di
Stefania Ulivi
I film politicamente scorretti, dai successi con il comico pugliese a Pio e Amedeo. Cresciuto a pane e Chiesa, dopo il gelo tra lui e Checco Zalone c’è stato un riavvicinamento. Ora i due vivono «a due metri di distanza»
In principio fu un oratorio salesiano. È stato lì che Gennaro Nunziante, il re Mida del botteghino italiano — 66.109.747 di euro, dato di ieri, con Buen camino, il ritorno di Checco Zalone, a cui vanno aggiunti nella top10 2025 i quasi dieci milioni sfiorati con Io sono la fine del mondo con Angelo Duro — si è formato. Complice un prete appassionato di cinema, Nunziante ha capito presto che lo spettacolo sarebbe stato il suo mestiere. Radici piantate nel quartiere Libertà di Bari, 62 anni compiuti in ottobre, padre tappezziere, poi ferroviere, madre casalinga, sorelle che sono state le sue prime spettatrici.
Gavetta vera: gli esordi in un locale di cabaret, «La dolce vita», poi con un giornale satirico, Il Davanti, al tempo dei socialisti rampanti, quindi nelle tv locali: TeleBari e TeleNorba. Autore e regista della coppia Toti e Tata (Emilio Solfrizzi e Antonio Stornaiolo), con titoli ancora cult sul web, come Filomena Coza Depurada, Il polpo, il varietà Teledurazzo («Era uno show quiz per spiegare agli albanesi che l’Italia non era il Paese raccontato dalla nostra tv»), Love Store, ambientato, guarda un po’, in un oratorio guidato dal parroco Don Lurio. A TeleNorba scopre Luca Medici, ancora non Checco Zalone, colpito dal suo «orecchio musicale per la comicità».
Prima del loro exploit con Cado dalle nubi (2009) frequenta il cinema come sceneggiatore per Cristina Comencini, Leone Pompucci. E Alessandro D’Alatri. Tre film con lui, per Casomai anche in veste di attore. È un prete, Don Livio, che fa la predica agli sposi Fabio Volo e Stefania Rocca.
In Buen camino il tocco Nunziante — che oltre alla regia da solo, firma con Zalone soggetto, sceneggiatura e montaggio — si sente molto. L’insistenza sulla possibilità di redenzione del cinico miliardario figlio di papà rivela la sua fede nell’happy ending. «Il lieto fine è necessario per me, perché lo scopo della nostra vita è la gioia». La folgorazione del protagonista sulla via per Santiago seguendo la figlia Chanel. «Viviamo in una società senza padri, oggi non si sa più neanche chi è l’uomo. Il film risponde a una domanda semplice: quest’uomo è partito che era padre ma non lo sapeva», ha detto presentando il film.
Nunziante si racconta con parsimonia, possibilmente a testate locali o cattoliche, come Tv2000 e
Credere
. A cui
concede qualche confidenza su famiglia («Sono un padre pessimo con Antonio, Rachele e Renato. È molto meglio mia moglie Margherita»), fede («Nella nullità dell’uomo c’è la rivelazione di Dio»), mestiere («Il cinema è un’arte lenta, non è seriale»).
Si erano dati una regola Luca e Gennaro: un letargo di un paio d’anni, per metabolizzare il successo («Come diceva Canetti “è veleno per i topi”»). Ma tra Quo vado? e Buon camino ne sono passati quasi dieci. Sui motivi della rottura e su quelli della riconciliazione poche spiegazioni. «Bari è piccolissima, ci siamo rincontrati alla Madonnella, e oggi viviamo a distanza di due metri, ci separa un appartamento», ha accennato Zalone. Mentre lui si è cimentato nella regia con Tolo Tolo, Nunziante ha scritto e diretto film di altri comici, assai poco politicamente corretti: Il vegetale di Fabio Rovazzi, i primi due di Pio e Amedeo, Belli ciao e Come può uno scoglio, e quello di Angelo Duro.
Nella dialettica Zalone & Nunziante, facile pensare chi sia il diavolo e chi l’acqua santa. Ma non è detto. È stato Nunziante a difendere le battute più urticanti dell’ultimo film, su Gaza e Schindler’s List. «Bisogna guardare anche i finali. Se il personaggio prende coscienza di sé, tutte quelle battute, che facevano parte di un uomo ricco e cretino, lasciano il posto a una rigenerazione dalla miseria e follia». E si è sbilanciato politicamente. «Il sociale ha rotto le scatole, perché è fatto di menzogna. Veniamo da decenni dove l’elemento della spiritualità è stato deriso, ha prevalso il prestigio marxista rispetto alla dottrina sociale della Chiesa».
15 gennaio 2026
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