
Fotografia A503 I della serie del 1972, scattata da Noritaka Minami, che rapprsenta l’evoluzione della vita nell’edificio, dalla sua costruzione fino al momento della sua scomparsa.
© Noritaka MinamiDa Tokyo al MoMA di New York
Il restauro, curato dallo studio Kisho Kurokawa Architect & Associates, combina fedeltà e reinterpretazione: alcuni elementi sono stati rifatti, come la moquette o il materasso, mentre la boiserie e l’elettronica sono state recuperate da capsule meglio conservate. “Oggi ci piace pensare di avere la migliore capsula abitativa della torre”, afferma Paula Vilaplana de Miguel, una delle curatrici della mostra. “Ogni progetto contiene vite multiple, che vanno oltre la visione dell’architetto”, aggiunge.
Nel corso del tempo, i salarymen degli anni Settanta hanno lasciato il posto a creativi e giovani professionisti, e queste stanze hanno continuato a funzionare con una validità inaspettata. Simbolo assoluto del Metabolismo giapponese, il Nakagin si è materializzato, come spiega Evangelos Kotsioris, un altro curatore della mostra, “in un’architettura guidata da metafore biologiche, dove solo le parti che perdevano la loro utilità dovevano essere sostituite, conservando le risorse e adattandosi alle nuove esigenze”. Questa logica, in anticipo di mezzo secolo sui tempi, risuona oggi con forza nei dibattiti sulla sostenibilità. La torre che voleva essere eterna non lo è mai stata in termini materiali, ma il suo spirito rimane intatto. In questa nuova rinascita sta, paradossalmente, il suo modo di raggiungere la vera eternità.

Manifesto dell’artista visivo e grafico giapponese Kiyoshi Awazu, che include nella monografia Kurokawa Kishō no sakuhin del 1970 il manifesto Kurokawa della sua prefabbricazione, della capsula e della costruzione con strutture.
© Martin Parsekian / Cortesía MoMA