di
Andrea Galli

A Lonate Pozzolo familiari e amici del 33enne che dopo una colluttazione ha ferito a morte un rapinatore fanno quadrato: «Indagato? E perché se è la vittima?». Appassionato di arti marziali, è laureato in Scienze della comunicazione ed Economia

Fuori, il sacco da boxe sul balcone. Per allenarsi, cultore fin da ragazzino delle arti marziali: lo si vede(va) sferrare pugni e calci anche al mattino presto, ritmo e forza. Dentro, le targhe delle due lauree. Una magistrale in Economia e Gestione aziendale, l’altra triennale in Scienze della Comunicazione — più un terzo pezzo di carta, un dottorato in Management —. I diplomi sono incorniciati sui muri color bianco dell’ampio primo piano della casa; in un cassetto, ma a immediata portata, il coltello di quelli da kit di sopravvivenza.

L’abitazione di famiglia dei Rivolta. Al piano terra, sul lato del cortile di ordine e cura, la mamma e il padre; e appunto, sopra, lui, il ricercatore Jonathan all’anagrafe Jonathan Maria, che per lo stesso papà, il signor Francesco, non ha bisogno d’esser dichiarato innocente poiché nulla v’è da dire, «giornalisti levatevi dai piedi, lasciatelo in pace, schifosi che non siete altro, quelli ci sono entrati in casa — sono entrati a casa nostra per rubare! — e mio figlio si è difeso. Cosa avrebbe dovuto fare?», domanda senza attender la risposta. La fornisce un cugino, che cerca invano di placarlo: «Io mi sarei comportato all’identico modo. Ovvio».



















































Sicché non segue dibattito, non urge discussione. Se, ci viene ripetuto in questo lembo di provincia infastidito dagli aerei di Malpensa, un popolo discepolo di birrifici, sushi, tatuatori e corse con il cane, se finanche Jonathan, «gran testa e cuore, un ragazzone dalle maniere cortesi», dottore e ancora una volta dottore con quei diplomi, ha reagito, beh, allora «significa che abbiamo perso la pazienza» insiste il cugino. Giù infatti a elencare, in mancanza però di immediate conferme, una sequenza nei mesi scorsi di assalti a domicilio, sempre s’intende da parte di nomadi. «Era inevitabile che qualcuno ci rimettesse la vita».

Altri parenti in visita a Lonate Pozzolo, carezze e abbracci; all’uscita dal cancello manifestano, pare senza recita, un’estrema sicurezza nella giustizia: «Jonathan sta in ospedale, appena terminano di medicarlo ce lo rimandano indietro. Indagato? Per quale motivo se è la vittima?».

Nessun accenno, oltre a frasi di prammatica, sul morto. Dovere di cronaca c’impone di raccontare che al netto dell’esclusione di legami e coinvolgimenti da parte dei medesimi Rivolta, in questo territorio laborioso ma insozzato dalle cosche — lo confermano indagini che hanno coinvolto anche giri politici — più d’uno, del circuito della ’ndrangheta, ha approntato una sorta di servizio d’ordine girando in strada. Così rivelano al Corriere alcune fonti. Una sorta di turnazione di ronde qualora amici della vittima pensino a vendette organizzando spedizioni nella notte.


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15 gennaio 2026