di
Luigi Ferrarella

In Appello l’ex europarlamentare FI, che ha rimborsato 500 mila euro a Bruxelles, vede ridotta la condanna in primo grado per i contratti dei collaboratori. Resta un anno per truffa Ue. Assolto in altra vicenda l’ex deputato Sozzani

Le chat sono le stesse, ma contro l’ex europarlamentare Lara Comi, posta agli arresti domiciliari il 14 novembre 2019 e condannata in primo grado nel 2023 a 4 anni e 2 mesi, ora diventano non più utilizzabili: assolta in Appello da una accusa di corruzione. Delle altre due accuse di truffa a Bruxelles, ne resta in piedi una, per la quale il riconoscimento a Comi delle attenuanti per l’intervenuto rimborso di 500 mila euro al Parlamento europeo vale l’equivalenza con l’aggravante e fissa quindi la pena (sospesa dal beneficio della condizionale) in un anno.

Subito dopo il verdetto Comi è scoppiata in lacrime e ha abbracciato i suoi legali. «Le mie, dopo 7 anni, sono lacrime di gioia, perché è stato stabilito oggi che il fatto non sussiste», ha dichiarato. «Ho sempre dimostrato fin dal primo giorno di essere innocente e continuerò anche in Cassazione a dimostrare l’innocenza per quest’ultimo pezzettino. Non ho mai preso un euro, ho servito il mio Paese di cui sono orgogliosa ed è stato dimostrato che non c’è mai stata corruzione». «In questi anni sono rimasti gli amici veri – ha raccontato – io prima di far politica lavoravo e sono ritornata a lavorare, perciò non è questo il dramma, sono stati 7 anni difficili perché più uno è innocente… e poi la rabbia che ho dentro nessuno la può immaginare. Un grazie ai miei avvocati, Antonio Bana e Gianluca Varraso (con le colleghe Sara Tarantini e Martina Scalia) che mi sono stati vicini, siamo una squadra». A chi le ha chiesto se pensa di tornare a fare politica, l’ex esponente di Forza Italia ha risposto: «Finiamo con la Cassazione intanto, non è finita, però ripeto ancora: il fatto non sussiste, e questo è anche un mio messaggio agli elettori che hanno creduto in me, mentre a dieci giorni dal voto erano arrivati tre avvisi di garanzia. E mi hanno votato lo stesso, grazie agli elettori che mi diedero fiducia nel 2019».



















































Tempo che passa, novità giuridiche (magari anche retroattive) che sopraggiungono favorevoli per gli imputati: nei tribunali è antica saggezza forense, e oggi in Corte d’Appello a Milano nel processo «Mensa dei poveri» se ne giova la 42enne ex europarlamentare (fino a metà 2024) di Forza Italia, appunto per la sopraggiunta inutilizzabilità di alcune chat che il 2 ottobre 2023 erano state poste dal Tribunale alla base della sua condanna in primo grado. L’ex vicepresidente 2014-2019 del gruppo del Partito popolare europeo ed ex coordinatrice del partito a Varese aveva infatti avuto 4 anni e 2 mesi per truffa al Parlamento europeo nel 2016-2017 sul contratto di due suoi «assistenti locali»; e per corruzione del direttore generale di Afol-Agenzia metropolitana per il lavoro (Giuseppe Zingale) nell’accordo triangolare con Zingale stesso e Nino Caianiello (ex uomo forte di Forza Italia varesina) affinché Afol attribuisse consulenze a una collaboratrice di Comi (l’avvocata Maria Teresa Bergamaschi) in cambio del fatto che poi Comi retrocedesse una parte del compenso a Caianiello per sostenere i costi del partito Forza Italia a Varese.

Il cambio di giurisprudenza sui messaggi

Parte della condanna relativa a quell’accordo (non alla dazione, su cui non c’era prova) si reggeva in primo grado appunto sulle chat Whatsapp nel dicembre 2018 tra Comi e Bergamaschi, chat che, senza sequestro dei pm ma con il consenso di Bergamaschi, erano state estratte dagli inquirenti dal telefono di Bergamaschi nel momento in cui nel 2019 era stata ascoltata come testimone. A quell’epoca la giurisprudenza era concorde nel ritenere «documenti» le chat estratte dai cellulari, e per questo la Procura le aveva potute acquisire direttamente. 

