di
Luca Angelini
«Putin non nasconde più il desiderio di “restituire” il Donbass alla Russia con mezzi militari piuttosto che diplomatici. E ha deciso di poterlo fare mantenendo gli Stati Uniti di Trump come partner geopolitico»
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«Credo che Macron abbia ragione su questo e che sia arrivato il momento in cui anche l’Europa parli con la Russia». Non accade spesso che Giorgia Meloni sia d’accordo con il presidente francese – anche se ultimamente accade più spesso che in passato – ma, nella conferenza stampa di inizio anno, la premier italiana si è detta favorevole all’apertura di un dialogo con Mosca proposta da Emmanuel Macron (ne ha scritto Gianluca Mercuri nella Rassegna del 22 dicembre). Però, per aprire un dialogo bisogna che l’interlocutore sia d’accordo. E, soprattutto, che abbia almeno un minimo di intenzione di fare uscire dal dialogo qualcosa di concreto.
Ucraina-Russia, le ultime notizie sulla guerra in diretta
È quel che viene in mente leggendo un articolo, su Foreign Affairs, firmato da Andrei Kolesnikov, giornalista russo di lungo corso, dal titolo piuttosto esplicito: «Perché Putin continua a preferire la guerra». Ormai quasi tre anni fa, a marzo 2023, sempre su Foreign Affairs, era uscito un altro articolo, nel quale Andrea Kendall-Taylor, direttrice del Transatlantic Security Program al Center for a New American Security, e Erica Frantz, politologa della Michigan State University, parlavano della «forever war», la guerra senza fine scelta da Putin (ne avevamo scritto qui). «È probabile che Putin continuerà la guerra in Ucraina, non perché sia nell’interesse della Russia, ma perché è nel suo interesse personale. Continuare a combattere ha senso per Putin per una ragione fondamentale: gli autocrati in tempo di guerra raramente perdono il potere», scrivevano Kendall-Taylor e Frantz.
Le ultime notizie sulla guerra tra Russia e Ucraina, in diretta
Il tempo sembra aver dato loro ragione. Almeno a dar retta a Kolesnikov che, dove aver fatto notare come, nelle ultime settimane, Putin abbia moltiplicato le apparizioni pubbliche in uniforme militare, scrive che il presidente russo «non nasconde più il suo desiderio di “restituire” il Donbass alla Russia con mezzi militari piuttosto che diplomatici. Nell’anno appena trascorso ha chiarito la sua decisione di continuare a combattere, indipendentemente dal costo economico e umano. E ha deciso di poterlo fare mantenendo gli Stati Uniti di Trump come partner geopolitico. Questa potrebbe essere definita la nuova “dottrina Putin”».
«L’amministrazione Trump – ricorda Kolesnikov – ha passato il 2025 offrendo a Mosca una serie di opzioni apparentemente allettanti, tra cui la cessione di territori non conquistati alla Russia, il divieto di ingresso dell’Ucraina nella Nato e l’imposizione di restrizioni alle forze ucraine. Il presidente ha anche corteggiato Putin con un grande vertice in Alaska e numerose telefonate, assicurando al contempo al mondo che un accordo sarebbe stato raggiunto a breve, già nel suo primo giorno in carica, o entro il Giorno del Ringraziamento, o entro Natale. Trump ha persino concordato con l’insistenza improbabile del Cremlino sul fatto che negoziati sostanziali, e persino nuove elezioni presidenziali in Ucraina, possano aver luogo mentre infuria la guerra. Ma nessuna di queste offerte ha avvicinato la fine del conflitto».
E probabilmente lo si può imputare alle affinità elettive tra la «dottrina Donroe» (Donald+Monroe) e la «dottrina Putin»: «La dottrina Putin ha resuscitato il vecchio pensiero del XIX e dell’inizio del XX secolo, secondo cui il potere degli Stati si misura principalmente in termini di territorio e di sistemi d’arma letali. Ma, a quanto pare Putin, non è isolato. Una versione di questo tipo di pensiero costituisce anche la base del cosiddetto piano di pace di Trump per l’Ucraina, con il suo numero di punti in continua evoluzione. È anche la logica alla base dell’idea, articolata nella versione più lunga e riservata della nuova Strategia per la sicurezza nazionale (Nss) di Trump, di sostituire il G7, orientato all’Europa e alla democrazia, con un cosiddetto gruppo Core 5 di Paesi potenti: Cina, India, Giappone e Russia, oltre agli Stati Uniti. (Nel mondo di Trump, sia l’influenza politica che la ricchezza sono fonti di potere, da qui l’inclusione del Giappone in questo gruppo). Ma invece di placare Putin – o, come dice l’Nss, ristabilire la “stabilità strategica con la Russia” – tale riconoscimento della Federazione Russa non fa altro che incoraggiarlo a proseguire le sue azioni militari».
