che vedo all’interno dei quartieri emarginati di Palermo è che quelle persone che vorremmo ammazzare tutti perché rovinano la nostra città sono persone che da bambini hanno subito in primis l’abbandono dalle istituzioni ma anche violenze. È questa la storia della filigrana d’oro, oltre che il segno che mi riconduce alle icone bizantine”.
Igor Scalisi Palminteri, San Giorgio: Il trionfo della luce, Piana degli Albanesi, 2023. Courtesy l’artistaPiana degli Albanesi e la questione dell’identità
L’oro diventa così la traccia di un’umanità possibile, anche nei luoghi che lo Stato ha dimenticato. Ma cosa significa portare addosso un’identità così forte, così definita? Igor lo dice senza filtri: “Lavorare a Piana è stato come lavorare a casa. La comunità di Piana ha una forza, quella di questa grande identità, definita, potente, e hanno il bisogno di manifestarla. Questa è un’arma a doppio taglio: può manifestare chiusura e a volte l’ho percepita, ma può manifestare grande senso di accoglienza. Sono stato fortunato perché ho vissuto l’aspetto dell’accoglienza, del servizio. Ho visto persone che si sono messe completamente a disposizione, persone che facevano i volontari e non ci guadagnavano niente, persone che credono in questa identità, che si spendono e si continuano a spendere per questo progetto”. È esattamente questo il punto di tensione, l’identità che ti tiene insieme può anche chiuderti. L’accoglienza che offri può invece diventare una gabbia. Ma per ora, a Piana, sembra prevalere la prima opzione.
La street art come collante tra margini e istituzioni
Quando chiedo a Igor se l’arte urbana può sostituirsi alle istituzioni per dare importanza a un luogo, la risposta è netta: “Io penso che niente e nessuno possa sostituirsi alle istituzioni. Se c’è un’associazione o qualcuno che si sostituisce alle istituzioni significa che le istituzioni stesse hanno fallito. Allora io registro il fallimento delle istituzioni”. Il fallimento di cui parla Igor ha nomi e cognomi concreti: sono i fondi per le minoranze linguistiche che non arrivano, le scuole dove l’arbëreshë non si insegna più sistematicamente, i giovani che partono perché non trovano lavoro. Ma cosa succederebbe se quelle istituzioni che hanno fallito tornassero davvero a fare la loro parte? “Se davanti non ho dei politici che tentano di raccogliere voti ma se ho davanti degli uomini e donne di buona volontà che tentano di governare un territorio, credo nel dialogo e nella collaborazione. Questo progetto ha senso perché mira al dialogo. Io credo comunque nella potenza della street art. Io tento di essere un collante tra le istituzioni e i luoghi e le persone emarginate. La street art può essere questo ponte, questo faro che si accende su un luogo ormai dimenticato”. Il sindaco Rosario Petta, dal canto suo, parla di investimenti finanziati dall’amministrazione comunale con progetti della Regione Siciliana e della Città Metropolitana, e sottolinea il ritorno turistico: “I bar di Piana sono giornalmente pieni di visitatori che vengono a visitare il museo a cielo aperto”. Ma è questo il parametro di successo? I caffè venduti misurano davvero la riappropriazione di uno spazio? Igor racconta qualcosa di diverso: “In quella settimana ho visto centinaia di persone affollate nel quartiere Sheshi e molte di quelle con cui ho dialogato mi dicevano: è bello ciò che stiamo facendo”. Non “state facendo”, ma “stiamo facendo”. È questa la sostanziale differenza tra turismo e appartenenza.