Ma nel luglio 2023 la Corte Costituzionale nel caso Open-Renzi con la sentenza n.170 ha qualificato questa messaggistica non più come «documenti», bensì come «corrispondenza». Solo che la corrispondenza tra una persona e un parlamentare ha bisogno, per poter essere utilizzata contro un parlamentare, che i magistrati chiedano l’autorizzazione al sequestro di questa corrispondenza alla sua Camera di appartenenza, nel caso di Comi dunque all’Europarlamento: e in assenza di questa richiesta, oggi in Appello le chat diventano inutilizzabili nei confronti di Comi, che dunque viene assolta da questa imputazione, al pari di Bergamaschi (che in primo grado aveva avuto 6 mesi) e Zingale. 

Quanto alle restanti due ipotesi di truffa alla Ue nei contratti di due collaboratori, la Corte presieduta dal giudice Bernazzani ha assolto Comi da una (insieme a Daniele Aliverti) e l’ha condannata per l’altra a 1 anno. Da qui al futuro ricorso in Cassazione puntano a completare il percorso difensivo gli avvocati Antonio Bana e Gianluca Varraso, che propugnavano nel merito l’innocenza di Comi proponendo alla Corte che le chat fossero state «decontestualizzate e totalmente travisate» dall’accusa, e che anzi proprio le chat fossero «la dimostrazione lampante dell’assenza di qualunque accordo corruttivo Comi-Bergamaschi e della loro buona fede».

La difesa aveva anche molto criticato i passaggi in cui la sentenza di primo grado asseriva che «il percorso europeo» di Comi fosse stato «caratterizzato sin dall’inizio da una gestione illecita del regime delle erogazioni da parte del Parlamento e da palese e consapevole violazione di ogni regola scritta» finalizzate «a ricavare dalle casse del Parlamento Europeo proventi illeciti truffaldini a beneficio di se stessa, della sua famiglia, dei suoi amici e del partito».

Le altre condanne e assoluzioni

La sopraggiunta inutilizzabilità delle chat vale anche per un altro imputato, l’allora deputato novarese di Forza Italia Diego Sozzani, a scudo del quale il Parlamento in passato aveva già negato l’arresto e l’utilizzo di intercettazioni: assolto da una accusa di corruzione, Sozzani viene però assolto (rispetto alla condanna in primo grado a 1 anno e 1 mese) anche dall’imputazione di corruzione e finanziamento illecito dall’imprenditore Daniele D’Alfonso

Nel resto del processo «Mensa dei poveri», istruito nel 2019 dai pm Furno-Bonardi-Civardi su ipotesi di reato di pubblica amministrazione ruotanti attorno al ruolo varesino di Caianiello che patteggiò 4 anni e 10 mesi, i giudici d’Appello hanno quindi rideterminato (togliendo i segmenti di intervenuta assoluzione) la condanna di D’Alfonso a 5 anni e 2 mesi (anziché 6 anni e mezzo), e confermato le assoluzioni «perché il fatto non sussiste» di arrestati nel 2019 come l’ex consigliere comunale milanese di Forza Italia, Pietro Tatarella, dell’ex assessore in Regione, Fabio Altitonante, del patron della catena dei supermercati Tigros, Paolo Orrigoni, e del dirigente Amsa, Mauro De Cillis.

Zingale, assolto dalla corruzione con Comi, è condannato a 1 anno e mezzo per istigazione alla corruzione che Caianiello (che su questa accusa ha patteggiato) avrebbe cercato di esercitare sul presidente della Regione, Attilio Fontana, proponendo appunto per Zingale l’incarico di direttore di Afol in cambio di consulenze (non concretizzatesi) per un suo ex socio di studio. Nel complesso i vari filoni del processo totalizzano 7 condanne, 11 patteggiamenti e 57 assoluzioni.


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15 gennaio 2026 ( modifica il 15 gennaio 2026 | 17:13)