Kolesnikov è, però, consapevole del fatto che il nuovo anno ha portato una novità che potrebbe cambiare il quadro. «L’operazione statunitense in Venezuela complica in qualche modo la nuova dottrina Putin. La principale domanda che si pone è: Trump rimarrà un amico, anche se soltanto a seconda delle circostanze? Sarà ancora possibile per Putin manipolarlo nel 2026 nello stesso modo in cui l’ha fatto nel 2025, tramite Witkoff e il suo omologo, Kirill Dmitriev, inviato speciale presidenziale russo per gli investimenti esteri e la cooperazione economica? La facilità con cui Maduro è stato catturato ha dimostrato che il presidente statunitense può essere più putiniano di Putin nell’affermare il controllo sulla propria sfera di influenza (sebbene la cattura di Maduro non sia certo una prova che l’amministrazione Trump avrà altrettanto successo nel rimodellamento politico del Venezuela)».
Non per nulla, per avvalorare la loro tesi che, in tempo di guerra, gli autocrati raramente perdono il potere, Kendall-Taylor e Frantz facevano proprio l’esempio di Maduro: «I dittatori che conservano la lealtà delle forze armate possono resistere a circostanze straordinariamente dure e le difficoltà economiche da sole raramente destabilizzano un autocrate. Il presidente venezuelano Nicolás Maduro, ad esempio, è rimasto in carica nonostante il collasso economico». Ora in carica non lo è più, anche se il chavismo non è stato ancora relegato nella soffitta della storia ed è possibile – forse probabile – che non lo sarà tanto presto. In ogni caso, nel gioco antico e di nuovo moderno delle sfere d’influenza, «il Venezuela era un’area di interesse del Cremlino. E improvvisamente, un’altra superpotenza vi ha messo le mani sopra. Questa è una sconfitta per Putin. Non significa che la Russia porrà fine agli pseudo-negoziati sulla guerra in Ucraina o rifiuterà gli Stati Uniti come mediatore. Ma ha mostrato a Putin un altro lato di Trump: non un amico, ma un nemico. Trump ha ulteriormente enfatizzato questa possibilità sequestrando una petroliera russa per aver violato le sanzioni statunitensi».
E, per il momento, Putin non ha potuto opporre altro che «l’assordante silenzio» di cui ha scritto Paolo Valentino sul Corriere, «segnale inequivocabile della sua volontà in questa fase di non irritare, tantomeno inimicarsi l’amico Donald. La ragione? “Putin ha un solo obiettivo: vincere in Ucraina, tutto il resto è subordinato a questo”, dice al New York Times Hanna Notte, politologa di Eurasia. Ma quello dello Zar non è solo calcolo strategico. È anche la presa d’atto che c’è poco o nulla che Putin possa fare per frenare la progressiva erosione del suo global power, risucchiato com’è dal pantano ucraino. Non lo ha fatto in Asia Centrale, abbandonando al suo destino l’Armenia in guerra con l’Azerbaigian. Né in Siria, mollando Assad. E non lo ha fatto in Venezuela per salvare il suo cliente Maduro. “La guerra contro Kiev è un buco nero che consuma tutte le risorse della Russia”, dice Alexander Gabuev, direttore del Carnegie Russia Eurasia Center. L’unica risposta, lo Zar l’ha data proprio in Ucraina, sua ultima spiaggia. Di fronte all’intesa raggiunta da Francia e Regno Unito sull’invio di un contingente militare a garanzia di un eventuale accordo di pace, lo Zar ha ordinato di lanciare su Leopoli un Oreshnik, il supermissile ipersonico con capacità nucleare. Debole sulla scena globale, Putin segnala di esserci con l’unico asset rimastogli».
Dunque, non è detto che il «ratto di Maduro» spingerà il Cremlino a più miti propositi: «Riconoscere una dinamica mutata potrebbe anche rafforzare il desiderio di Putin di continuare la guerra piuttosto che concluderla alle condizioni di Trump, per quanto favorevoli possano essere alla Russia».
Se lo rafforzerà oppure no, potrebbe dipendere dalla risposta a un’altra domanda: quando il costo economico della guerra in Ucraina diventerà così elevato da costringere il Cremlino a porvi fine? Inutile dire che chi, dal 2022 in poi, ha preconizzato un crollo inevitabile e imminente dell’economia russa è stato, fin qui, più volte smentito. Il che non vuol dire che si possano ignorare segnali sempre più evidenti: «Putin e il suo ministro degli Esteri, Sergej Lavrov, possono insistere quanto vogliono sul fatto che il Paese non è isolato dal mondo e che è in ottimi contatti con la “maggioranza globale”. Ma i dati economici sono inequivocabili. Nel 2021, l’ultimo anno prima dell’inizio della guerra, gli investimenti diretti esteri in Russia valevano oltre 40 miliardi di dollari; tre anni dopo, si erano ridotti a 3 miliardi di dollari, con un crollo di oltre il 90%».
