Come si può immaginare, realisticamente, il futuro dell’Iran? Ora che la probabilità di un intervento militare americano sembra diminuita, e nell’area del Golfo molti Stati vicini evocano la parola «de-escalation», è utile tornare a ragionare sul futuro partendo da un principio: il futuro dell’Iran è prima di tutto una questione interna, sarà deciso dagli iraniani, classe dirigente e popolo. (Questo sarebbe vero anche nell’ipotesi di un raid americano). 

Per entrare nella dinamica della successione alla Guida suprema della Rivoluzione Islamica Ali Khamenei, oggi vi propongo uno sguardo da insider. È l’analisi fatta da Akbar Ganji, giornalista iraniano ed ex membro del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, poi divenuto dissidente politico e detenuto nel carcere di Evin a Teheran dal 2000 al 2006.



















































Un articolo di Akbar Ganji sulla rivista americana di geopolitica Foreign Affairs affronta la successione di Khamenei e, più in profondità, il futuro dell’intero sistema politico della Repubblica islamica. Ganji parte da una premessa: le voci sulla morte imminente di Khamenei circolano da anni ma il leader supremo è ancora operativo. Tuttavia la fine del suo regno è inevitabilmente vicina. Khamenei ha 85 anni, è un sopravvissuto al cancro e lui stesso ha lasciato intendere che il tempo a sua disposizione è limitato.

Ganji individua un favorito evidente, anche se mai ufficialmente designato: Mojtaba Khamenei, il figlio del leader supremo. Cinquantasei anni, religioso di basso profilo pubblico ma di grande influenza dietro le quinte, Mojtaba ha da tempo un ruolo decisivo nella manipolazione delle elezioni e nell’orientamento delle fazioni conservatrici. Gli ambienti vicini a suo padre hanno avviato una campagna di legittimazione che lo presenta come un grande giurista islamico, un pensatore raffinato e persino come un possibile riformatore capace di combattere la corruzione, rilanciare l’economia e placare una società in rivolta.

Ganji smonta queste rappresentazioni. Anche ammettendo che Mojtaba possa introdurre modifiche marginali – come un allentamento parziale delle restrizioni su Internet per ridurre la pressione sociale – l’idea che possa «salvare» l’Iran è, secondo l’autore, del tutto illusoria. Il problema iraniano non è un cattivo leader, ma un cattivo sistema. La società iraniana non chiede un autocrate più efficiente, bensì la fine dell’autocrazia. Chiede democrazia, pluralismo, uguaglianza civile, laicità dello Stato. Mojtaba, come qualunque altro esponente clericale dell’attuale establishment, resta legato alla sopravvivenza della Repubblica islamica. Per questo la sua ascesa rischierebbe di produrre l’effetto opposto a quello desiderato: nuove ondate di proteste.

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Una parte centrale dell’articolo è dedicata al carattere anomalo – proprio in quanto dinastico – di questa possibile successione. Nella tradizione sciita, ricorda Ganji, il potere non si trasmette per via ereditaria. L’autorità religiosa deriva dalla competenza teologica e dal riconoscimento della comunità dei fedeli, non dal sangue. Fu proprio questo principio a consentire all’ayatollah Ruhollah Khomeini – protagonista della rivoluzione che depose lo Scià nel 1979 – di bloccare le ambizioni politiche di suo figlio negli anni Ottanta. Anche Khamenei, in passato, aveva espresso posizioni fortemente anti-monarchiche, ridicolizzando l’idea della trasmissione ereditaria del potere come un retaggio arcaico.

Oggi, però, il discorso è cambiato. Teologi e religiosi vicini alla Guida suprema hanno iniziato a presentare Mojtaba come un grande esperto di diritto islamico, arrivando persino a definirlo ayatollah in video diffusi sui social, sebbene non abbia formalmente raggiunto quel rango. L’obiettivo è chiaro: giustificare una successione dinastica mascherandola da scelta meritocratica. Ganji sottolinea tuttavia che non esistono prove solide delle competenze religiose di Mojtaba. A differenza del padre, non ha pubblicato opere teologiche, non ha una produzione dottrinale riconosciuta, non tiene lezioni pubbliche né discorsi articolati. La sua invisibilità pubblica è in netto contrasto con il ruolo che ambisce a ricoprire.

Alcuni sostenitori minimizzano questo deficit, sostenendo che Mojtaba rappresenterebbe una rottura generazionale e morale rispetto alla vecchia nomenklatura. Viene dipinto come un paladino anticorruzione, persino come una figura modernizzatrice sul modello del principe saudita Mohammed bin Salman. Ganji definisce queste analogie assurde e propagandistiche. La carriera politica di Mojtaba dimostra l’esatto contrario: ogni suo intervento rilevante è stato a sostegno dell’ala più dura del regime. Fu lui, con l’appoggio dei Pasdaran, a sabotare sistematicamente il presidente riformista Mohammad Khatami dopo il 1997, chiudendo giornali, incarcerando attivisti e paralizzando ogni tentativo di apertura. In alcuni casi, Mojtaba si è spinto persino oltre il padre, come nel 2005, quando orchestrò la manipolazione elettorale che portò Mahmoud Ahmadinejad alla presidenza contro la volontà di settori più tradizionali del regime.

Ganji osserva che Mojtaba potrebbe ancora essere scartato, come altri favoriti prima di lui. Khamenei ha già dimostrato di saper sacrificare potenziali eredi quando diventano politicamente ingombranti. Tuttavia, anche le alternative più credibili – come Ali Asghar Hejazi, responsabile della sicurezza dell’ufficio della Guida – condividono la stessa visione ideologica. Ne deriva una conclusione netta: chiunque succeda a Khamenei, se resta all’interno del perimetro clericale, erediterà una crisi sistemica.

L’Iran è oggi una società altamente istruita, iperconnessa, profondamente critica. Le informazioni circolano nonostante la censura, i libri proibiti vengono tradotti rapidamente, i prigionieri politici comunicano dall’interno delle carceri. Le proteste degli ultimi venticinque anni – 1999, 2009, 2017, 2019, 2022 – non sono state episodi isolati, ma tappe di un conflitto crescente tra Stato e società. E sempre più spesso il bersaglio non è solo la Guida suprema, ma l’intero sistema. Non a caso, già nel 2009 i manifestanti gridavano slogan esplicitamente ostili a Mojtaba.

La pressione sul prossimo leader sarà dunque ancora più intensa. La repressione potrà forse contenere temporaneamente il dissenso, accompagnata da concessioni cosmetiche. Ma Ganji ritiene probabile che una nuova successione apra una finestra di opportunità per una resa dei conti più ampia. Le richieste degli iraniani non sono solo economiche. Sono richieste di dignità, diritti, libertà personali.

Ganji è scettico sulle intenzioni di Donald Trump, più interessato a un accordo securitario che alla democrazia iraniana. Tuttavia, riconosce che un’intesa – basata sulla rinuncia iraniana al nucleare e alle aggressioni regionali in cambio di sollievo economico – potrebbe giovare non solo agli interessi americani e regionali, ma soprattutto a quelli del popolo iraniano. Qualunque sia il prossimo leader supremo, conclude Ganji, non sarà lui a portare la libertà in Iran. Se un cambiamento reale arriverà, verrà dalla società, non dalla cima del sistema.

15 gennaio 2026, 17:27 – modifica il 15 gennaio 2026 | 18:09