Il quartiere Sheshi torna a vivere
Buglisi spiega il senso politico dell’operazione: quest’idea non deve rimanere chiusa all’interno di chi già la conosce, ma diventare quasi un manifesto, raccontato attraverso la visione di artisti che reinterpretano con altra sensibilità, con altre culture, dando nuova vita e nuova linfa a queste narrazioni identitarie. Gli chiedo se interventi come il suo possano davvero funzionare come strumenti di resistenza per la comunità arbëreshë. “Assolutamente sì. Questo è uno dei motivi per cui noi abbiamo scelto questo tema. Lo stimolo di questa operazione è proprio quella di mantenere viva un’identità culturale importantissima, che altrimenti rischia sempre di divenire più marginalizzata. Un conto è che lo riconoscono noi che viviamo la comunità, però un conto è che lo riconoscono anche persone dall’esterno”.
Il fabbro, Daniele Paternostro, Piana degli Albanesi, 2025. Courtesy Bashkë in ArtIl progetto Bashkë UrbanArt a Piana degli Albanesi
Giuliana Riolo, presidente dell’associazione Bashkë in Art, parla di un processo lento ma visibile: “Il quartiere Sheshi sta vivendo una rinascita che parla di identità, memoria e futuro. Grazie al progetto Bashkë UrbanArt, le sue strade e le sue piazze si sono trasformate in un museo a cielo aperto, dove murales e sculture non sono semplici opere artistiche, ma racconti visivi che danno voce alla cultura arbëreshe. Qui l’arte non invade, ma dialoga: valorizza il quartiere senza snaturarlo, intrecciando passato e presente”. E continua: “Oggi il quartiere è tornato a essere un luogo che attrae, che richiama persone, sguardi e nuove possibilità. Anche gli abitanti stessi, che un tempo guardavano altrove, verso le zone più moderne del paese, iniziano a riscoprire il centro storico come spazio di vita e di futuro. È un percorso lento, fatto di piccoli passi e di molta determinazione, ma dopo tre anni di lavoro si cominciano finalmente a vedere i primi segni di cambiamento”. I segnali sono concreti, anche se piccoli: “Già dal primo anno il quartiere ha iniziato a cambiare volto. Il cambiamento più significativo, però, è quello umano e quotidiano. Oggi capita di vedere giovani che passeggiano tra le vie del quartiere, si fermano a chiacchierare o a scattare qualche foto davanti ai murales. Anche gli abitanti del posto hanno ricominciato a vivere lo Sheshi: sedersi all’aperto, sorseggiare un caffè in compagnia, godersi il tempo e lo spazio. Sono piccoli gesti, ma rappresentano segnali concreti di riappropriazione del territorio”.
Piana degli Albanesi: un cambiamento duraturo?
Resta la domanda più scomoda: quanto può durare tutto questo? I finanziamenti pubblici arrivano a progetto, l’energia volontaria si usura, il turismo dei murales rischia di consumare quello che dovrebbe preservare. Riolo stessa parla di un’associazione attiva dal 2014, di “energie messe in campo perché ogni progetto diventi un’esperienza condivisa, non solo un evento”. Ma l’energia dei volontari basta? Servono anche scuole che funzionino, lavoro che trattenga i giovani, case accessibili, servizi. Serve che lo Stato smetta di considerare le minoranze linguistiche un patrimonio da celebrare nelle ricorrenze e cominci a trattarle come cittadini con diritti concreti. Per ora, sui muri storici dello Sheshi, l’oro continua a brillare. È l’oro delle icone bizantine, dei gioielli Lucito, del filo che attraversa anche il drago di San Giorgio. È l’oro che dice: siamo ancora qui, noi resistiamo ed esistiamo, nonostante tutto. La domanda è: per quanto, ma soprattutto, a quali condizioni? Quando Igor dice che tenta di essere “un collante tra le istituzioni e i luoghi emarginati”, sta descrivendo un lavoro che non dovrebbe spettare agli artisti. Ma in assenza di alternative, l’arte diventa l’ultima forma di resistenza possibile. Resta da capire se occupare simbolicamente uno spazio – per quanto potente, per quanto necessario – possa bastare affinché una comunità storica come quella arbëreshë continui a rivendicare il suo diritto non solo di sopravvivenza culturale, ma di esistenza piena.
Giulia Ortaggio
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