L’impatto si fa sentire anche nella vita quotidiana dei russi. Kolesnikov è prodigo di esempi: «Sia a livello federale che regionale, i bilanci del Paese stanno attraversando una grave carenza di entrate. Di conseguenza, le autorità hanno costretto la gente comune e le imprese a pagare per la guerra. Nell’ultimo anno, l’imposta russa sul valore aggiunto è stata aumentata al 22%, l’acquisto di auto importate è ora soggetto a decine di migliaia di dollari di commissioni aggiuntive (lo Stato chiama questi pagamenti “tasse di riciclo” o smaltimento) e il governo ha introdotto una cosiddetta tassa sulla tecnologia su smartphone, computer e tutto ciò che ha una base elettronica. Allo stesso tempo, lo Stato ha ridotto la spesa sociale, poiché le spese per la difesa e l’esercito assorbono una quota sempre maggiore della spesa pubblica. Nel frattempo, le bollette stanno aumentando e in alcuni casi raddoppiando. Nei supermercati, i prezzi di alcuni prodotti, tra cui pesce congelato, carne di manzo e pane di segale, sono aumentati del 20% o più; le vendite di automobili sono crollate».
Quello che si configura è un cambio del «contratto sociale» fra il Cremlino e i cittadini russi. «In passato, il petrolio poteva risolvere i problemi economici della Russia e fornire entrate allo Stato; adesso i contribuenti sono diventati il nuovo petrolio. Il Cremlino dà per scontato che, visto che i russi si sono adattati alla guerra, si adatteranno anche alla stagnazione e stringeranno la cinghia affinché il Paese possa ottenere la vittoria. Questa è diventata una versione molto sfavorevole del contratto sociale che ha sostenuto il regime di Putin per tutti questi anni. Prima della guerra, era semplicemente questo: sostieni le autorità senza interferire nella politica e otterrai almeno una relativa prosperità economica. Ora, il contratto richiede il totale sostegno alle autorità, e persino l’accettazione dell’erosione della propria sicurezza finanziaria, in cambio del semplice riconoscimento da parte delle autorità come buon patriota».
Nonostante qualche sporadico segnale di resistenza (le proteste a Vladivostok contro la tassa sulla rottamazione delle auto importate; i musicisti di strada che, a fine anno, a San Pietroburgo e in altre città hanno eseguito canzoni antigovernative e contro la guerra, finendo arrestati; i bimbi e genitori in piazza a Tomsk, in Siberia, contro il blocco della piattaforma di videogiochi Roblox), i russi sembrano per il momento accettare anche la nuova versione del contratto sociale. «Nel corso della guerra, i russi hanno risposto all’accumularsi di restrizioni, repressione e censura semplicemente adattandosi». Fino a quando lo faranno, nessuno può dirlo.
Nel frattempo, le dottrine Putin e Donroe continueranno a seminare il caos: «La Russia di Putin esporta non solo risorse energetiche, ma anche disordine. C’è una “causa profonda” per questo, per usare le parole dello stesso Putin: la struttura interna del regime. Finché il Paese non diventerà, se non democratico, almeno razionalmente organizzato, rimarrà un agente del caos sulla scena internazionale. Ecco perché, anche se si raggiungesse un accordo di pace in Ucraina, l’Occidente non sarebbe in grado di far sparire la Russia di Putin. Il periodo successivo all’accordo di pace – se e quando arriverà – non sarà meno difficile del conflitto stesso: il confronto continuerà semplicemente in una forma ibrida e fredda. Indipendentemente da ciò che accadrà, il Cremlino non smetterà di combattere in patria. Continuando la persecuzione politica e la repressione all’interno del Paese e cercando nemici tra i dissidenti, il regime compenserà la grave crisi economica che dovrà affrontare, la gestione quotidiana del Paese e gli inevitabili shock sociali ed economici che deriveranno dalla transizione di centinaia di migliaia di persone che tornano dalle trincee alla pacifica vita civile. La Russia esporta caos, ma lo fanno anche gli Stati Uniti di Trump, e con non minore vigore. È iniziato un nuovo round nella lotta per le sfere di influenza, con tutti i principali partiti che hanno rinunciato contemporaneamente alle politiche eurocentriche. La differenza rispetto alla classica Guerra fredda è che non sono ancora state stabilite nuove regole che determinino l’equilibrio di potere e interessi. Inoltre, un attore più potente della Russia di Putin – la Cina di Xi Jinping – ha ora un ruolo speciale da svolgere. In questo nuovo gioco, il fattore personale, le figure di Trump, Putin e Xi, sono diventate dominanti. L’ordine mondiale non può frenarle».
Continuare a cercare il dialogo è giusto, forse ancora più che in passato. Senza, però, dimenticare quel che diceva Valentin Falin, diplomatico e consigliere di diversi leader sovietici: «Lo scontro non è destino, ma scelta». Voleva dire, chiosa Kolesnikov, che nel confronto globale tra superpotenze, «lo scontro avveniva perché una o entrambe le parti sceglievano di combattere; la distensione avveniva perché sceglievano di non combattere. In ogni caso, ciò che accadeva era il risultato di una decisione assolutamente consapevole da parte dei rispettivi leader». A quanto pare, siamo ritornati a quello stesso punto.
14 gennaio 2026 ( modifica il 14 gennaio 2026 | 15:22)
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