Siamo abituati a pensare che gli alieni vogliano la nostra acqua o le nostre risorse. In Arrival, gli alieni “vogliono distruggere” la nostra percezione del tempo. E la cosa più spaventosa? Hanno ragione loro.

Diciamolo: Denis Villeneuve ci ha fregato tutti. Ha creato un film con le astronavi a forma di lenticchia, linguisti sulle cui spalle è affidato il destino dell’umanità (cosa inedita nel cinema e davvero molto credibile), “solo” per farci una lezione di fisica teorica. Il vero “mostro” del film però, non è l’eptapode dietro il vetro, quegli alieni enormi che sembrano dei polpi: è l’Universo a Blocchi.

Niente in questo film è lasciato al caso, Villeneuve ha addirittura fatto scrivere i logogrammi alieni a Stephen Wolfram, importante fisico britannico. Quelli sulla lavagna di Louise dunque, non sono scarabocchi messi lì giusto per fare scena, è codice matematico reale.

Louise Banks (Amy Adams) non impara solo una lingua, subisce invece un vero e proprio “ricablaggio” cerebrale. Smette di pensare “causa-effetto” e inizia a vedere la realtà come la descrive Einstein dal 1915: il tempo non passa, è già tutto lì, congelato in un blocco unico dall’inizio alla fine. Non è un caso che il nome della figlia sia Hannah, ovvero un palindromo: si legge uguale dall’inizio alla fine e dalla fine all’inizio.

Il nome stesso della bambina è un piccolo spoiler di tutto il film: non ha una direzione, proprio come il concetto che propone. Questa struttura ricorda Memento, film in cui Nolan rappresenta la perdita della memoria, proprio atrraverso il montaggio e tanti piccoli indizi sparsi per la trama.

Arrival: come il film usa Einstein per dimostrare che il futuro è già accadutoUna scena tratta dal film Arrival. (Crediti: Paramount Pictures)Il futuro è un DVD già stampato

I linguisti la chiamano Ipotesi di Sapir-Whorf: la lingua che parli determina i pensieri che puoi formulare. Se impari una lingua senza tempi verbali (come quella degli Eptapodi), il tuo cervello smette di percepire il tempo. Non parliamo di superpoteri, in questo caso è “semplicemente” neurobiologia spinta fino al suo limite.

Secondo la Relatività, l’universo è un solido a più dimensioni dove passato, presente e futuro coesistono. Basti pensare ad un DVD: il finale esiste già sul disco mentre guardate i titoli, questo perchè i fotogrammi non si creano mentre li guardate, sono già tutti lì. Noi siamo solo la testina laser che legge una scena alla volta, illudendosi che la successiva non esista ancora. Forse amiamo il cinema proprio per questo.

Non serve la fantascienza per capirlo, basta accendere una torcia. È il Principio di Fermat: la luce, quando si piega entrando nell’acqua, lo fa per arrivare a destinazione nel tempo minore possibile, sembra assurdo, lo sappiamo, ma è fisica: il raggio di luce “sa” dove deve arrivare ancora prima di partire.

In Interstellar ad esempio, Cooper deve entrare in un buco nero per vedere il tempo come una struttura fisica. In Arrival, Louise lo vede stando ferma in una stanza. Non mettiamo sicuramente mano ad Interstellar, la cui fisica è a dir poco impeccabile.. ma questa soluzione è sicuramente molto azzeccata.

Arrival: come il film usa Einstein per dimostrare che il futuro è già accadutoHeptapod Language, Inspired by Arrival (Crediti: Wonky Robots)Non è coraggio, è fisica

Molti hanno frainteso il finale parlando di “scelta coraggiosa”. Louise vede che sua figlia morirà di cancro, eppure la concepisce. Niente di più sbagliato e di “finto romantico”. Louise non sceglie nulla, questo perchè è diventata un alieno di Vonnegut: vede i morti come “persone che stanno male in questo momento, ma benissimo in tanti altri”. La vita di sua figlia è per lei un oggetto geometrico completo: nascita, giochi, malattia, morte: sono punti fissi sulla stessa linea. Per quanto vederli realizzarsi c’abbia fatto male.

Per capire ancora meglio il concetto, basta pensare a un pianista che suona Beethoven, o Bach. Il pianista non “sceglie” la nota successiva, è la nota ad essere già sullo spartito da anni. Lui? Deve solo suonarla per rendere la melodia reale. Louise dall’inizio alla fine del film, non è l’autrice della sua vita, è meno banalmente, l’esecutrice perfetta di uno spartito che non può (e non vuole affatto) cambiare.

Arrival: come il film usa Einstein per dimostrare che il futuro è già accaduto

Louise Banks (Amy Adams) nel film Arrival. (Crediti: Paramount Pictures)

Il “dono” degli alieni in Arrival, più che uno dono è qualcosa di terribile: le tolgono l’illusione del libero arbitrio, e in cambio, le danno la pace totale. Se smetti di lottare contro l’inevitabile, il dolore smette di essere una punizione e diventa solo un pilastro strutturale della realtà, necessario tanto quanto la gioia.

C’è dunque un problema che i biologi evolutivi odiano: se l’Universo a Blocchi è reale, il nostro cervello è uno spreco, potremmo dire, ingiustificabile. Pesa il 2% del corpo ma brucia il 20% delle calorie, quasi tutte spese per prevedere il nostro futuro. Ma se il futuro è già scritto, l’evoluzione ha preso un granchio: abbiamo costruito un motore Ferrari solo per girare male.

La spiegazione forse più cinica l’ha data il neurofisiologo Benjamin Libet negli anni ’80: il cervello decide di muovere un dito 200 millisecondi prima che tu ne sia cosciente. La tua “volontà” è solo la notifica che arriva a cose ormai fatte. In Arrival, Louise Banks alla fine non diventa speciale, diventa solo onesta, perchè smette di credere alla favola della scelta e accetta che la sua coscienza non è il pilota della sua vita, ma solo il passeggero che guarda il paesaggio scorrere.

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